Ci vorrà qualcosa più di un vaccino per curare l’economia post Covid

Ambrose Evans Pritchard per The Telegraph

I vaccini di Pfizer, Moderna e AstraZeneca hanno anticipato di un mese, un mese e mezzo, il calendario previsto per la ripresa globale economica e finanziaria.

Essi riducono il periodo di “massimo danno” alle attività produttive e di conseguenza il rischio di pericolose metastasi.

La prospettiva di avere dei vaccini disponibili equivale a uno stimolo economico perché fa crescere la fiducia (ceteris paribus) e aiuta a sbloccare gli investimenti in conto capitale che erano congelati.

Le scoperte scientifiche sono una superba conquista dell’umanità. Dieci anni di lavoro sono stati condensati in dieci mesi.

La scommessa sulla tecnologia pionieristica basata sui geni (mRNA) ha dato i suoi frutti. Il vaccino dell’Università di Oxford è prodotto a costi sostenibili e può essere conservato nei normali frigoriferi.

Tuttavia, i vaccini sono arrivati troppo tardi per fermare la seconda ondata della pandemia che sta diffondendosi nel blocco economico del G7.

Non eviteranno una doppia recessione in Europa e una seconda parziale in America. Non elimineranno nemmeno il costo ereditato del debito pubblico e aziendale.

Né cambieranno i calcoli del mercato in modo significativo.

La maggior parte delle banche e degli hedge fund aveva già prezzato la scoperta di un vaccino di successo nei loro modelli per l’inizio del 2021.

Gli investitori azionari, di conseguenza, hanno già intascato gran parte dell’implicito sollievo.

L’ultimo sondaggio della Bank of America sui “gestori dei fondi globali” mostra che i livelli di allocazione della liquidità sono scesi al 4,1pc, segno di un mercato spumeggiante (ma è anche un avvertimento “giallo”).

“Noi consigliamo di ‘vendere’ nelle prossime settimane perché pensiamo di essere vicini al ‘full bull’: posizionamento di picco, politica di picco, profitti di picco”, ha detto Michael Harnett, il principale stratega sugli investimenti della banca.

Il guru dei mercati azionari della Morgan Stanley, Michael Wilson, pensa che le azioni affronteranno una correzione del 10pc prima di un boom secolare che maturerà l’anno prossimo.

I titoli tecnologici andranno ulteriormente giù e favoriranno i poco amati ritardatari: l’energia, i titoli a piccola capitalizzazione Russell 2000 e i deprezzati mercati emergenti come quelli dell’America Latina.

“La cattiva notizia è che il vaccino non sarà pronto per la distribuzione di massa per altri tre o quattro mesi. Vedo il rischio di un ulteriore prelievo di capitale prima della fine dell’anno”, ha detto.

Le imprese e le famiglie americane hanno accumulato risparmi e “liquidità extra M2” per 3,5 trilioni di dollari da quando il Covid ha colpito e questo significa che una montagna di denaro inonderà l’economia non appena la vita tornerà alla normalità.

Ma contro l’euforia dei vaccini c’è uno stallo politico e ideologico.

Gli Stati Uniti devono superare l’impetuosa pandemia e la fine del Trumpismo [semmai, ndt], ma senza adeguati ammortizzatori fiscali e monetari.

Il Congresso delle “anatre zoppe” non è riuscito a trovare un accordo sulle misure di stimolo, nonostante una serie di scogli si stia avvicinando, con 12 milioni di disoccupati che perderanno l’ultimo sostegno legato alla pandemia alla fine del prossimo mese.

Potrebbe ancora esserci un accordo, ma sarà più vicino all’offerta repubblicana di 500 miliardi di dollari che alla domanda dei Democratici di 2.000 miliardi di dollari.

Il team di Joe Biden ha dovuto abbassare l’obiettivo nella speranza di ottenere qualcosa.

L’Amministrazione Trump sta privando la Federal Reserve dei suoi poteri di “prestito d’emergenza” ai sensi dell’articolo 13, soprattutto per impedire a Biden di usare quel meccanismo per salvare i “governi statali e locali” che sono insolventi.

È una questione di prospettiva politica pensare che questo sia un tentativo di Donald Trump di far “terra bruciata” al successore, oppure una decisione di principio per sostenere la “volontà del Congresso”, garantendo che i fondi stanziati non possano essere reindirizzati ad altri scopi.

Chiaramente, i funzionari della Fed sono allarmati dall’eliminazione delle “reti di sicurezza” perché potrebbero essere ancora necessarie.

Il grande piano di reflazione di Joe Biden è morto. Il Senato non finanzierà il “green deal” o l'”economia di guerra” di Joe Biden.

I Repubblicani hanno riscoperto la sobrietà fiscale e metteranno l’Amministrazione Biden in una situazione di austerità, come hanno fatto con Barack Obama quando perse il controllo del Congresso nel 2010.

Questa volta la Fed non potrà colmare facilmente la lacuna.

Il Presidente Jay Powell vorrebbe “far andare l’economia a gonfie vele”, ma gli mancano i mezzi per poterlo fare.

La Fed sta raggiungendo i limiti dell’utilità del QE e della manipolazione della curva dei rendimenti. Avrà difficoltà a compensare la pressione fiscale con gli stimoli monetari rispettando il mandato legale.

“Gli acquisti di asset sono efficaci contro il crollo dei mercati, ma la Fed non può curare il Covid e non può far decollare a razzo l’economia reale“, ha detto Randall Kroszner, il Governatore della Fed “responsabile dei mercati” all’epoca della crisi finanziaria globale (e ora alla Chicago Booth School).

In questo frangente, l’unico modo in cui può mettere a segno un colpo contro-recessivo — in un ambiente quasi deflazionistico e coerentemente con la promessa di lottare contro la disuguaglianza — è attraverso il finanziamento della spesa del Governo Federale, acquistando le emissioni del Tesoro.

Per questo motivo, secondo Powell, un maggior stimolo fiscale è “assolutamente necessario”.

Biden è un “uomo del Senato” e potrebbe trovare il modo di attirare qualche Repubblicano dalla sua parte con qualche marchetta elettorale, come le infrastrutture e persino la tecnologia verde intesa come un modo per combattere le ambizioni della superpotenza cinese.

L’economia statunitense, probabilmente, riuscirà a cavarsela grazie alla non più repressa spesa privata e al “dinamismo animale” del capitalismo americano, ma dubito che con Biden assisteremo a un boom.

Un problema molto più grande è quello dell’Europa.

L’indicatore composito PMI di “IHS Markit” per la Francia, a novembre, è crollato a 39,9 e l’eurozona è di nuovo in profonda contrazione.

IHS pensa che il blocco europeo, per la fine del prossimo anno, recupererà non più della metà del PIL perduto, indipendentemente dai vaccini.

Danni di questo livello rischiano di creare una cascata di insolvenze e di crisi bancarie al rallentatore.

L’”Autorità di Regolamentazione Bancaria Europea” sostiene che 1,4 trilioni di euro di crediti inesigibili siano uno “scenario plausibile” e si aspetta la necessità di una brutale ricapitalizzazione.

Il Fondo Monetario Internazionale teme che una seconda fase di recessione possa trasformarsi in qualcosa di ben peggiore, spingendo le insolvenze a livelli tali da sfondare i “buffer di assorbimento” delle perdite bancarie, scatenando un contagio che potrebbe dilaniare l’intero sistema finanziario.

Ma non sono solo le banche ad aver bisogno di un salvataggio sistemico.

Secondo la Banca D’Italia, un gran numero di aziende italiane, per restare a galla, ha esaurito i limiti dell’indebitamento e avrà bisogno di grandi iniezioni di capitale per evitare il fallimento.

Lo Stato Italiano ha emesso garanzie di credito pari al 32pc del PIL.

Quando la scorsa primavera il Premier Giuseppe Conte ha usato la bacchetta magica sottoscrivendo questo debito, pensava che di blocchi ce ne sarebbero stati solo uno e poi basta.

Probabilmente, non aveva idea che otto mesi dopo il paese sarebbe stato di nuovo bloccato e che queste teoriche passività sarebbero diventate reali.

Le difficoltà economiche dell’Europa non sono dovute alla Polonia e all’Ungheria che tengono in ostaggio il “Recovery Fund” rigettando le clausole sullo “Stato di Diritto”, ma al fatto che il Fondo sia troppo piccolo, lento — e che non avrebbe mai mosso significativamente l’ago della bilancia macroeconomica.

I 390 miliardi di euro di sovvenzioni non saranno disponibili fino alla fine del 2021 e poi saranno spalmati su diversi anni e in tutta l’UE, utilizzando per lo più gli esborsi fiscali che ci sarebbero comunque stati, con l’aggiunta di pochi stimoli netti.

Il think tank Bruegel dice che l’Italia — ad esempio — riceverà lo 0,46pc di PIL (8 miliardi di euro) nel 2021 e lo 0,65pc nel 2022, prima che il Fondo diventi pienamente operativo nel 2023 e 2024.

E quindi non farà alcuna differenza.

La “componente di prestito” del Fondo, invece, non è ancora nata perché i paesi sono spaventati dalla Troika e quelli che hanno più bisogno di denaro non ne accettano le condizioni temendo che i prestiti supplementari possano spingere il rapporto debito/PIL più vicino al punto di non ritorno.

Non esiste una mutualizzazione permanente del debito.

Insomma, questi paesi saranno ancora una volta lasciati da soli, vulnerabili a potenziali default.

La disponibilità dei vaccini, quindi, è una condizione necessaria ma non sufficiente per una piena ripresa europea.

L’eurozona ha il disperato bisogno di un gigantesco pacchetto New Deal, raccolto attraverso una comune “carta di credito” e mobilitato immediatamente.

Questo è ciò che il Recovery Fund pretende di essere, ma che non è.

Gli scienziati possono fare miracoli, ma non possono riparare le economie politiche in crisi.

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Link Originale: https://www.telegraph.co.uk/business/2020/11/24/will-take-vaccines-cure-long-economic-covid/

Scelto e tradotto da Franco