Alla fine la strana coppia si è divisa

Patrick J. Buchanan per The American Conservative

L’improvviso e rancoroso licenziamento di John Bolton era in realtà inevitabile.

La visione del mondo di Bolton, formatasi ai tempi della Guerra Fredda (conclusa nel 1991), era assolutamente incompatibile con le politiche promesse da Donald Trump nella sua campagna elettorale (2016).

Trump fu eletto perché fautore di una politica estera che ripudiava tutto ciò che Bolton aveva sempre sostenuto fin dai tempi di quella Guerra.

Trump voleva cancellare la 2a Guerra Fredda con la Russia, rapportarsi con Vladimir Putin e districarsi dalle guerre in Medio Oriente, nelle quali Bolton e i neocon fecero così tanto per far precipitare gli Stati Uniti.

Quando Trump chiedeva ai paesi della Nato e agli alleati (come Corea del Sud e Giappone) di cominciare a pagare per la propria difesa Bolton, al contrario, continuava a credere nel ruolo e nelle responsabilità globali dell’America, ultima superpotenza e custode del Nuovo Ordine Mondiale.

Trump, a differenza di Bolton, voleva concedere alla Corea del Nord un’opportunità per porre fine al suo isolamento, trattando con Kim Jong Un per convincerlo a rinunciare alle armi nucleari, in cambio della completa riammissione in quel mondo cui Pyongyang voltò le spalle dopo la 2a Guerra Mondiale.

Bolton, nell’accettazione passiva della ripresa dei test missilistici a corto raggio (lo scorso mese di agosto), ha sicuramente intravisto dei segni di appagamento nei riguardi di Kim Jong Un.

Per Bolton, denunciare l’accordo sul nucleare iraniano di Barack Obama doveva essere il primo passo verso uno scontro per distruggere il regime di Teheran. Per Trump, invece, doveva essere il primo passo per un accordo migliore da negoziare con l’Iran.

Il duro atteggiamento di Bolton per imporre la volontà americana (dal Baltico Orientale all’Ucraina, dal Mar Nero al Medio Oriente, dal Golfo Persico all’Afghanistan e fino alla penisola coreana), se necessario fino al conflitto, non trova oggi alcun sostegno dall’elettorato americano.

È solo fra le élites dei think tank della Beltway, fra i Generali che gestiscono la sicurezza nazionale, fra gli interventisti Liberal presenti nei media ed infine nella gerarchia del GOP che possiamo trovare gli echi di Bolton.

Il resto del paese è andato avanti. Vuole porre fine alle guerre infinite e rimettere l’America al primo posto.

Nei dibattiti dei Democratici è il cambiamento climatico – ovvero lo scioglimento delle calotte polari dell’Artico e della Groenlandia – a rappresentare la vera “minaccia esistenziale”.

Solo la Rep. Tulsi Gabbard ha focalizzato la sua attenzione sulla politica estera. Ma su posizioni antitetiche rispetto a Bolton. Lei è un’anti-interventista che vuol porre fine alle guerre e riportare a casa le truppe.

Tuttavia, dopo il licenziamento di Bolton il problema per Trump è questo: non ha ancora potuto mantenere quello che aveva promesso nel 2016.

Sotto l’Amministrazione Trump, invece di concentrarsi sui summit con Putin, gli Stati Uniti e la NATO hanno inviato ulteriori forze nel Baltico Orientale.

Abbiamo lasciato scadere gli accordi strategici USA-Russia sui missili ed abbiamo inviato aiuti militari in Ucraina per combattere i ribelli filo-russi del Donbass.

E’ Bibi Netanyahu, non Trump, a tenere incontri con il Presidente Russo. Egli è di nuovo a Mosca, questa settimana, e ha attaccato un enorme poster di se stesso assieme a Putin nel quartier generale del suo Partito, il Likud, a Tel Aviv.

Mentre noi inserivamo Putin nella lista nera, Bibi al contrario si affidava a Vlad per portare a casa il voto russo-ebraico nelle elezioni israeliane della prossima settimana.

Abbiamo ancora le nostre truppe in Siria ed Iraq e siamo più vicini alla guerra con l’Iran rispetto al giorno in cui Trump entrò in carica.

Una guerra del genere diventerebbe l’evento decisivo della presidenza di Trump e lascerebbe gli Stati Uniti virtualmente legati per sempre al Medio Oriente.

Le speranze di Trump per un ritiro negoziato di tutte le forze statunitensi dall’Afghanistan, entro la fine del suo primo mandato, hanno subito un duro colpo con la recente cancellazione del vertice di Camp David con i Talebani.

L’ex Segretario alla Difesa James Mattis ha gettato acqua fredda, questa settimana, sull’idea di riportare a casa le nostre truppe.

In Afghanistan dobbiamo tenere “gli scarponi sul terreno”, ha detto Mattis. Non possiamo lasciare le forze afghane a combattere da sole contro i terroristi:

“Dobbiamo restare vicini a quei paesi che non sono ancora pronti a fare da soli ….. dobbiamo tenere abbastanza ‘stivali a terra’ per non restituire il terreno al nemico che ci aveva attaccato”.

Quello che Mattis sta cercando di dirci è che l’obiettivo di Trump comporta un rischio troppo grande e che, di conseguenza, le truppe statunitensi in Siria, Iraq e Afghanistan dovrebbero continuare ad essere impegnate fino a quando sarà necessario.

La Corea del Nord continua a testare missili che potrebbero non essere in grado di colpire gli Stati Uniti, ma potrebbero colpire le truppe e le basi statunitensi in Corea del Sud e Giappone.

Se entro il 2020 Kim Jong Un rifiutasse ancora di rinunciare alle armi nucleari, se l’Iran tornasse ad arricchire l’uranio, se continuassero senza sosta le atrocità dei Talebani ….. ebbene le truppe statunitensi dovrebbero restare in Iraq, Siria e Afghanistan nello stesso numero in cui lo sono oggi.

Ma Trump, cosa ne pensa?

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Nota del Traduttore

Per correttezza, i mancati vertici con Putin non sono dipesi dalla volontà di Trump ma dai forsennati attacchi del Deep State, come la confessione di Muller ha ampiamente dimostrato.

I colloqui fra Israele e Russia rientrano nella normalità, non solo per la gestione di quel disgraziato angolo di mondo, ma anche perché ca. 1/3 degli israeliani è di origine russa e comunque vicino alle posizioni di Netanyahu.

Rispetto la posizione del Gen. Mattis, di cui è stato recentemente pubblicato un estratto biografico. Certo, è troppo “militare” e poco “politico”.

Ma sono d’accordo con lui, ad esempio, sul fatto che gli Stati Uniti non si debbano ritirare dal Medio Oriente, lasciando in balia dei turchi le forze curde che, quasi da sole, si son battute contro quelle dell’Isis, pagando un grandissimo contributo di sangue.

Certamente a difesa di sé stessi, ma anche delle posizioni Occidentali.  

Non nascondo, infine, un po’ di tristezza nel prendere atto che l’”America First” di Trump sembrerebbe prevedere nient’altro oltre questo interesse — e che il licenziamento di Bolton (assieme alle posizioni assunte da Mike Pompeo) potrebbe essere propedeutico alla fine delle spinte sovraniste in Europa.  

Qualsiasi apertura di fiducia verso l’Amministrazione Trump (ai fini dell’Italexit) assume, in questo frangente, un aspetto più che altro fideistico.

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Link Originale: https://www.theamericanconservative.com/buchanan/finally-the-odd-couple-splits/

Scelto e tradotto da Franco

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