La Grande Strategia di Pechino (costruire un ordine sino-centrico per le “economie socialiste di mercato”)

Dan Blumenthal per The National Review

L’obiettivo strategico di lungo termine del Partito Comunista Cinese è quello di rimuovere gli Stati Uniti dal ruolo di “paese più potente del mondo” e di creare, al contempo, un “Nuovo Ordine Mondiale” favorevole al marchio autoritario della politica cinese, ovvero alla sua “economia socialista di mercato”.

Xi Jinping vuol realizzare rapidamente questa grande aspirazione (che la Cina nutre fin dalla fine della Guerra Fredda) per poter essere considerato alla pari di Mao Zedong e Deng Xiaoping.

Il comportamento strategico della Cina è modellato dalla sua peculiare versione della politica leninista, che ha comportato dei compromessi in grado di minarne il percorso.

Di conseguenza, deve ora affrontare una crescita economica più lenta, delle turbolenze politiche e dei seri contraccolpi alla sua aggressività.

La politica di sicurezza nazionale di Pechino fu modellata come risposta alla caduta dell’Unione Sovietica e all’ascesa del “momento unipolare” dell’America.

Sotto Deng, i leader del PCC forgiarono una strategia volta a costruire ricchezza e potere, respingendo qualsiasi tentativo di formare una coalizione per contro-bilanciare gli Stati Uniti.

Sotto Xi la Cina sta facendo dei progressi strategici, ma una tale coalizione sta formandosi proprio contro di lui.

La preoccupazione cinese sulla sua sicurezza cominciò negli anni ’90. Le proteste nazionali del 1989, culminate con il massacro di piazza Tienanmen, furono eventi che minacciarono il regime.

Poco dopo arrivarono le sbilenche vittorie militari americane in Iraq e in Kosovo, seguite dall’ascesa di un nuovo stato-nazione democratico a Taiwan, appoggiato dagli Stati Uniti.

La presenza dell’alleanza statunitense davanti all’unica linea costiera della Cina, sede di tutti i porti cinesi, diventò di conseguenza semplicemente insostenibile.

La Cina vedeva la mano degli Stati Uniti dietro ad ogni evento mondiale che riteneva preoccupante — dalle “rivoluzioni colorate” negli ex stati-satellite sovietici alle Primavere Arabe e fino ai movimenti a sostegno dell’indipendenza del Tibet.

La Repubblica Popolare Cinese crede che la mancata riunificazione di Taiwan alla “madrepatria” porterebbe alla sua stessa fine e agisce di conseguenza con notevole fermezza.

Il PCC arrivò al potere dopo il “secolo dell’umiliazione”, durante il quale il Paese aveva perso territorio e sovranità a favore di alcune potenze straniere, subendo al contempo alcune distruttive guerre civili.

La sua legittimità si basa sul ribaltamento di quell’umiliazione. A tal fine, ha eliminato il “separatismo” in Tibet, Hong Kong e Xinjiang — e sta già tracciando simili linee-guida anche per Taiwan.

Dopo aver respinto le “ostili forze straniere” che lavoravano per staccare Hong Kong da Pechino, il PCC sta ora sostenendo che non permetterà ai “separatisti di Taiwan” e ai suoi alleati di mantenere l’isola permanentemente separata.

L’approccio di Deng Xiaoping e Jiang Zemin ai problemi del post-Tiananmen fu quello di costruire rapidamente una forte economia e di tradurre la ricchezza in potenza militare e diplomatica.

I due diedero vita a un compromesso politico: aumentare la ricchezza cinese con idee e capitali stranieri, in cambio di un allentamento dei controlli del PCC sull’economia.

In questo modo la Cina è diventata un centro di produzione internazionale, ma anche un Paese dipendente dal commercio marittimo.

Di conseguenza, ha costruito un esercito in grado di proteggere i suoi interessi commerciali, ma anche di ostacolare la potenza militare degli Stati Uniti e di “scoraggiare” l’indipendenza di Taiwan.

Pechino aveva convinto i leader statunitensi che la modernizzazione militare era la naturale conseguenza di un’economia in crescita.

Aveva anche aderito alla maggior parte delle organizzazioni internazionali, dando un preciso segnale del suo impegno verso l’ordine internazionale che gli Stati Uniti avevano costruito.

Gli organi di propaganda sottolineavano la sua “ascesa pacifica”. I leader politici e aziendali dell’Occidente erano ansiosi di beneficiare dell’enorme mercato cinese e di credere che la sua ascesa sarebbe stata pacifica.

Ma, una volta che Deng uscì di scena, la “nuova sinistra” cinese (nazionalisti e neo-maoisti) cominciò ad attaccare le sue riforme perché erano considerate un indebolimento del PCC.

Xi, per diventare il leader della Cina, cavalcò l’onda di questa nuova politica.

Dopo la crisi finanziaria del 2008 la strategia interna ed esterna di Pechino cominciò rapidamente a cambiare.

La Cina temeva di perdere i suoi grandi mercati d’esportazione e, quindi, cominciò a prestare somme massicce alle non redditizie imprese statali (il settore privato era stato lasciato fiorire durante il periodo delle riforme), caricandosi di un debito immenso.

Secondo un rapporto della “Commissione di Revisione Economica e di Sicurezza USA-Cina”, il debito totale, in percentuale del Pil, era del 139% nel 2008 e del 283% nel 2020.

Il settore statale, guidato dal PCC, cominciò di nuovo a dominare l’economia cinese. Il Partito non tollerava più controlli politici allentati in cambio di rapidi guadagni economici.

La Cina si trasformò man mano da “autocrazia dello sviluppo” (come lo erano state la Corea del Sud e Taiwan) a stato di polizia, anteponendo la sicurezza interna e i guadagni geopolitici alla crescita economica.

Ma la fine delle riforme di mercato non era l’unico problema che Pechino doveva affrontare.

Xi prese il potere in occasione di una crisi politica, quando Bo Xilai, figlio di un alleato-chiave di Mao (come lo stesso Xi), propose la sua candidatura per succedere a Hu Jintao al posto di Xi.

I leader del PCC intervennero rapidamente per far cadere Bo e la sua famiglia.

Xi, a quel punto, aveva davanti a sé un Partito diviso, corrotto, debole e in difficoltà.

Come condizione per assumere il potere in un periodo così difficile, Xi si assicurò un mandato che gli garantisse di poter intervenire duramente con purghe staliniste e campagne di rieducazione maoiste volte a imporre la disciplina di partito.

Si assicurò il sostegno anche per poter avviare una nuova e più assertiva politica estera.

I leader del PCC valutarono che, nonostante i problemi interni, si trovavano davanti a un’irripetibile opportunità strategica per minare gli Stati Uniti, ritenuti in declino sia per la cattiva gestione economica che per le costosissime guerre.

Xi annunciò che la Cina era entrata in una “nuova era geopolitica” durante la quale sarebbe diventata la leader globale.

Come ho scritto nel mio libro “The China Nightmare”, Xi disse che “… in questa nuova era spetta al popolo asiatico gestire gli affari dell’Asia, risolvere i problemi dell’Asia e sostenere la sicurezza dell’Asia”.

Non disse, ma lasciò capire, che se gli Stati Uniti si fossero ritirati dalla regione la Cina avrebbe dominato gli “affari asiatici”.

Pechino, di conseguenza, non nasconde più le sue capacità e le sue ambizioni come durante il governo di Deng.

Xi è intenzionato a riportare la Cina al “centro della scena geopolitica” e a plasmare un nuovo “ambiente favorevole per … costruire … un grande e moderno paese socialista, sotto tutti gli aspetti”.

Xi e gli altri leader del PCC hanno delineato quattro elementi-chiave della strategia cinese:

— In primo luogo, creare nuove “reti di partnership strategiche” per sostituire il sistema di alleanze “ineguali” degli Stati Uniti. Spesso, questa diplomazia si riferisce alla “costruzione di una comunità dal destino comune”. I leader del PCC sostengono che un Ordine Mondiale Cinese sia universalmente vantaggioso.

— Secondo, la Cina deve diventare la nazione tecnologicamente più avanzata del mondo.

— Terzo, la Cina deve costruire un esercito di prima classe.

— Quarto, la Cina deve rivitalizzare uno statecraft ideologico e dell’informazione per sovvertire e indebolire i suoi avversari.

Sheena Chestnut Greitens, in una recente dichiarazione davanti alla “Commissione di Revisione Economica e di Sicurezza USA-Cina”, ha affermato che già nel 2014 Xi aveva avvertito che il PCC stava affrontando “i fattori interni ed esterni più complicati della sua storia” e che queste minacce erano “interconnesse” e potevano essere “attivate reciprocamente”.

Ma, a differenza degli Stati Uniti, quando la Cina deve affrontare dei problemi interni finisce con l’intensificare le tensioni internazionali, contando sui successi in politica estera per rafforzare il sostegno al Partito.

Anche se l’analogia è lontana dall’essere perfetta (qualcuno, però, ricorderà la politica estera di Mao, che diventò più radicale durante le devastazioni della Rivoluzione Culturale), Xi ha scelto di combattere con gli Stati Uniti, l’India, l’Australia e l’Europa proprio per rispondere ai suoi problemi interni — in particolare a un’economia che sta affrontando enormi venti contrari dovuti alla pandemia del Covid-19.

I risultati del cambio di strategia sono stati contrastanti.

La Cina qualcosa ha indubbiamente guadagnato: ha il controllo effettivo del Mar Cinese Meridionale, ha accelerato i suoi piani di modernizzazione militare, ha cambiato l’equilibrio di potere regionale e rafforzato la sua capacità di costrizione su Taiwan.

Inoltre, durante la pandemia, ha dimostrato la sua capacità di manipolare le informazioni, di piegare alla sua volontà organismi internazionali come l’OMS e d’intimidire quei Paesi che muovono critiche alla Cina.

Ha esercitato con successo anche il suo potere di mercato (ad esempio, contro Wall Street, Silicon Valley, NBA e Hollywood) per ammorbidire le risposte alla sua malvagità.

Tutto questo si è risolto  in un accesso continuo al capitale e alla tecnologia degli Stati Uniti — nonostante Pechino abbia eliminato la democrazia a Hong Kong e continui a distruggere impunemente le religioni e le culture degli Uiguri, dei Tibetani e delle altre minoranze.

Ma Xi sta affrontando molte obiezioni e, a volte, anche una coordinata resistenza internazionale. Un numero crescente di Paesi asiatici, in effetti, è disposto a cooperare con gli Stati Uniti.

Pechino è molto preoccupata che gli Stati Uniti possano rafforzare la nascente coalizione per privarla di materie prime e tecnologie critiche — la Cina è altamente dipendente dalle importazioni. Dall’agricoltura all’energia e fino alle tecnologie avanzate.

Ad esempio, si affida ancora a compagnie straniere per la maggior parte dei suoi bisogni di semiconduttori di fascia alta.

Se è vero che la Cina stia ponendo una formidabile sfida alla leadership globale degli Stati Uniti, è anche vero che le costanti epurazioni nel PCC, le cupe prospettive economiche e i problemi demografici comportino che gli Stati Uniti abbiano ancora una possibilità sia per negare a Xi l’egemonia sull’Asia, che per costruire un’alternativa alla sino-centricità.

In breve, hanno ancora la possibilità d’impedire alla Cina la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale.

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Scelto e tradotto da Franco

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