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Home » The American Spectator: “Ebrei e Cristiani: uniti si prospera, divisi si perde” (anche i sunniti sono alleati, contro Davos)

The American Spectator: “Ebrei e Cristiani: uniti si prospera, divisi si perde” (anche i sunniti sono alleati, contro Davos)

Brillante disanima dell’American Spectator: chi ha creato l’Occidente bene faccia fronte comune. Quello che ancora non è stato assimilato e’ che soprattutto i sunniti (oltre che Mosca) saranno cruciali per combattere Davos

mittdolcino by mittdolcino
29 Marzo 2026
in Rassegna stampa, Sfida a Davos
- Leggere Disclaimer in fondo pagina
The American Spectator: “Ebrei e Cristiani: uniti si prospera, divisi si perde” (anche i sunniti sono alleati, contro Davos)

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Cosa è Davos? Un insieme di soggetti – un’associazione assolutamente materialista – dediti al privilegio ed alla difesa dei propri interessi materiali e di casta, costi quel costi, anche propiziati da riti violenti, incestuosi e temiamo pure demoniaci. La radice europea, ideologica, da cui attingono è quella che portò al colonialismo, gli imperi coloniali europei; ossia i potentati che, per privilegiare se stessi, hanno saccheggiato il mondo per circa 3-4 secoli almeno. Costoro sono le elites, di casa in ogni capitale mondiale, Davos e’ infatti per definizione trasversale presente a Londra, Parigi, Roma, Milano, Washington, Tel Aviv, Pechino, Mumbai ecc.

Gli Epstein files ci hanno fatto capire che tali elites sono unite da interessi, sì, ma anche da riti, per lo più sessuali e/o apparentemente pure esoterici, anche violenti e spesso con minori. E chissà cos’altro di sconcio che per ora ci è stato taciuto.

Epstein era ashkenazita, è risaputo. Ma vi prego di fare molta attenzione: Epstein non era un ebreo “praticante” osservante nel senso halachico (era più un finanziere secolare con legami sporadici), e i suoi atti violano i principi fondamentali dell’ebraismo: santità della vita, divieto di sfruttamento, obbligo di giustizia (tzedek) e protezione degli innocenti.

Un ebreo praticante che fa male deliberato ai minori viola gravemente la sua religione, non la segue. La Halakhah lo condanna, obbliga a proteggerli e permette (o impone) di denunciarlo. Gli abusi esistono purtroppo in tutte le società, ma attribuirli alla “religione ebraica” come permesso sistematico è falso e riecheggia libelli antisemiti storici, non fatti. Chi commette tali crimini è responsabile personalmente, non la fede che professa (o finge di professare).

Spero cogliate il punto.

Oggi i media occidentali, soprattutto europei (tutti comandati di fatto dalle elites di Davos) stanno confondendo apposta troppi aspetti, deliberatamente, e’ evidente che la verità spaventa: terrorizza che il popolo possa capire…

Stante che Cristianesimo ed Ebraismo sono la base dell’Occidente, che è però anche Ellenista, con gli Epstein file e’ stato verificato coi fatti che esiste una cricca stile Spectre dedita ad affari ed a rituali vergognosi sia per l’etica cristiana che per quella ebraica, etica che va oltre la religione tradizionale. Spectre immaginata dell’impero britannico, Iam Flemings docet, non a caso costruendo per il pubblico un nemico che in fondo e’ l’impero stesso, ma sotto mentite spoglie… (…).

Chi si è macchiato di tali pesantissime colpe negli Epstein files non può dunque essere cristiano o ebraico, di fatto non può credere in Dio, come il nostro, diciamolo. Dunque a cosa crede un soggetto legato alla cricca di Epstein? Ovvero a Davos?

Li’ sta il cuore della contesa, punto focale necessario per capire il messaggio importantissimo dell’American Spectator con l’articolo tradotto in calce.

Possiamo aggiungere che riti simili, abusi su minori, sopraffazione e sottomissione del popolo ai vizi della casta dominante (stile ius primae noctis, un rito babilonese, non marchigiano), pedofilia, stupro, dunque privilegio apicale, erano tipici proprio della società babilonese; ovvero anche dei sumeri (dediti al culto dei morti, con cui interagivano abitualmente per chiedere privilegi , altro aspetto vietatissimo dall’ebraismo!). In tali società arcaiche e violentissime il potere, ossia i privilegi, si tramandavano per sangue. Ed erano conditi da riti propiziatori contrari alle religioni abramitiche (i babilonesi adorano i demoni, non un Dio).

Lo stesso vale per le nobiltà europee ancora oggi (vedasi le nobiltà varie impelagate negli Epstein files), il cuore degli imperi e dei privilegi coloniali. Ovvero, tradotto, abbiamo capito che l’Europa post Romana (ben sapendo che Roma era perfettamente meritocratica, all’apogeo dell’Impero Romano Traiano ed Adriano furono imperatori adottivi, non di sangue, e per giunta iberici) ha purtroppo ereditato usanze – nelle sue elites – tipiche babilonesi.

In fondo il grande professor Ariel Toaff nel suo documentatissimo “Pasque di Sangue” ripete allo spasimo che tali riti violenti perpetrati da soggetti suppostamente ebraici in date chiave (Pasque, Passover), soggetti che arrivavano da oltralpe ed emigrati a sud, contro bambini cristiani, avevano nulla a che vedere con la tradizione ebraica che tutti conosciamo e rispettiamo (San Pietro era semita e migro’ a Roma per farsi difendere dagli stessi che vollero la crocifissione di Gesù). E – aggiungiamo noi – provenienti da Worms, luogo di emigrazione da est, prima dalla moderna Ucraina ma in origine dalla Mesopotamia, da Babilonia, popoli solo formalmente convertiti all’ebraismo come invece fu davvero per i Romani sempre nemici di Baal, cfr. contro i Cartaginesi (…).
A verificare bene, potrebbe ben essere che i riti abominevoli descritti da Toaff e contrari alla religione e morale ebraica (oltre che cristiana) di coloro che si sono stabiliti in Italia da millenni, vedasi il suo importantissimo libro citato (San Pietro era semita), potrebbero essere tragicamente molto simili a quelli degli Epstein files a cui le elites basate sul sangue sono dedite…

Non a caso Vera Sharav – ultima sopravvissuta di Auschwitz, da noi svariate volte intervistata – ci spiegò, ai tempi, che “molti ebrei si comportano da nazisti e noi ne abbiamo paura” (forse perché costoro sono babilonesi travestiti da ebrei?)(…). Il cerchio sembra davvero chiudersi.

***

Interessante poi comprendere come, sebbene nel supposto suprematismo  religioso abramitico tipico dell’Islamismo tutto, anche una parte dell’Islamismo, quello sciita (ma non quello sunnita) e’ basato sul potere e sui privilegi apicali  tramandati per sangue proprio come per le elites di Davos: i capi religiosi sciiti devono infatti essere solo dello stesso sangue di Maometto, come vertice al comando del sistema stato-religione che contraddistingue l’islamismo. Al contrario, i sunniti permettono ad ogni buon musulmano di stare al vertice della piramide Stato-religione che è alla base dell’Islam.

Ovvero la stessa asimmetria, precisamente, che contraddistingue Davos e le sue elites, leggasi l’Europa coloniale, le nobiltà europee: la casta di Davos e l’Iran quale impero sciita sono accomunati da potere apicale tramandato per sangue.

Invece l’ebraismo, la radice romana dell’Occidente, la Chiesa stessa (che non a caso non permette non solo ai Papi ma anche ai sacerdoti di avere progenie, ora capite il motivo), i sunniti, tutti prescindono dal legame di sangue, dalla casta che eredita e tramanda privilegi per sangue. E senza dimenticare che la terza Roma, dopo Gerusalemme, da Roma e poi Bisanzio diventata cristianamente Santa Madre Russia, ovvero Mosca, non può che stare nella compagine ebraico-cristiano-ellenistica (ossia anche collegata all’antico Egitto, ciò ch3 veniva prima).

Come capite dunque il patto di Abramo dei nostri giorni tra Occidente capeggiato dagli USA mai coloniali (anzi colonie, ci han provato tante volte a renderli tali) e chiaramente il mondo sunnita ci frapposto ad quello sciita non nasce per caso (…).

Solo avendo chiara tale chiave di lettura non solo si può comprendere il messaggio del magazine americano, che riportiamo tradotto sotto. Ma anche quanto di enorme sta accadendo davanti ai nostri occhi in questi giorni.

Vi lasciamo alla lettura dello splendido articolo di A.S.

Buona lettura!

MD

*****

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Ebrei e Cristiani: uniti si prospera, divisi si perde

La sovrapposizione di Pasqua ebraica e Pasqua cristiana non è un caso del calendario, è un invito alla solidarietà. – di Josh Hammer

Vedasi, al LINK

27 Marzo 2026 – The American Spectator

Per una breve finestra la prossima settimana, la Pasqua e la Settimana Santa, le sacre osservanze di ebrei e cristiani, rispettivamente, si sovrapporranno. Gli ebrei di tutto il mondo si riuniranno questo mercoledì e giovedì sera per il Seder, che racconta l’Esodo dall’Egitto e la mano redentrice di Dio nella storia. E dopo il Venerdì Santo e il Sabato Santo, domenica 5 aprile, i cristiani celebreranno la risurrezione di Gesù Cristo e la promessa di salvezza eterna. Due tradizioni bibliche, distinte ma dello stesso albero genealogico abramitico, si troveranno quindi a segnare le stagioni sante allo stesso tempo.

In questo momento teso, questa convergenza del calendario sembra un po’ più di una mera serendipità. È un promemoria viscerale dell’eredità morale e teologica condivisa che è alla base dell’ebraismo e del cristianesimo – il fondamento comune che ha plasmato e plasmato ciò che conosciamo oggi come civiltà occidentale.

In fondo, entrambe le festività raccontano una storia di redenzione. Per gli ebrei, la Pasqua è la storia di un popolo liberato dalla schiavitù, della giustizia divina contro la tirannia e dello scopo del patto alla fine forgiato dopo la liberazione nazionale. Allo stesso modo per i cristiani, la Pasqua è una storia di redenzione – di peccato affrontato e superato, di sacrificio e rinnovamento, di vita che trionfa sulla morte. I particolari teologici differiscono certamente, e la più pesante enfasi dell’ebraismo sul particolarismo contrasta con l’orientamento universalista del cristianesimo, ma il messaggio di fondo è ancora sorprendentemente simile: la speranza sgorgica eterna.

Questi valori condivisi – redenzione, pentimento, responsabilità morale – aiutano a costituire il fondamento della civiltà occidentale oggi.

Ugualmente centrale sia per le tradizioni, sia per entrambe le vacanze primaverili, è l’idea del pentimento. Nell’ebraismo, il concetto di teshuvah – ritorno a Dio attraverso il pentimento e l’azione giusta – è una pietra angolare della vita religiosa. La tradizione ebraica insegna che oltre alla nota attenzione del pentimento della stagione autunnale dell’Alta Festa, la stagione primaverile della Pasqua è anche un’occasione perfetta per espiare e avvicinarsi con fiducia a Dio. Il cristianesimo, naturalmente, pone anche il pentimento al centro del rinnovamento spirituale, chiamando i credenti ad allontanarsi dal peccato e verso la carità e la grazia. L’immaginario bruciante della crocifissione di Cristo è racchiuso nella memoria collettiva dell’Occidente, forse più di ogni altra cosa, per la sua enfasi sull’espiazione per i peccati dell’umanità.

Questi valori condivisi – redenzione, pentimento, responsabilità morale – aiutano a costituire il fondamento della civiltà occidentale oggi. Facendo uno zoom fuori dai temi generali della sovrapposizione calendaria di questa stagione, considerate alcuni degli altri principi determinanti dell’Occidente: lo stato di diritto, la dignità dell’individuo, la santità della vita, la ricerca della giustizia. Le impronte digitali dell’eredità biblica ecumenica sono onnipresenti. Questa è la nostra eredità comune. Questo è ciò che siamo.

Eppure, proprio in questo momento in cui l’allineamento tra Pasqua e Pasqua dovrebbe stimolare la riflessione su quell’eredità condivisa, gli attori in malafede sul fronte sterno stanno cercando di fare a pezzi ebrei e cristiani per le cuciture. La tempistica di questa sovversione non potrebbe essere peggiore. L’Occidente si trova sotto pressione senza precedenti. Le minacce sono sfaccettate e molto reali.

C’è la sfida dell’islamismo – un’ideologia politica totalitaria, storicamente al di là dei confini dell’America, ma sempre più anche all’interno, che cerca non una convivenza pacifica ma un dominio. C’è il marciume del neo-marxismo risvegliato, che rifiuta la verità oggettiva, mina la meritocrazia e cerca di sostituire la responsabilità individuale con il reclamo collettivo e una cultura debilitante della vittimismo. E c’è la forza sempre insidiosa del globalismo, che minaccia di erodere la sovranità nazionale, diluire l’identità culturale e promuovere una governance tecnocratica omogeneizzata sulla responsabilità democratica che solo lo stato-nazione può fornire.

Contro queste sfide, ebrei e cristiani non devono stare a parte. Semplicemente non possiamo permettercelo. La sovrapposizione simbolica di Pasqua e Pasqua quest’anno dovrebbe servire come momento di riflessione sul fatto che, nonostante le reali differenze teologiche, siamo legati insieme da una travolgente eredità comune e da un destino comune inevitabile.

Questo non significa cancellare le distinzioni. Ma significa riconoscere che siamo alleati in una più ampia lotta di civiltà. Significa riconoscere che i valori che condividiamo sono molto più significativi, in questo frangente della storia, delle dottrine che ci dividono. Nonostante i provocatori rumorosi, la tradizione giudaico-cristiana è stata a lungo una potente forza unificante negli Stati Uniti – un quadro che trascende le linee confessionali.

Ora è il momento di costruire su quelle fondamenta. Mentre le famiglie si riuniscono intorno al tavolo Seder e per i servizi pasquali, c’è l’opportunità di riflettere non solo sul passato ma anche sul futuro. Che tipo di civiltà vogliamo preservare e lasciare ai nostri figli? Quali valori, costumi e modi di vivere sono degni di essere difesi? E chi starà insieme in quella difesa?

La storia dell’Occidente è, per molti versi, una storia condivisa. È una storia radicata nella convinzione che l’uomo sia fatto a immagine di Dio, che la redenzione sia possibile, che il pentimento sia necessario e che gli esseri umani siano chiamati a qualcosa di più alto. Sta a noi, in definitiva, prendere sul serio quel messaggio – e chiudere le braccia e stare spalla a spalla come mai prima d’ora per preservare la nostra eredità per molte altre generazioni a venire.

Josh Hammer

27 Marzo 2026 – The American Spectator

 

 

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