Onori e oneri al tempo del virus: manleva, CTU, scudo penale e attitudine al comando

di Carloalberto Rossi e Giorgio Saibene

Una notizia confusa ma pubblicata da fonti autorevoli (Huffington Post, a firma De Angelis) ci racconta che la prima video-riunione della task force consultiva (perdonate l’orrendo ossimoro) guidata dal super manager Vittorio Colao avrebbe consumato alcune ore in una discussione sulla manleva a cui questi consiglieri scelti dal premier Conte evidentemente ritengono di avere diritto.

La manleva è un istituto del diritto privato in cui una parte concede ad un’altra di tenerla indenne delle conseguenze patrimoniali di una responsabilità contrattualmente assunta, ad esempio una società può manlevare un amministratore delegato per gli eventuali danni futuri causati anche a terzi da una sua scelta manageriale. Certamente non serve una laurea in giurisprudenza per comprendere che questo non può limitare la possibilità del danneggiato di ottenere il suo giusto indennizzo, e altrettanto certamente questo non può in alcun modo limitare le responsabilità penali del soggetto manlevato.

Quale responsabilità patrimoniale può essere contestata ad un componente di un comitato consultivo, che cioè deve proporre soluzioni e consigli ad un decisore esterno, in questo caso il premier Conte o, e sarebbe meglio, il Governo nella sua collegialità?

Quale applicabilità può avere un istituto tipico del diritto privato nella cosa meno privata che possa esistere, e cioè l’azione di governo di un paese?

E poi, secondo il nostro diritto costituzionale e il nostro diritto pubblico (sempre che abbiano ancora un qualche significato, visto che il governo Conte, disponendo la sospensione dell’attività giudiziaria, ha di fatto classificato la giustizia tra le attività non essenziali), quale organo decisionale dello Stato potrebbe concedere tale manleva, e quindi assumersi la relativa responsabilità patrimoniale?

Infine, che rilevanza economica potrebbero avere, nell’economia generale dell’epidemia e dei vari provvedimenti ad essa collegati, i consigli di una banda di avvocati, psicologi e psichiatri sul come e quando riaprire le attività economiche, quando il danno vero e inestimabile è stato causato dalla decisione di chiuderle, quelle attività, e di averlo fatto in maniera discriminante e confusa, per di più ben al di fuori di un quadro normativo e di poteri decisionali chiaro e accettato?

Quello che appare evidente al cittadino (in realtà da qualche tempo ridotto più semplicemente a suddito) è che questi bei signori, quasi tutti dipendenti pubblici scelti uno per uno da un premier che non sa decidere ma solo mediare, invece di proteggere gli interessi del paese, per ora si stanno impegnando principalmente a proteggere esclusivamente se stessi, o come si dice ormai in ogni ambiente “a pararsi il culo”, e lo fanno impiegando il tempo che viene loro lautamente pagato dal contribuente, che inoltre dovrà sopportare ancora una volta anche  i danni causati alla sua economia individuale dalle decisioni da loro non prese nei tempi dovuti.

I nostri  ineffabili consiglieri, candidati a salvatori della Patria, scelti perché vicini al potere, sono e si comportano di fatto come la parte più di successo del ceto professionale italiano, cioè quelli che prosperano grazie alle immancabili e ben remunerate CTU, cioè di quelle perizie tecniche affidate dal giudice nel rito civile (e a carico delle parti) che hanno gradualmente privatizzato il giudizio civile, trasferendo gran parte del lavoro a sedicenti professionisti, a volte con la sola ed evidente qualità di essere conosciuti dal giudice stesso, senza che questo possa portare loro particolari responsabilità. Tutti contenti, giudici e professionisti, molto meno le parti, cioè i richiedenti giustizia, che si trovano a dover obbligatoriamente pagare per perizie spesso banali ma spesso tariffate in proporzione al valore della causa.

Quasi la stessa situazione l’abbiamo vista con la richiesta del cosiddetto “scudo penale” per l’ILVA di Taranto, ragionevolmente concesso dallo Stato al subentrante acquirente di un impianto a ciclo continuo riconosciuto fuori norma e che non può essere rimesso a norma se non in un lungo periodo di tempo, poi cancellato per furore giacobino, e poi immediatamente richiesto proprio dai funzionari pubblici non appena ventilata la possibilità di rinazionalizzazione dell’azienda.

Insomma la nostra presunta classe dirigente è pronta ad assumersi responsabilità di comando solo se le suddette responsabilità sono mitigate o cancellate da apposite norme o clausole, e il negoziato per questo tipo di incarichi si svolge principalmente proprio su quelle esenzioni, mentre il compenso spesso scompare dai radar, perché la prestazione è a volte annunciata come gratuita (come nel caso del commissario Arcuri) salvo l’ingaggio di decine e decine di molto onerosi collaboratori a scelta esclusiva del gratuito commissario.

Lo stesso premier, dimostratosi finora mediatore più che comandante, ha costruito per la gestione di questa crisi un sistema che sembra ispirato dai modelli organizzativi previsti da leggi come quelle sul riciclaggio e sulla responsabilità penale delle imprese, dove l’esistenza di una serie di foglie di fico costituite da comitati di consulenti eccellenti (professori universitari o ex magistrati o ex ufficiali) e la creazione di “modelli organizzativi” riconosciuti conformi ai suggerimenti delle associazioni di categoria pertinenti (associazione dei presunti colpevoli, non dei presunti professori) finisce per attenuare la responsabilità penale del legale rappresentante o dell’azienda stessa. Un ottimo sistema per creare consulenze d’oro per i pensionati della pubblica amministrazione, ma al contempo un modo evidente per ridurre proprio quelle responsabilità che nell’enunciato del legislatore si vorrebbero aumentare.

Infatti, per tornare al governo e alla gestione della crisi, la nomina di nuove commissioni consultive scientifiche oltre a quelle già esistenti nell’ordinamento (si pensi a ISS e CSS), commissari e sub commissari, fino all’assurdo di un funzionario pubblico, inviato dal governo in una contraddittoria organizzazione internazionale, da questa mandato a rappresentarla in Italia (cioè per dire allo stesso governo cosa fare sulla materia), che dopo alcune incomprensioni iniziali viene ingaggiato come consulente del ministro di linea e pure vantato come parere indipendente nelle conferenze stampa, ha artatamente creato un sistema di dispersione delle responsabilità, con il premier che promette di eeguire le scelte fatte da presunti esperti scelti dal premier stesso, che si pavoneggiano nelle trasmissioni televisive e nelle conferenze stampa anticipando come opinioni personali le future decisioni del governo, spesso all’evidente scopo di testare la reazione degli alleati di  governo o del paese più in generale, purtroppo ormai rappresentato solo da prezzolati giornalisti, che i parlamentari, secondo la nostra costituzione indipendenti dal vincolo di mandato, vengono multati dai vigili urbani se solo osano uscire di casa.

A fronte di questa molliccia e grottesca rappresentazione di una struttura decisionale pubblica nel momento dell’emergenza, ben raffigurata da un premier quasi singhiozzante che in conferenza stampa invitava i giornalisti a proporre soluzioni che lui non aveva, qualcuno di molto influente ha inserito nella roulette la pallina di Vittorio Colao, un dirigente dal curriculum eccezionale a livello mondiale. Colao è un tecnico di successo in quella materia che più manca oggi in Italia: la direzione di organizzazioni complesse; e probabilmente nelle sue note caratteristiche un ufficiale selezionatore della Scuola Militare Alpina di Aosta (la scuola dove si formano gli ufficiali degli alpini) a suo tempo ha scritto: “possiede una spiccata attitudine al comando”.

Chiunque abbia esercitato il comando, anche solo di un equipaggio di una piccola barca a vela in navigazione d’altura con cattivo tempo, comprende che il primo pregio di un comandante è di dare sicurezza al suo equipaggio e tenerlo composto e disciplinato,  cosa che il comandante raggiunge tramite la sua calma, la sua competenza, la sua abnegazione verso l’interesse collettivo, dimostrate attraverso ordini secchi, chiari e comprensibili, ma soprattutto realizzabili con le forze e le competenze di quell’equipaggio, senza mostrare esitazioni o continui cambiamenti di rotta, indicando obiettivi raggiungibili e verificabili da tutti: a quel punto il mare non sembra più così cattivo e la barca sembra abbastanza robusta, e prima o poi si arriva in un porto sicuro. Poi ci sono comandanti che spiegano cosa intendono fare e perché hanno fatto quella scelta, e altri che non parlano proprio, questo dipende dallo stile e dal carattere. Ma se un comandante si mostra in difficoltà, comincia a strillare ordini confusi, si agita e chiama alla radio cercando soccorso, insomma si mostra preoccupato per la propria incolumità, allora non funziona più niente, l’equipaggio si scoraggia e la navigazione rischia di diventare tragica.

Lo stato di emergenza non è previsto dalla nostra costituzione, che prevede solo lo stato di guerra, su cui si gioca la retorica politica in questi giorni, regolata dalla serie di decreti dell’emergenza Covid-19. Purtroppo nella nostra società per molti anni i riferimenti alla cultura e ai concetti stessi di comando, di gerarchia, di disciplina, e di autorità, per non parlare di sacrificio, se non addirittura di dovere verso il Paese e, appunto, di responsabilità, sono stati a lungo esecrati perché considerati residui impresentabili di un’altra stagione politica. Concetti che sono stati sostituiti con “i diritti”, la mediazione, la trattativa, il parliamone, l’esenzione della responsabilità, la manleva appunto. A scuola a Colao insegnavano la storia di Salvo d’Acquisto, ai suoi figli insegnano la storia di Saviano.

Per questo è facile comprendere come la discussione del gruppo di esperti voluti da Conte sia estranea alla cultura di Colao, e anzi è lecito sospettare che la notizia in merito sia stata fatta filtrare da una mano amica proprio per neutralizzare quel muro di gomma di ciarlatani assemblati apposta per distribuire prebende ed evitare l’ombra ingombrante del personaggio.

Visto che Vittorio Colao nella sua illustre carriera è stato l’amministratore delegato della più rilevante multinazionale inglese dei tempi moderni, possiamo prendere un esempio dalla storia inglese per comprendere come la discussione sulla manleva sia esattamente fuori luogo, e anzi rappresenti esattamente il sintomo di come l’organismo della società italiana e del suo governo, prima ancora che dal coronavirus, sia afflitto da ben altra comorbilità.

Lord Nelson, come Primo Lord dell’Ammiragliato Britannico, armava a sue spese le navi da guerra di proprietà della Corona per fare la guerra alla flotta di Napoleone e in cambio aveva il diritto di bottino che divideva con i suoi equipaggi. Se avesse perso una nave sarebbe stata una grave perdita per la Corona, ma lo sarebbe stata anche per lui, che tutto l’armamentario di viveri, vele, cordami, palle e polvere da sparo, uniformi, diciamo il capitale circolante, era un suo investimento. La sua remunerazione, il suo compenso erano il bottino e la gloria (vale a dire la possibilità di più elevati incarichi), il suo rischio erano la sconfitta e il fallimento economico della sua impresa, il dileggio dello sconfitto e magari anche la sua personale sopravvivenza, dato che allora era praticamente impossibile dirigere una battaglia senza essere esposto al fuoco nemico. Ma, se fosse stato ritenuto vigliacco o traditore sarebbe stato portato su una pubblica piazza e lì sarebbe stato impiccato, sventrato e squartato, e la sua testa sarebbe stata esposta alla Torre di Londra e tutti i beni del suo casato sarebbero rientrati alla Corona, risolvendo così definitivamente il problema della responsabilità, incluso quella patrimoniale.

Ma Horatio Nelson, Duca di Bronte, fece una fine migliore, e a soli 47 anni morì in battaglia a Capo Trafalgar, caduto nell’adempimento del dovere, al comando della flotta inglese con uno stendardo che garriva sul pennone più alto della sua nave con su scritto “L’Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il proprio dovere”, e adesso la sua statua sta su una imperiosa colonna al centro di Trafalgar Square, la piazza che celebra la sua vittoria che diede il dominio sui mari alla flotta britannica.

Il contratto che legava Lord Nelson alla Corona era costruito sui rischi del risultato e sul compenso. Per vincere le guerre, anche quelle pomposamente chiamate tali dalla retorica di chi cerca di mascherare la propria pusillanimità, servono uomini coraggiosi che si assumano le proprie responsabilità, non sensali intriganti timorosi di rimettere qualcosa, anche se per propria colpa o incapacità, e questo non è un problema solo per il coronavirus, ma più in generale di tutta la società italiana, che comunque, e non solo in questo periodo, anch’essa si augura che ognuno faccia il proprio dovere.

Carloalberto Rossi e Giorgio Saibene