Ma cosa diavolo sarebbe il “privilegio bianco”?

Rodolfo Casadei per Tempi

Non sono un bianco. Il bianco — per modo di dire, si tratta piuttosto di un rosa pallido — è solo il colore della mia pelle.

Non sono un eterosessuale, né tanto meno un omosessuale. Sono un essere umano di sesso maschile, punto.

Quanto ai tratti culturali che mi caratterizzano, sia quelli ricevuti senza averli scelti (come il fatto di essere un madrelingua italiano), sia quelli che mi sono stati trasmessi e che poi ho fatto miei con una scelta personale (come la fede cristiana), sia quelli che sono frutto di decisioni mie e del mio lavoro (essere cittadino milanese, giornalista professionista, laureato in filosofia, automobilista, cercatore di funghi, tifoso milanista, bevitore di birra, amante delle passeggiate nei boschi e sui crinali) … sono attributi reali della mia persona, ma non la definiscono né ontologicamente né tanto meno politicamente.

Non siamo comprensibili e non siamo comunicabili senza i nostri tratti culturali e biologici, ma siamo molto più di essi.

La dignità della nostra persona precede e trascende i caratteri con cui essa si dà nell’esistenza ed è per questo che, a livello morale (in generale) e a livello politico (specificamente), diritti e doveri si qualificano come “diritti e doveri umani”, non derivanti da singoli attributi. 

Vittimismo identitario

Tutto questo prologo è per giustificare il mio rifiuto della politicizzazione dei caratteri identitari.

Nel mondo anglosassone e in quello francofono la marea della politica identitaria si è alzata già da tempo e quest’anno ha raggiunto un nuovo picco storico con le reazioni a catena prodotte dall’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte della polizia a Minneapolis.

Quel delitto ha rappresentato lo spunto per rinnovare la richiesta di “riparazioni”, economiche e di altra natura, che gli Stati Uniti dovrebbero concedere alla comunità afroamericana perché formata dai discendenti degli schiavi lì condotti in catene due secoli fa.

Anche in Francia, paese che ha avuto una storia coloniale importante e che ancora esercita una certa influenza in Africa, attivisti politici franco-africani denunciano il “privilegio bianco”, che esigerebbe di essere compensato con adeguate politiche a favore delle minoranze razziali — e il Presidente Emmanuel Macron, sciagurato, ammette l’esistenza di tale privilegio.

È evidente che la generalizzazione di questo approccio (il vittimismo identitario) provocherebbe il crollo di tutti i sistemi politici occidentali.

Se ognuno di noi ha il diritto ad ottenere risarcimenti dall’erario statale — o quote riservate nelle università, nelle assunzioni nella funzione pubblica e nei consigli d’amministrazione delle grandi imprese — per il fatto che possa vantare ingiustizie patite dai suoi antenati, o presunti svantaggi derivanti dalla sua condizione di donna, transessuale, meridionale, figlio o nipote di operai o di contadini, rom, immigrato, ecc., il banco salta.

Salta anche il banco delle relazioni internazionali perché non sempre i danni di guerra sono stati saldati in maniera equa e la decolonizzazione non è stata fatta con rimborsi a piè di lista.

Se si riaprono tutti i contenziosi, i rapporti diventano impossibili.

Tratta degli schiavi

La richiesta di risarcimenti per tutti gli afroamericani degli Stati Uniti quasi 160 anni dopo l’abolizione della schiavitù fa i conti con una serie di controsensi, incognite e aleatorietà.

Sicuramente gli schiavi hanno accumulato miliardi di dollari di lavoro non pagato, ma è anche vero che i loro discendenti hanno usufruito di condizioni ambientali ed economiche migliori di quelle che avrebbero avuto se i loro antenati fossero restati in Africa.

La mortalità infantile fra gli afroamericani è dell’11 per mille, più del doppio di quella media della popolazione statunitense bianca (4,7), ma molto migliore del 74,2 per mille della Nigeria e del 32,7 per mille del Senegal, patrie ancestrali di molti di loro.

Per non parlare del reddito: quello medio annuale di una famiglia afroamericana è di 41 mila dollari, mentre quello di un nigeriano è di 2 mila dollari e quello di un congolese è di 520 dollari!

Poi bisognerebbe tenere conto del fatto che la maggior parte degli schiavi africani fu venduta ai negrieri da altri africani.

Regni africani si sono finanziati con la tratta degli schiavi: l’impero yoruba di Oyo, il regno fon del Dahomey, l’impero Bamana che corrisponde all’attuale Mali, dove i bambara rappresentavano allo stesso tempo venditori di schiavi e schiavi loro stessi.

Per essere giusti, i discendenti degli schiavi delle piantagioni della Louisiana e della Georgia dovrebbero chiedere risarcimenti ai governi di una dozzina di stati attuali dell’Africa occidentale, eredi dei regni e degli imperi che si arricchirono con la tratta.

Però, scavando in quel passato, potrebbero scoprire cose piuttosto imbarazzanti sui loro stessi antenati.

E cioè che avevano schiavi e li trafficavano a loro volta, fino a quando da cacciatori non si sono trasformati in prede.

Ricordo una giovane donna nigeriana che conobbi a Lagos, la prima volta che feci un reportage in Nigeria.

Le chiesi perché aveva, come molti altri nigeriani, un cognome tipicamente portoghese come Martins.

Mi spiegò che derivava dal fatto che molti yoruba trasportati in Brasile come schiavi si erano poi affrancati ed erano ritornati in Africa da uomini liberi.

Il fatto che il suo trisavolo fosse riuscito in quell’impresa però non la riempiva di orgoglio, perché — ammise abbassando a terra lo sguardo — dopo che era tornato nella terra di origine si era dato a sua volta al commercio degli schiavi …

Quale privilegio bianco?

Quando sento parlare di “privilegio bianco” lo associo all’apartheid sudafricano, che ho fatto in tempo ad osservare dal vivo nel mio primo reportage in Africa nel lontano 1987.

Neri esclusi dal voto e dal governo, segregazione residenziale e scolastica, vagoni ferroviari e panchine nei parchi riservate per gruppo razziale, ecc.

Lo associo anche alla condizione svantaggiata degli afro-americani negli anni Sessanta, prima delle lotte del Movimento per i Diritti Civili negli Usa.

Ma non lo associo a nulla che riguardi i paesi europei, dove la popolazione di estrazione cosiddetta caucasica rappresenta il 90-100 per cento del totale e i cosiddetti non-bianchi ci vengono di loro spontanea volontà, spesso rischiando la vita pur di arrivare a destinazione, incuranti del “privilegio bianco”.

Piuttosto, mi viene in mente quella volta che all’aeroporto di Lagos ho preso un volo interno per la città di Jos.

Dopo aver dovuto sborsare 50 dollari per avere indietro il passaporto che il personale dello scalo strappa di mano, abitualmente, agli stranieri prima che riescano a presentarsi al check-in, sull’aereo mi sono ritrovato unico bianco seduto di fianco all’unico cinese — taciturno al punto da non rispondere neanche al mio “good morning” — in un volo dove tutti gli altri passeggeri erano palesemente africani.

I non-neri isolati dai neri, ma non per decisione di un governo razzista bianco, bensì di una compagnia aerea nigeriana. Era quello il mio “privilegio bianco”?

Qualche anno prima mi era capitata una cosa molto simile a Khartoum, prendendo un volo che avrei dovuto cambiare a Damasco per arrivare a Roma.

L’aereo partì mezzo vuoto e a me era stato assegnato un posto solitario verso la coda, due file dopo l’ultima di quelle occupate da passeggeri sudanesi.

La compagnia aerea era la Sudan Airways, nota come la numero uno al mondo per ritardi e voli annullati.

Anche quella volta ero stato oggetto del “privilegio bianco” a mia insaputa?

Cliché di appartenenza

Ma c’è un altro motivo — oltre all’insostenibilità e alle contraddizioni — che rende repulsiva l’ideologia alla base della politica delle rivendicazioni su base identitaria.

Costretto a identificare sé stesso col gruppo svantaggiato a cui una determinata caratteristica lo assegna, in cambio dei risarcimenti lucrati col vittimismo, l’individuo deve rinunciare ad avere una personalità originale e deve continuamente portare su di sé il peso della rappresentanza, deve continuamente misurarsi con le aspettative che il gruppo — ovvero i militanti del medesimo — ha su di lui.

Per rendersene conto basta leggere un passaggio dell’intervista del novembre scorso ad Harper’s Bazaar di Lashana Lynch, l’attrice giamaicano-britannica interprete dell’ultimo film (No Time to Die) della serie di James Bond:

«Ho voluto che nella sceneggiatura ci fosse almeno un momento nel quale gli spettatori neri avrebbero annuito, contrariati dalla realtà che veniva mostrata, ma lieti di vedere che veniva rappresentata la loro vita reale.

(…) In ogni progetto al quale partecipo, non importa di quale genere o con quale budget, l’esperienza nera che presento deve essere autentica al 100 per cento».

Se l’ideologia identitaria trionfasse non basterebbe più essere bravi attori, cantanti, scrittori, poeti, artisti figurativi ecc., capaci di comunicare attraverso la propria arte contenuti estetici che possano arricchire ogni essere umano: no, bisognerà anche trasmettere i cliché del proprio gruppo di appartenenza.

A Michelangelo non sarebbe bastato affrescare la Cappella Sistina o scolpire la Pietà, avrebbe dovuto fare qualcosa in cui potesse riconoscersi la “comunità Lgbt”.

Ad Aleksandr Puškin non sarebbe bastato essere il più grande letterato russo prima di Dostoevskij: non gli sarebbe stato perdonato di aver lasciato incompiuto il romanzo che doveva raccontare la storia del suo bisnonno, schiavo africano liberato ed elevato a nobile dallo zar Pietro il Grande.

C’è quasi da sperare che la crisi economica e finanziaria causata dalla pandemia del Covid-19 riporti in primo piano i classici conflitti sociali, che non hanno nulla a che fare con le identità razziali, sessuali e di genere.

Scamperemmo a un incubo molto peggiore della “lotta di classe”.

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Link Originale: https://www.tempi.it/ma-che-diavolo-sarebbe-il-privilegio-bianco/

Scelto e pubblicato da Franco