Marco Polo è tornato di nuovo in Cina

Nota redazionale: siamo stati fra i primi blog a presentare un articolo  sull’adesione italiana alla BRI, intuendone l’impatto sia sulla politica interna che su quella euro-atlantica. Al primo articolo di Breitbart è seguito l’intervento di Mitt Dolcino che attacca la posizione italiana ritenendola autolesionistica  e incomprensibile. L’articolo che presentiamo è del notissimo Pepe Escobar che, su Asia Times, parla ancora della questione Italia/BRI, ma vista dall’altra parte della barricata. Interessanti le opinioni presentate, anche se lacunose alla luce dei rapporti bilaterali Italia/Stati Uniti. Lasciamo ai commenti dei lettori eventuali puntini sulle “i”.    


Tutte le strade portano a Roma, da quando l’Italia ha espresso il suo amore per la cinese “Road and Belt Initiative” [BRI]. Il 22 Marzo il Presidente Xi Jinping arriverà in Italia per una visita ufficiale e il tema principale del convegno sarà la “Nuova Via della Seta”, la BRI.

Da notare che il giorno prima, a Bruxelles, l’UE discuterà una comune strategia per gli investimenti cinesi in Europa.

Una parte consistente dell’UE è già collegata di fatto con la BRI. Comprende la Grecia, il Portogallo e altri 11 paesi dell’UE appartenenti al “Gruppo 16 + 1” [Albania, Bosnia e Herzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia] cui aggiungere, agli effetti pratici, l’Italia.

Eppure è bastato che un semplice Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico italiano, Michele Geraci, abbia dichiarato al Financial Times che durante la visita di Xi verrà firmato un “memorandum d’intesa” a sostegno della BRI, perché si sia scatenato l’inferno alla Casa Bianca.

Il Financial Times non si è vergognato a definire la BRI come un “controverso programma infrastrutturale”. La BRI è al contrario un vasto progetto d’integrazione eurasiatico di lungo termine e, anzi, l’unico programma di sviluppo quasi-globale esistente sul mercato.

È un progetto particolarmente “controverso” per Washington perché il Governo degli Stati Uniti, come ho spiegato altrove, ha deciso di inimicarselo invece di approfittarne.

Un portavoce del “National Security Council” della Casa Bianca ha sminuito fino alla derisione la BRI, considerandola un progetto “fatto dalla Cina, per la Cina”. Ma non è così, altrimenti non meno di 152 Paesi – il numero è in crescita – e di Organizzazioni Internazionali non lo avrebbero formalmente approvato.

La risposta semi-ufficiale della Cina alla Casa Bianca, evitando per una volta le solite osservazioni diplomatiche del Ministero degli Affari Esteri, è arrivata tramite un anonimo e graffiante editoriale del Global Times, che accusa l’Europa di essere supinamente soggetta alla politica estera di Washington e ad un’Alleanza Transatlantica [Nato] che non è coerente con i suoi bisogni del 21° secolo.

Michele Geraci ha affermato l’ovvio. Il collegamento con la BRI consentirà di esportare più “Made in Italy” in Cina, come sostiene anche un signore che vive tra l’Europa e l’Asia con il quale, quando sono in Italia, discuto sempre e volentieri di BRI.

Per il consumatore cinese il fascino del “Made in Italy” – cibo, moda, arte, interior design, per non parlare di tutte quelle Ferrari e Lamborghini – non ha eguali, anche rispetto alla Francia. I turisti cinesi non ne hanno mai abbastanza di visitare Venezia, Firenze, Roma e di fare lo shopping a Milano.

Washington non può dare lezioni agli italiani sostenendo che il collegamento alla BRI minerebbe la posizione americana nella guerra commerciale con la Cina, considerando che una sorta di accordo Xi-Trump potrebbe davvero essere imminente.

Bruxelles, da parte sua, è già profondamente divisa e quindi irrilevante, soprattutto a causa della Francia.

Le imprese tedesche sanno benissimo che la Cina è il mercato di riferimento per il presente e per il futuro. Duisburg, l’importante centro nella valle della Ruhr, è in effetti uno dei più importanti terminali della “Nuova Via della Seta”.

Stiamo parlando del collegamento via treno-merci “Yuxinou”, lungo 11.000 km e attivo dal 2014. Da Chongqing e passando per Kazakistan, Russia, Bielorussia e Polonia arriva fino a Duisburg. “Yuxinou”, abbreviazione di Chongqing-Xinjiang-Europa, è uno dei corridoi-chiave della “Nuova Via della Seta” ed è destinato a diventare, nel prossimo decennio, un collegamento ad “alta velocità”.

Quasi un anno fa ho spiegato in dettaglio su Asia Times come l’Italia fosse già legata di fatto alla BRI. In sostanza, quale terzo paese europeo nel commercio navale,  è considerata il principale terminal BRI per l’Europa meridionale, la porta d’ingresso per le rotte di connettività da Est e da Sud e servirà anche, in modo economicamente vantaggioso, decine di altre destinazioni sia ad Ovest che a Nord.

Nel progetto è assolutamente fondamentale il rinnovo del sistema portuale del Nord-Est [essenzialmente Ravenna/Trieste], ovvero la canalizzazione delle linee di approvvigionamento provenienti dalla Cina che, attraverso il Mediterraneo, andranno verso Austria, Germania, Svizzera, Slovenia e Ungheria.

Il sistema portuale Trieste/Ravenna viene configurato come un super-porto alternativo a Rotterdam e ad Amburgo, anch’essi collegati alla BRI. Ho chiamato queste vicende la “Battaglia dei Superporti”.

Qualunque cosa ne possano pensare Washington, la City di Londra e persino Bruxelles, la BRI è una fondamentale questione d’interesse nazionale per l’Italia. Considerando l’intramontabile storia d’amore cinese verso tutte le manifestazioni del “Made in Italy”, il progetto sarà vincente per tutti.

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Pepe Escobar per Asia Times

Link Originale: https://www.asiatimes.com/2019/03/article/marco-polo-is-back-in-china-again/

Scelto e tradotto da Franco

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