Il nemico perfetto: l’assist di Erdogan alla rielezione di Macron

Luca Colaninno Albenzio per Osservatorio Globalizzazione

Venerdì 4 dicembre il Presidente turco Erdogan, subito dopo la preghiera nell’ex cattedrale di Santa Sofia trasformata in moschea, si è esibito in una dichiarazione alla stampa sul Presidente francese Macron.

Francia e Turchia hanno visioni e interessi spesso contrapposti sulle questioni Medio Orientali.

I due Presidenti non sono nuovi a scontri verbali, anche personali.

Questa volta, però, Erdogan ha passato il segno.

Ha affermato che “Macron è un peso per la Francia … La mia speranza è che la Francia si sbarazzi del guaio Macron il prima possibile”.

Se prima c’erano dubbi sulla rielezione di Macron nel 2022, per il malessere che serpeggia in quel di Francia (dove i tanti problemi irrisolti marciscono coperti dall’ombra imperiale e divina della presidenza di Jupiter), ora come ora non è più improbabile che Macron guadagni un altro mandato, battendo la sfidante Marine Le Pen sul suo stesso terreno politico di destra.

Ogni politico di vertice delle Grandi Potenze spera in cuor suo di trovare sul proprio cammino un Mussolini, un Galtieri, un Saddam — tutti sconfitti in partenza — per poi vivere di gloriosa rendita politica negli anni a venire.

Definire incauta la dichiarazione di Erdogan è poco. 

Essa é stata, in realtà, un vero e proprio endorsement a favore della rielezione di Macron.

Erdogan, senza averne diritto, si è ingerito negli affari interni di un Paese che della propria sovranità fa una questione di principio.

E’ democraticamente fisiologico che i gilet gialli, la stampa e l’opposizione critichino Monsieur le Président, ma non è tollerabile dai francesi che lo faccia un pari grado straniero, perché finisce con l’investire la Francia intera.

Con un Presidente dalla cifra stilistica e diplomatica di Erdogan, al quale nessun consigliere può dire di tenere a freno la lingua su questioni internazionali che non comprende, il gioco per Macron è bello e fatto: ha ricevuto in regalo una stella. 

Sarà in grado di afferrare lo spicchio di luna crescente per farsi rieleggere?

Già stride il fatto che un Presidente eletto da un popolo si appelli ad un altro popolo per sfiduciare il Presidente che quest’ultimo ha eletto.

E allora, con quale autorità il quasi-nemico Erdogan si arroga il diritto di dare suggerimenti elettorali al popolo francese?

L’uscita di Erdogan non è del tutto estemporanea. 

E’ la reazione per quanto scomposta al “serriamo i ranghi” di Macron, in funzione della massima proiezione esterna dell’Esagono.

Sotto le mentite spoglie della lotta alle discriminazioni di ogni tipo, da quelle linguistiche a quelle razziali e religiose, Macron vuole fare del fronte interno della Francia “una vis”, costruendo l’antropologia laica e statuale dell’uomo francese del futuro.

Macron sa bene quale spina nel fianco siano le comunità musulmane presenti in Francia e quanto facile sia cavalcare le loro frustrazioni da parte degli Imam, i quali non sono francesi, ma arabi, pakistani, algerini e anche turchi.

Il Presidente francese non può tollerare, né oggi né domani, che nella sua Francia l’Islam politico delle moschee sia sensibile alle sirene di Istanbul e costituisca un ostacolo interno al dispiegamento della massima potenza di Marianna.

Da qui la necessità per Macron di laicizzare e nazionalizzare a favore dello Stato l’Islam politico, sottraendolo alla sfera d’influenza dei Paesi musulmani, mediante la creazione di una scuola francese per Iman.

La reazione non meditata di Erdogan dice molto più di quanto egli stesso abbia dichiarato ai microfoni dei media turchi per fini interni.

Mostra che Macron ha colpito nel segno, ovvero che la Turchia ha le sue colonne quiescenti nelle moschee francesi, ritenute fondamentali nei progetti di Ankara.

Nello stesso tempo è una manifestazione di fragilità perché, tra le pieghe del discorso, ha lasciato intendere di non avere una struttura ideologica di riserva.

Erdogan é la testa di moro grazie alla quale Macron può aggiornare e implementare la forza militare della Francia nei teatri di guerra africani, dove il “fiato sul collo” cinese e turco si fa sentire.

Nello stesso tempo, un capo politico capace di quelle reazioni mostra di essere manovrabile dall’avversario.

Il turco è il miglior alleato elettorale del Presidente francese anche se lui non se ne è accorto.

Queste dichiarazioni sono buone per eccitare il nazionalismo francese e stringere gli elettori intorno al Presidente in carica, difensore della Patria.

Una campagna presidenziale sotto il segno di “mamma li turchi” favorirebbe Macron.

Al di là dello scambio d’insulti franco-turco, al momento la pace armata non è in pericolo perché Atene (che è il vero antagonista di Ankara nell’Egeo) sta facendo di tutto per contenere la superiore potenza militare turca, ma senza intensificare il livello di allarme, dal quale ha molto da perdere e poco da guadagnare.

Soprattutto perché non reclama territori alla Turchia e ancor meno è desiderosa di dar fuoco a un conflitto per il metano che giace nei fondali marini contesi.

In Grecia qualcuno è memore delle mancate promesse francesi alla Polonia allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ma anche della resistenza opposta dalla Libia per due mesi ai bombardamenti di Sarkozy.

Se non fossero intervenuti massicciamente, a fianco della Francia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania (con la fornitura di ordigni) e l’Italia col permesso di usare le basi aeree … e non solo quelle, l’esito della guerra libica sarebbe stato differente. 

Da ultimo, la scorsa estate la Marina Militare Turca ha illuminato (due volte) con il radar guida–missili una fregata francese in missione NATO, per impedire il controllo delle navi che trasportavano armi al Governo di Tripoli.

Questo banale atto di ostilità è stato sufficiente a farle cambiare rotta.

Le posture aggressive di Erdogan e Macron nascondono due debolezze, neppure riequilibrate dal budget militare della Francia atomica, doppio rispetto a quello della Turchia.

Al momento sia la Francia che la Turchia non sono attrezzate per uno scontro vittorioso in seno all’Alleanza Atlantica, che ne uscirebbe parecchio indebolita.

Uno dei contendenti non ha finanze adeguate per raggiungere stabilmente l’Oceano Atlantico, l’altro non ha il permesso della Germania di pattugliare il Mar Nero.

Le Colonne d’Ercole e le Porte di Ferro stanno preservando la Pace più di quanto non lo stiano facendo i maggiori player in campo.

Lo stallo militare, emergenza Covid permettendo, sarà aggirato sul piano diplomatico stringendo alleanze volte a soffocare l’avversario e avere in anticipo la certezza dell’esito.

Non è un’impresa semplice, stante nell’area la presenza di attori interessati come l’Iran e la Russia.

L’Italia si trova al centro dei duemilaquattrocento chilometri che separano la Corsica dalla Penisola Anatolica ed è pure sorvolata dalle rotte che congiungono Turchia e Francia.

Ma questo è un altro discorso.

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Link originale: http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/erdogan-macron-francia-turchia/

Scelto e pubblicato da Franco