Tre Pensieri sul Secondo Impeachment di Trump

Washington, il Dr. Maurizio Ragazzi scrive a Marco Tosatti

Il nuovo Congresso USA si è aperto allo stesso modo di come si era svolto il precedente, all’insegna di una farsa organizzata dai Democratici che lo controllano.

Da bravi soldatini ordinati (ma i progressisti non sono quelli che, a sentir loro, pensano con la loro testa?), tutti i Democratici hanno votato alla Camera dei Rappresentanti a favore dell’impeachment di Trump mentre, fra i Repubblicani, dieci si sono accodati e tutti gli altri hanno votato contro. 

Questo secondo impeachment-farsa, che segna un nuovo record per Trump, rendendogli indirettamente grande onore (se non fosse lo statista di rango che è, per i Democratici non sarebbe il chiodo fisso che non li fa dormire la notte da quando è sceso in campo cinque anni fa), non meriterebbe tanti commenti.

Anzi, al Senato, i Repubblicani veri (eccetto quelli che non si capisce bene cosa stiano a fare fra le loro fila) farebbero forse meglio a disertare questa messa in scena, andarsene nei loro distretti e far vedere agli americani che loro si preoccupano dei veri problemi degli elettori, mentre i Democratici si accartocciano nel loro livore senza senso nel pantano di Washington.

Comunque, tre brevi riflessioni su questo secondo impeachment vengono spontanee:

1a riflessione

Il capo d’accusa contro Trump, in questo secondo impeachment-farsa, è l’incitamento alla violenza.

Ora, quale di queste frasi, a vostro giudizio, costituisce incitamento alla violenza secondo ogni regola di buon senso?

 (a)       “Siamo qui per esigere dal Congresso di fare la cosa giusta e contare solo i Grandi Elettori che sono stati scelti legalmente. So che adesso marceremo verso il Campidoglio per far sentire la nostra voce in maniera pacifica e patriottica … Se con ci battessimo strenuamente, non ci sarebbe più il nostro paese”.

(b)      “Mi hanno chiesto se m’interessa avere un dibattito con questo signore e io ho risposto di no. Ho detto: ‘Se fossi alle scuole superiori, lo porterei dietro la palestra per picchiarlo senza riguardi”.

(c)       “Non si fermeranno. Questo è un movimento. Ve lo dico io. Non si fermeranno, ed ognuno stia in campana. Perché’ non si fermeranno. Non si fermeranno prima delle elezioni a novembre e non si fermeranno dopo le elezioni. E’ meglio che ognuno ne tenga conto. Non dobbiamo mollare”.

La prima frase è stata pronunciata dal Presidente Trump all’oceanica manifestazione pacifica con i suoi sostenitori il 6 gennaio. 

In tutti i grandi raduni che si svolgono a Washington, dopo i discorsi i partecipanti marciano da dietro la Casa Bianca al Campidoglio o alla Corte Suprema per far sentire la loro voce, espressione dei “diritti costituzionali di libertà di espressione e manifestazione”.

Il 6 gennaio, prima dei fattacci del Campidoglio, non c’era stato niente di diverso da quanto successo nelle decine e decine di manifestazioni pacifiche pre-elettorali di Trump, in cui gli unici incidenti erano stati causati da provocatori di parte opposta.

Adesso sta emergendo, da una parte, che i Servizi Segreti forse sapevano che ci sarebbero stati disordini al Campidoglio (quindi, cosa c’entrerebbero le parole rivolte da Trump ai suoi sostenitori?) e, dall’altra, che gruppi estremisti di sinistra erano presenti al Campidoglio durante le violenze (siamo quindi proprio sicuri che l’attacco sia attribuibile solo a frange violente favorevoli a Trump?).

La seconda frase è stata pronunciata a suo tempo da Biden.  Il suo significato non lascia adito a dubbi: l’unica relazione possibile con Trump è picchiarlo.

Un concetto davvero pacifico, no?

La terza frase è della Harris, durante le violenze che hanno messo a ferro e fuoco le città americane con il pretesto ideologico del “razzismo sistemico”.

Alcuni commentatori si sono ovviamente arrampicati sugli specchi, distinguendo fra “proteste” e “violenze” in modo ben poco plausibile. 

Le proteste erano volutamente violente e ne sanno qualcosa le minoranze lasciate alla mercé dei violenti dei vari gruppi anarco-comunisti!

In poche parole, se fossimo davanti a una cosa seria, chi dovrebbe subire un impeachment per incitamento alla violenza? Trump o Biden/Harris?

2a riflessione

Jeffrey Scott Shapiro, che d’incitamento alla violenza e sommosse se ne intende forse più di chiunque altro, ha analizzato i fatti e il “diritto” a loro applicabile, concludendo che il Presidente Trump “non ha menzionato nessuna violenza mercoledì [6 gennaio], e tanto meno l’ha provocata o incitata”.

E qui si arriva qui al cuore della questione.

In tutta quella macabra pagliacciata (pagliacciata per la ridicolaggine delle accuse e macabra per le tristi conseguenze per la martoriata democrazia americana), cosa contano i “fatti” e il “diritto” nel giudizio di chi dirige le danze? Assolutamente niente!

Cent’anni fa, dopo la rivoluzione d’ottobre, Peter Stucka, che fu Presidente del Tribunale Supremo russo, definì il “diritto”, nella nuova concezione rivoluzionaria sovietica, come “sistema (o ordinamento) di rapporti sociali corrispondenti agli interessi della classe dominante e tutelato dalla forza organizzata di questa classe”. 

Quindi, non “diritto” quale mezzo di giustizia che tutela tutti, ma “diritto” quale imposizione arbitraria della classe dominante.

E le analogie con i degenerati tempi presenti non finiscono qui.

L’epoca staliniana è rimasta famosa anche per i suoi processi criminali (non nel senso che le accuse erano di natura penale e che alla fine si è applicata la pena dell’esecuzione capitale ai condannati, ma proprio nel senso che sono stati condotti da una banda di criminali, in base a principi e procedure che di legale non avevano proprio niente).

Nel suo Libro Rosso su quei processi, Lev Sedov, figlio di Trotsky (sembra sia stato anche lui eliminato senza tanti convenevoli — una preghiera per la sua anima), individuò le motivazioni per quei processi

(a) nella potenza della burocrazia staliniana,

(b) nella distruzione definitiva dell’opposizione,

(c) nella ricerca di un nuovo rapporto con l’organizzazione internazionale dell’epoca (la Società delle Nazioni) e con le borghesie degli altri paesi e

(d) nell’insaziabile sete di vendetta a livello personale.

Nonostante ogni paragone con il livello di drammaticità dei processi staliniani sia ovviamente fuori luogo, è comunque vero che anche nelle cronache americane di questi giorni si legge purtroppo di:

una potente burocrazia anti-Trumpiana (il Deep State),

di volontà dei Democratici di spazzar via ogni opposizione anche attraverso riforme che alterino il quadro costituzionale,

di nuovi rapporti internazionali e di sete di vendetta contro i sostenitori di Trump, con liste di proscrizione, licenziamenti e restrizioni delle loro libertà di comunicazione. 

E’ forse giunto il tempo di rispolverare le nostre conoscenze di teorie e prassi sovietiche?

3a riflessione

La Costituzione Americana riserva alla Camera il potere d’impeachment e al Senato la facoltà di fornirne le prove e alla fine, eventualmente, di condannare la persona incriminata con una maggioranza qualificata dei due terzi.

Visto che al Senato la divisione fra Democratici e Repubblicani è di 50 a 50, per condannare Trump occorrerebbe dunque che 17 senatori Repubblicani si associno ai Democratici.

Ciò dipenderà da quanti Repubblicani avranno interesse a far fuori Trump, troppo scomodo anche per il quieto e proficuo vivacchiare di molti di loro.

Ma c’è un problema, almeno in teoria.

La Costituzione prevede espressamente che la procedura serva a rimuovere un Presidente in carica, non a condannare un ex-Presidente (per la qual cosa, se proprio si vuole, esistono opzioni diverse dal teatrino dell’impeachment-farsa).

Due autorità del calibro del giudice Luttig e del Professor Dershowitz hanno espressamente dichiarato quello che dovrebbe essere ovvio a tutti: se il Senato non riuscisse ad agire prima che Trump lasci la Casa Bianca, il 20 gennaio, l’impeachment dovrebbe diventare ipso facto lettera morta.

Questo è vero, ovviamente, se la Costituzione contasse ancora qualcosa. Ma sarà così?

Il Senatore repubblicano Graham ha osservato che, a quel punto, sarebbe possibile processare anche il “padre della patria” Giorgio Washington per possesso di schiavi, a distanza di oltre due secoli dalla sua morte.

Graham potrebbe anche aver ragione, ma dovrebbe fare attenzione a non mettere troppe idee macabre nelle teste vuote dei tanti “anti-Trumpiani” e “anti-padri fondatori” accecati dall’odio, che magari non vedrebbero ostacoli nel processare neanche un morto sepolto (evento per il quale, fra l’altro, esistono precedenti).

Conclusione

In definitiva, ancora una volta i Democratici hanno prodotto un impeachment che non dice niente su Trump e sugli eventi che hanno condotto a quest’ennesima commedia, ma dice tutto sui Democratici e sulla loro concezione rivoluzionaria del “diritto”, dimostrata anche durante le elezioni.

Il tutto si sintetizza nel concetto che il “diritto” non sarebbe la cosa giusta (per cui si dà a ciascuno ciò che gli spetta secondo la virtù di giustizia), ma solo un espediente modificabile ad arbitrio per conquistare e poi esercitare il potere.

Il lettore perdonerà i riferimenti al mondo sovietico, che gli potranno anche sembrare esagerati.

Il fatto è che, essendo stato borsista all’Università Statale Lomonosov di Mosca nel 1980-81 quando, poco più che ventenne, preparavo la mia tesi di laurea italiana sui “principi generali del diritto internazionale nella dottrina sovietica”, ho avuto esperienza diretta degli anni declinanti dell’URSS sotto Brezhnev.

Il rischio di passare da una società libera a una imbavagliata, nella quale una burocrazia auto-nominata decide tutto (e si fanno liste di proscrizione per chi osi dissentire), esiste anche per le democrazie di comprovata tradizione.

Non è quindi questo il momento di minimizzare e far finta di niente ma, al contrario, di essere fermi nei principi, e coraggiosi nella (sempre pacifica) protesta contro ogni illegalità.

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Link Originale: https://www.marcotosatti.com/2021/01/16/limpeachment-di-trump-e-una-farsa-la-voglia-di-dittatura-dem-e-reale/

Scelto e pubblicato da Franco