La guerra culturale d’Europa

La “guerra culturale” dell’Unione Europea, mossa contro l’Ungheria, ha assunto toni parossistici.

Il suo Governo è accusato di aver emanato una Legge che vieta la diffusione della “propaganda LGBT” ai minori d’età.

Il classico doppiopesismo del politicamente corretto. Se a favore della legislazione LGBT, allora è lecito intervenire nelle questioni interne di uno Stato sovrano.

Ma, se è il Vaticano a muovere un appunto a una Legge in itinere presso il Parlamento Italiano (peraltro relativa alla libertà d’espressione), questo diventa un’inaccettabile ingerenza, nonostante un Concordato liberamente sottoscritto nel 1984.

La controversa legge ungherese, approvata la scorsa settimana, proibirà l’insegnamento delle “tematiche LGBT” nelle scuole e limiterà la promozione della “cultura LGBT” nel materiale pubblico visibile anche dai bambini — praticamente, in tutta la sfera pubblica.

Unanime la condanna dell’Europa Occidentale. Le “organizzazioni per i diritti LGBT”, in Ungheria e in tutto il mondo, l’hanno descritta come un inaccettabile assalto alla libertà di parola.

Secondo loro, una mossa a dir poco sfacciata del Governo Ungherese, che intenderebbe la cultura LGBT come una minaccia ai “valori tradizionali” ad esempio la famiglia.

In altre parole, l’ennesimo tentativo di limitare la “libertà LGBT”.

Ma, per ben comprendere la situazione in Ungheria, si potrebbe cominciare con il cogliere le preoccupazioni sociali che hanno spinto Fidesz ad adottare quest’atteggiamento.

Innanzitutto, la legislazione anti-LGBT, in Ungheria, è strettamente legata a una più ampia “agenda pro-famiglia”, posta alla base della politica sociale del Governo di Viktor Orbán.

L’esempio più recente c’è stato a maggio, quando l’Ungheria e la Polonia (insieme agli alleati di Visegrad), hanno guidato una dichiarazione “pro-famiglia”, riaffermandone l’importanza.

Il documento, di notevole sobrietà, non conteneva alcun riferimento ai “diritti LGBT”, ma ha comunque suscitato critiche feroci, perché è stato inteso come pretesto per una politica regressiva.

In precedenza (dicembre 2020), un emendamento costituzionale aveva già scatenato forti polemiche, perché stabiliva che “una madre è una donna e un padre è un uomo”.

Queste politiche pro-famiglia, in effetti, sono guidate da un’annosa questione sociale.

Come molti altri Paesi in tutt’Europa, l’Ungheria sta affrontando un serio problema: il declino della popolazione.

Solo nel 2019/20 la sua popolazione si è ridotta dello 0,25pc — circa 24.000 persone.

Uno studio dello scorso anno ha collocato l’Ungheria al 14° posto in una lista dei Paesi con il più alto “declino della popolazione” previsto per i prossimi trent’anni (un calo del 12,3pc, il che significa una riduzione a 8,5 milioni di abitanti, dagli attuali 9,7).

Questo pone all’Ungheria un drammatico problema economico e sociale.

Di conseguenza, il Governo di Orbán ha attuato una serie di misure volte a incoraggiare la formazione di nuove famiglie — e perché queste facciano più figli.

Nel 2019, il “piano d’azione per la protezione della famiglia” ha aumentato ulteriormente la già notevole spesa pubblica dedicata al suo sostegno.

Il “piano” prevede “prestiti senza interessi” per le coppie sposate; sovvenzioni per l’acquisto della casa; rimborsi di mutui ipotecari per le famiglie con due o più figli; esenzioni a vita dall’imposta sul reddito personale per le donne con quattro o più figli e, infine, sovvenzioni per l’acquisto di veicoli per le famiglie con tre o più figli.

Nel 2020, il Governo aveva già reso gratuiti i trattamenti e le medicine per l’infertilità, in appoggio alla nazionalizzazione dei “centri per il trattamento della fertilità”.

Ma queste misure non hanno funzionato a sufficienza.

Il tasso di fertilità dell’Ungheria resta stagnante, a ca. 1.5 nascite per donna — e quindi ben al di sotto di 2.1, il tasso necessario per mantenere costante il livello della popolazione.

In Italia, per inciso, questo dato va ben oltre la drammaticità, con un tasso di 1.24 nascite per donna (con il nord più prolifico e la Sardegna a un angoscioso 1.01), in sensibile calo anche fra gli immigrati.

È su questo sfondo che il Governo ungherese sta rivolgendo la sua attenzione a quegli elementi della società che percepisce come una minaccia al modello di “famiglia tradizionale”.

Orbán insiste sul fatto che, limitando l’esposizione dei giovani ai contenuti LGBT–positivi, il suo Governo possa minimizzare l’influenza di quei valori che percepisce in contrasto con la costruzione della “famiglia tradizionale” e con l’educazione dei figli.

Nel frattempo, prendendo una posizione così dura sui diritti LGBT e su altre questioni relative al multiculturalismo, Orbán è riuscito a diffondere nel mondo l’immagine di una “resistenza ungherese” alla decadente “ortodossia liberale dell’Occidente”.

Dai Black Lives Matter ai diritti LGBT, i “valori progressisti occidentali” sono ritratti da Fidesz come minacce aliene che, nel contesto del declino della popolazione e della globalizzazione, rappresentano una minaccia esistenziale allo stile di vita ungherese.

In chiusura, due sole parole sulla Legge Zan. Se del caso, ci tornerò sopra in dettaglio ma non credo che passerà, così com’è, il “voto a scrutinio segreto” del Parlamento.

E’ straordinario il modo con cui cerca di separare l’identità psicologica da quella fisiologica.

A suo tempo, c’è chi ha scritto che i fatti sono solo opinioni. Ma, al contrario, continuo a credere che la realtà abbia pur sempre un ruolo da cui non si possa prescindere.

Ragionando per paradossi, in osservanza al principio psicologico secondo cui “l’età è quella che uno sente di avere”, se a settant’anni me ne sentissi trenta potrei pretendere d’essere considerato un trentenne anche burocraticamente, perché l’età biologica non conta.

Anzi, sarebbe necessario insegnare tale principio fisicola regressione del tempo — anche a scuola.

Oppure, se mi percepissi come donna, potrei pretendere a buon ragione di far parte — che so? — delle “quote rosa”

Francamente assurdo. La biologia … ovvero i fatti … ovvero la realtà … non possono essere interpretati capziosamente, o addirittura negati.

Con l’introduzione dell’identità di genere non si tutela la libera scelta dell’identità sessuale ma, al contrario, si rischia di gettarla nel calderone delle ideologie sociologiche post-moderne.  

Ognuno è libero di sentirsi come meglio crede, ma i fatti restano fatti e le opinioni restano opinioni.

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Franco

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