Questa volta Trump ha avuto ragione. L’Iran è giunto alla fine della strada (è in bancarotta e bisognoso di un grande accordo).

La bandiera degli Stati Uniti e il dollaro possono anche essere bruciati ma, nonostante la retorica anti-americana, Teheran ha esaurito tutte le sue opzioni

Ambrose Evans-Pritchard per The Telegraph

Il regime clericale iraniano è stato sconfitto dall’enorme potere finanziario degli Stati Uniti e dallo spettacolare cambiamento nell’”equilibrio globale energetico” creato dagli idrocarburi di scisto.

Il collasso economico ha messo in luce i limiti dell’espansione imperialista sciita. Gli Ayatollah sono giunti alla fine della loro strada.

Per la prima volta Teheran è stata ritenuta responsabile di quell’oscura campagna fatta di interventi militari e di terrore, portata in tutto il mondo dai suoi “agenti per procura”.

Uccidendo colui che era allo stesso tempo “mente” e ”braccio” di questa dottrina, Washington ha (inaspettatamente) aumentato, fino a livelli proibitivi, il suo costo.

Ray Takeyh del “Council on Foreign Relations” — voce dell’establishment diplomatico americano normalmente contrario a Donald Trump — ha affermato che l’Iran si è svegliato scoprendosi improvvisamente privo della sua immunità.

“È una cosa del tutto positiva”, ha concluso.

Le voci che girano su uno shock nell’approvvigionamento di petrolio, o su una conflagrazione mediorientale, sono del tutto prive di fondamento.

L’attacco missilistico pro-forma contro le forze statunitensi site nelle basi di Ain al-Assad ed Erbil in Iraq — apparentemente studiato per evitare  vittime — è un motivo di de-escalation.

Trump ha affermato che: “L’Iran sembra intenzionato ad allentare la tensione”.

Ray Takeyh ha anche affermato che l’Iran non è più in grado di condurre la sua “guerra asimmetrica” con molta efficacia.

Ha dovuto razionare armi e finanziamenti ai suoi “delegati regionali”, subendo un palese contraccolpo in tutto il mondo arabo.

I mercati hanno giudicato correttamente gli ultimi eventi. Il brent e l’oro hanno sbadigliato, mentre l’indice “S&P 500” di Wall Street è al top della giornata.

Potrebbe anche essere che l’Iran abbia formidabili strumenti di guerra informatica, o armi ad “impulsi elettromagnetici” (EMP) dispiegate su satelliti o palloni-sonda, in grado di “spegnere” i sistemi energetici mondiali.

Ma come potrebbe Teheran usare un tale arsenale senza rischiare di essere annichilita da questa Casa Bianca?

Il vantaggio asimmetrico è passato a Washington. Su questo ho dovuto cambiare idea.

Il FMI afferma che l’Iran abbia subito un “drammatico peggioramento delle condizioni macroeconomiche” negli ultimi due anni.

Il PIL si è contratto del 9,5% lo scorso anno, mentre l’inflazione si è avvicinata al 40% — il rial, peraltro, non ha alcun valore sul mercato parallelo (che poi è quello vero).

Mai una crisi del genere era stata vista in Iran a partire dalla Seconda GM, quando la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica l’invasero per fermare la dinastia Pahlavi, che era filo-tedesca e riforniva i nazisti.

Il quarantennale e corrotto regime islamico ha esaurito sia il suo slancio rivoluzionario che il suo margine di sicurezza politica.

Da novembre, circa 1.500 persone sono state colpite ed uccise in tutto il paese nelle manifestazioni di protesta per la decisione del Governo di triplicare i costi del carburante.

Per queste vittime, sono stati banditi i funerali pubblici.

Possiamo solo immaginare quello che il popolo ha pensato davvero del rito funebre (lungo quattro giorni) messo in scena per il Gen. Qassam Soleimani — il repressore-in-capo, l’uomo che ha sprecato lo scarso denaro del paese intervenendo con costi rovinosi in quattro guerre civili arabe (ed una quinta in Afghanistan).

Le sanzioni americane hanno ridotto al minimo le esportazioni petrolifere dell’Iran. Westbeck Capital stima che le vendite siano scese a 300.000 b/g, da un picco di 2,8 milioni b/g dell’aprile 2018.

Le sanzioni internazionali dell’era Obama non erano mai andate così lontano, nonostante fossero abbastanza dolorose.

Gli europei potrebbero voler difendere l’accordo sul nucleare e fornire un’ancora di salvezza economica all’Iran, ma si sono dimostrati incapaci di farlo.

Nessuna società europea osa sfidare lo “US Treasury’s Office of Foreign Assets Control”, aduso a schiantare i suoi nemici soffocandoli finanziariamente.

Chi rifiuta di seguire la linea viene escluso dal “mercato dei capitali internazionali” e dal “sistema di pagamento in dollari”.

Il Ministro delle Finanze francese, Bruno Lemaire, non può far molto più che digrignare i denti davanti a quella che ha definito la “condizione di vassallaggio” europea.

Nemmeno la Cina ha varcato la linea. Dopo che la compagnia energetica statale “Zhuhai Zhenrong” fu sanzionata da Washington, lo scorso anno, le altre sono state molto più attente.

Le raffinerie cinesi sono passate alle forniture saudite perché Pechino ha rifiutato di far parte di un’alleanza anti-Trump assieme all’Iran.

E’ vero che la Cina ha acconsentito ad un investimento pari a 280 miliardi di dollari (a tassi politici) per rilanciare l’industria estrattiva e petrolchimica iraniana nel corso dei prossimi 25 anni, ma è un fatto eccezionale.

Non succederà nulla fino a quando l’Iran e gli Stati Uniti saranno in guerra. Gli ayatollah hanno imparato che la solidarietà di facciata, meramente simbolica, conta ben poco.

L’Iran, inoltre, non può schierare la sua “arma nucleare” petrolifera.

Se anche fosse in grado di chiudere lo “stretto di Hormuz” e arrestare il 20% dell’offerta mondiale di greggio, con questo ferirebbe l’Europa, l’India e la Cina.

Innescherebbe al contempo una crisi economica globale che quasi sicuramente garantirebbe la fine dello stesso regime clericale .

Fra le Grandi Potenze, la meno colpita — o almeno l’ultima a restare in piedi — sarebbe l’America.

Gli Stati Uniti, in effetti, non dipendono dal petrolio del Golfo Persico.

L’anno scorso sono diventati esportatori netti d’idrocarburi per la prima volta dall’inizio degli anni ’70, quando ebbe inizio l’attuale sistema per la rilevazione dei dati.

Il solo bacino di scisto del Texas Occidentale, il Permiano, supera largamente il gigantesco giacimento saudita di Ghawar.

Gli Stati Uniti non sono strettamente autosufficienti perché producono il tipo di petrolio “sbagliato”.

Il petrolio di scisto è molto “leggero”, mentre le raffinerie americane sono più orientate verso il greggio importato, “pesante” e di bassa qualità [ad esempio quello venezuelano che, opportunamente mixato, garantirebbe la funzionalità degli impianti, ndt].

Ma, con un po’ di “tira e molla” sulle riserve petrolifere strategiche, gli Stati Uniti potrebbero resistere senza problemi a qualsiasi shock.

Come misura estrema, Trump potrebbe imporre un embargo sulle esportazioni di petrolio ed accumulare la produzione interna. Ciò significherebbe portare la dottrina “America First” fino a nuovi livelli ….. ma è pur sempre una cosa possibile.

Un decennio fa gli Stati Uniti importavano 10 milioni b/g e si sentivano “suonare le campane,” a Washington, per la sicurezza energetica e per il deficit delle Partite Correnti.

Oggi, invece, sono il più grande produttore mondiale di gas naturale e di greggio.

Lo scisto, inoltre, ha un ulteriore vantaggio. Il fracking [tecnica d’estrazione] è un’operazione a ciclo breve. Le trivelle possono avviare o fermare la produzione d’idrocarburi in brevissimo tempo.

Ogni volta che i futures sul petrolio entrano nella gamma che va da 55 a 60 usd/b, le società petrolifere bloccano i “contratti di copertura” e tornano in azione. Tutto questo ha stravolto il vecchio “ciclo del petrolio” e detronizzato l’OPEC.

Oggi l’industria estrattiva è in pausa e la metà degli impianti di fracking statunitensi sono inattivi.

Nel sistema c’è un po’ di stanchezza, ma le trivelle  potrebbero (ed i produttori vorrebbero) aumentare la produzione di ulteriori 2milioni b/g in brevissimo tempo, con il giusto segnale sui prezzi.

C’è preoccupazione perché alcuni petrolieri hanno superato il punto oltre il quale non riescono più ad andare avanti. Altri si sono lamentati dei prezzi deboli.

Tuttavia, i frackers hanno più e più volte sfidato le aspettative. I sauditi, nel 2014, pensarono di spezzare la “rivoluzione americana dello scisto” inondando di petrolio il mercato globale.

Ma riuscirono solo a frantumare il loro modello di business e il loro sistema di welfare, “dalla culla alla tomba”. Dopo aver bruciato 250 miliardi/usd di riserve estere i sauditi gettarono la spugna.

Ed ora, i frackers si son tolti di dosso anche gran parte della leva politica dell’Iran.

Il Presidente Trump “non è nella mia tazza da tè diplomatica” ma, in quest’occasione, devo concedere (con mia grande sorpresa ) che potrebbe aver centrato il bersaglio.

Ha dimostrato che l’Ayatollah è nudo.

Inoltre, con il suo eccentrico modo di fare sta offrendo al popolo iraniano un accordo strategico e una via d’uscita economica: “….. un accordo che consenta all’Iran di prosperare e di sfruttare il suo enorme potenziale. Vogliamo che il popolo iraniano abbia il grande futuro che merita”.

Quel “grande accordo” dovrebbe essere molto allettante per un Paese prostrato, quasi in bancarotta.

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Link Originale: https://www.telegraph.co.uk/business/2020/01/08/trump-right-time-bankrupt-iran-has-reached-end-road-needs-grand/

Scelto e tradotto da Franco