I sogni troppo ambiziosi dell’establishment tedesco

Sulla stampa che conta e sulle riviste di geopolitica, l’establishment e i grandi Think Tank tedeschi coltivano il sogno di trasformare l’UE in una potenza globale con una propria autonomia strategica rispetto a Stati Uniti e Cina. La realtà dei fatti è molto diversa e anche i tedeschi devono cominciare ad ammettere l’inconsistenza delle loro ambizioni geopolitiche. Ne scrive il sempre ben informato German Foreign Policy

Redazione di Voci dalla Germania

Fissare degli standard globali

La richiesta di un riposizionamento maggiormente offensivo dell’UE nel ruolo di “potenza mondiale” era già stata espressa in autunno da importanti media liberali e conservatori ad ampia diffusione.

Già a ottobre 2020, infatti, il portale online del settimanale Die Zeit chiedeva “più coraggio nel diventare una potenza mondiale”.

L’UE, sosteneva la testata, “deve considerarsi una potenza mondiale” [1]. 

Poco più tardi, sul quotidiano del gruppo Springer il Ministro dello Sviluppo Gerd Müller e l’esperto di politica estera della Fondazione Bertelsmann, Werner Weidenfeld, dichiaravano che l’UE ha tutto quel che serve per diventare una potenza mondiale:

“la sua sovranità – circa 400 milioni di persone con il loro elevato potenziale economico – e un solido equipaggiamento militare, spingono l’UE verso il rango di potenza globale”. [2]

Con argomentazioni simili Weidenfeld, quasi vent’anni fa, aveva definito l’UE come una “potenza mondiale in divenire” [3].

Insieme a Müller, ora sostiene che “l’Europa in virtù della sua potenza economica … dovrebbe essere in grado di stabilire uno standard nel mondo multipolare digitalizzato e globalizzato”.

A tal fine Bruxelles avrebbe bisogno non solo di un “quadro politico più efficace” — se possibile “affiancato da un consiglio strategico europeo” — ma anche, ad esempio, di un “esercito europeo” con “una struttura comune di comando “.

Come gli USA o la Cina

“Cosa manca all’Europa per diventare una potenza mondiale?”, è la domanda con la quale la rivista Internationale Politik (IP) ha recentemente riaperto il dibattito, lanciando un focus tematico sull’argomento.

La IP è la principale rivista dell’establishment tedesco in materia di politica estera e viene pubblicata dalla “Deutsche Gesellschaft für Auswärtige Politik” (DGAP), uno dei think tank di politica estera più influenti della Repubblica Federale (la sua tiratura bimestrale è di circa 6.000 copie).

Come afferma la IP, quasi la metà della popolazione tedesca ritiene ipotizzabile che, in futuro, l’UE possa arrivare a ricoprire il ruolo di potenza mondiale.

In un sondaggio rappresentativo svolto a dicembre, infatti, il 43 % ha risposto “sì” alla seguente domanda: “pensa che l’UE, in futuro, potrà avere un ruolo altrettanto forte nella politica mondiale, come fanno oggi gli USA o la Cina?”[4].

Gli indici di gradimento più alti sono stati riscontrati tra le giovani generazioni: circa il 70 % dei giovani tra i 18 e i 29 anni ritiene che l’UE possa essere una possibile futura potenza mondiale; tra gli over 60, la cifra è solo del 28 %.

In termini di appartenenza politica, i giudizi di approvazione sono superiori alla media fra i sostenitori del liberismo e fra gli ecologisti.

ll 56% dei sostenitori della FDP ritiene che l’UE in linea di principio debba vedersela alla pari con gli USA e con la Cina.

Questo vale anche per il 52% degli elettori dei Verdi.

Molte parole, pochi fatti

Relativamente alla situazione reale dell’UE in materia di politica internazionale, la IP ammette che “l’Europa ha parlato molto del suo ruolo internazionale, tuttavia senza mai fare abbastanza” [5].

Così, il raggiungimento della cosiddetta “autonomia strategica” — una variante ridotta rispetto alla più ambiziosa politica di potenza mondiale — era già stato indicato come un obiettivo da raggiungere nelle conclusioni del Consiglio Europeo del dicembre 2013 e poi nella Strategia globale dell’Unione del giugno 2016.

Quell’obiettivo tuttavia non è stato ancora raggiunto: “Il compito dell’Europa, ora, sarà quello di rafforzare il suo impatto internazionale nel quadro delle nuove condizioni e difendere i suoi interessi in maniera più decisa”.

L’UE, in questo modo, “riuscirà quindi ad espandere le sue risorse in termini di potere” solo se la sua coesione interna e la volontà dei suoi governi di cooperare cresceranno.

La IP non esclude anche degli effetti collaterali assai utili derivanti da una grave crisi, come ad esempio l’attuale crisi causata dal Coronavirus: “Cresce la sensazione di far parte di una ‘comunità di destini'”. 

Questo, naturalmente (a pochi giorni dalla pubblicazione dell’ultimo numero di IP), è alquanto opinabile.

Proprio a causa dei gravi errori nell’approvvigionamento dei vaccini sono scoppiate delle critiche feroci nei confronti dell’inerzia mostrata dalle autorità di Bruxelles.

Fra ambizione e realtà

Mentre la IP tiene alte le rivendicazioni dell’UE sul tema della politica di potenza mondiale, i singoli articoli presenti sull’ultimo numero rivelano come le aspirazioni e la realtà siano fra loro sempre più lontane.

Ad esempio, la rivista sostiene che “più di ogni altra questione”, la politica sull’Iran è il vero simbolo della politica estera comune dell’UE:

“… da quasi due decenni, ormai, gli Stati membri perseguono un approccio relativamente coerente nei confronti di Teheran, nonostante le ripetute e massicce pressioni degli Stati Uniti” [6].

E’ proprio nella politica iraniana, tuttavia, che è diventata evidente “l’incapacità” dell’UE ad “esercitare un’influenza decisiva”.

Ad esempio, il commercio con l’Iran — nonostante gli ampi sforzi dell’Unione — è quasi completamente crollato a causa delle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti.

La situazione è simile a quella della politica verso l’Africa.

Ad esempio, nonostante gli annunci e gli sforzi per espandere le relazioni economiche con gli Stati dell’Africa sub-sahariana, finora non si è riusciti a farlo.

La Cina, invece, ha rafforzato massicciamente la sua posizione nel continente africano.

“Al momento” — è scritto nell’ultimo numero della IP — “sembra che sarà proprio la Cina, e non l’Europa, ad essere il principale beneficiario della fioritura economica africana” [7].

Una certa arroganza

Gli avvertimenti secondo i quali le ambizioni europee in materia di politica di potenza sarebbero tutt’altro che adeguate rispetto alle reali capacità economiche, sono sempre più sentiti anche dai responsabili economici.

E fanno seguito alla constatazione che vede la quota dell’Unione nella produzione economica mondiale stagnante, nel migliore dei casi [8].

Oppure dal fatto che la quota dell’UE nell’ambito della domanda globale di brevetti, fra il 2009 e il 2019, sia diminuita drasticamente dal 34,7 al 23,2 %.

Quella dell’Asia, nello stesso periodo, è salita dal 32 al 52,4 % [9].

Eppure le élite politiche spesso non se ne rendono nemmeno conto.

L’ex Commissario UE Günther Oettinger ha recentemente messo in guardia: “in molte capitali europee regna una completa sopravvalutazione delle proprie capacità economiche. Una sorta di arroganza” [10]. 

All’inizio di questa settimana Werner Hoyer, l’ex Ministro degli Esteri Federale e ora Presidente della Banca Europea per gli Investimenti (BEI), è stato citato per aver dichiarato che gli Stati dell’UE che:

“… da 15 anni stanno perdendo competitività e, allo stesso tempo, investono ogni anno l’1,5% in meno del PIL in ricerca e sviluppo. Non stiamo recuperando terreno, anzi! Stiamo scivolando ancora più indietro” [11]. 

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Note:

[1] Ulrich Ladurner: Mehr Mut zur Weltmacht. zeit.de 01.10.2020.

[2] Gerd Müller, Werner Weidenfeld: Die EU hat das Zeug zur Weltmacht. welt.de 21.10.2020.

[3] Werner Weidenfeld: Thinktank: Die verhinderte Weltmacht. welt.de 08.03.2003. S. dazu Wille zur Weltmacht.

[4] 53 Prozent urteilten “Nein”, 4 Prozent antworteten “Weiß nicht”. Internationale Politik 1/2021. S. 5.

[5] Daniela Schwarzer: Europas geopolitischer Moment. In: Internationale Politik 1/2021. S. 18-25.

[6] David Jalilvand: Verzagte Vermittler. In: Internationale Politik 1/2021. S. 38-40.

[7] Amaka Anku: Suboptimale Subsahara-Politik. In: Internationale Politik 1/2021. S. 41-43.

[8] S. dazu Der große Ungleichmacher.

[9] Der Anteil Nordamerikas fiel zugleich von 31 auf 22,8 Prozent. Internationale Politik 1/2021. S. 26.

[10] Thomas Sigmund: “Es gibt in vielen europäischen Hauptstädten eine völlige Selbstüberschätzung der eigenen Wirtschaftskraft”. handelsblatt.com 16.11.2020.

[11] Michael Maisch, Hans-Peter Siebenhaar: Werner Hoyer: “Wir holen nicht auf, wir fallen zurück”. handelsblatt.com 04.01.2021.

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Link Originale: http://vocidallagermania.blogspot.com/2021/01/i-sogni-troppo-ambiziosi.html

Scelto e pubblicato da Franco