Prima di tutto i fatti. Washington ha inviato un suo rappresentante di peso al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026, in corso dal 3 al 6 giugno), nonostante i venti di guerra in Ucraina. Si tratta di Rodney Mims Cook Jr., presidente della US Commission of Fine Arts, un personaggio “heavy weight” dell’amministrazione Trump, alla guida di una delegazione americana.
Come risposta (o coincidenza temporale), due giorni fa droni ucraini hanno colpito per la prima volta in modo evidente San Pietroburgo, in particolare un terminal petrolifero e infrastrutture a Kronstadt.
Ieri, proprio dal palco del Forum, Kirill Dmitriev (inviato presidenziale russo per gli investimenti) ha annunciato che oggi 5 giugno verrà firmato l’accordo per proseguire la progettazione esecutiva del tunnel sotto lo Stretto di Bering, che collegherà Russia e USA (via Alaska). Dmitriev ha ribadito che la tecnologia più adatta per abbattere i costi sarebbe quella della Boring Company di Elon Musk.
Ricordo che l’Alaska fu ceduta dagli zar agli USA nel 1867 per 7,2 milioni di dollari. Decise la cessione lo zar Alessandro II, per decisione di Abramo Lincoln, poi ucciso. Firmarono il trattato il 30 marzo 1867 il diplomatico russo Eduard de Stoeckl (ministro a Washington) e il Segretario di Stato americano William H. Seward. All’epoca Lincoln era già morto; Seward continuò come ministro anche sotto la presidenza di Andrew Johnson per completare la transazione. Chiaramente, la stampa filo-britannica dell’epoca derise l’operazione chiamandola “Seward’s Folly” (la follia di Seward).
Il dettaglio spesso taciuto è che la Russia cedette l’Alaska proprio per evitare che finisse in mani britanniche: Londra stava concentrando truppe in Canada per un possibile attacco.
Il messaggio da cogliere è duplice. Da un lato, Mosca e Washington hanno storicamente un nemico comune: il colonialismo marittimo britannico (e i suoi eredi). Dall’altro, oggi i loro interessi convergono sull’Artico e sul controllo delle rotte commerciali, ponendo un argine naturale alla potenza cinese in ascesa (oggi parzialmente in stallo).
Non va dimenticato che la Cina prospera sulla deindustrializzazione altrui. Sta progressivamente deindustrializzando l’Europa vendendo manufatti a basso costo, sostenuti da aiuti statali massicci, mentre le aziende europee chiudono perché non competitive. In pratica, Pechino sta rubando il futuro industriale all’Europa, con il tacito (o attivo) consenso di élite europee corrotte o ingenue. È un nuovo colonialismo economico, simile a quello britannico ottocentesco, che spiega l’intesa tra Pechino e le capitali vetero-coloniali come Londra e Parigi.
Ieri la cricca nella diga di Davos sembra per altro essere partita: V. Zelensky, presidente dell’Ucraina in guerra con Mosca, vuole parlare con il presidente russo Putin, così ha detto. Per una possibile pace, lo leggete su tutti i giornali di oggi. Attendiamo ulteriori conferme. Da osservare con attenzione gli sviluppi (…).

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Le conseguenze per Davos e l’UE
Se chi controlla i mari (USA) e chi controlla il più grande paese del mondo (Russia), collegando Europa ed Estremo Oriente, si avvicinano, tolgono spazi vitali ai vecchi competitori coloniali. Vedasi surplus commerciale cinese esplosivo, anche e soprattutto grazie all’Europa (green). Con annessa chiusura fabbriche in Europa (auto, ad esempio, via transizione energetica/ecologica).
Il colonialismo storico europeo oggi annaspa e, per sopravvivere, si rivolge contro se stesso: l’Europa. Il paese più appetibile da spolpare per mantenere i privilegi delle élite resta, come dai tempi di Carlo Magno, l’Italia.
Londra e Parigi sostengono Kiev in una guerra per procura contro Mosca proprio per impedire l’avvicinamento tra Russia e Stati Uniti. Pechino fornisce supporto a Davos in modo indiretto, lasciando le provocazioni agli alleati europei.
Oggi USA e Russia stanno sfidando il sistema di Davos. Quest’ultimo, non avendo altre risorse, attacca i propri popoli: erosione della classe media, concentrazione della ricchezza, immigrazione incontrollata (anche i flussi dal Pakistan hanno radici storiche nella strategia post-coloniale britannica dopo la perdita dell’India).
Ci attendono caos, bassa crescita e propaganda intensa in Europa. La guerra (o la minaccia di guerra) resta uno strumento classico per nascondere gli errori di chi governa.
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Cosa dovrebbero fare Mosca e Washington
In modo succinto e cartesiano: le due grandi potenze dovrebbero usare contro gli interessi di Davos/Londra le stesse armi asimmetriche e destabilizzanti che l’Occidente ha impiegato per decenni — fomentando e sostenendo proteste popolari in Europa basate su fatti concreti, smontando sistematicamente la propaganda delle élite.
L’asse russo-americano dovrebbe diventare il contraltare fattuale delle narrazioni europee, che senza evidenze nascondono i danni inflitti alle proprie popolazioni a vantaggio di élite vetero-coloniali guerrafondaie.
Che questo possa portare, in futuro, a tensioni o cambi di regime in Europa (armando la protesta popolare) resta una conseguenza metodologica quasi inevitabile, parlando in termini puramente cartesiani.
Nel nostro piccolo, non possiamo fare altro che mettere alla berlina le bugie della stampa mainstream europea, fornendo interpretazioni aderenti alla realtà e ai fatti. Il resto spetta ad altri.
MD
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Image: thanks Grok AI






