La Presa di Roma

Redazione: Oggi, 20 settembre 2020, è il 150° anniversario della Breccia di Porta Pia.

Proponiamo due brevissimi brani, didascalici, come modestissimo omaggio alla nostra storia, lasciando eventuali commenti, se del caso, ai lettori del sito.

Comunque la si guardi, preso atto di tutte le riserve di questo mondo, Roma resta la nostra Capitale.

L’unità d’Italia è nata quel giorno, il 20 settembre 1870.

L’appunto, un po’ cattivo, è se quel giorno sia  stata l’Italia a conquistare il Vaticano, oppure se sia stato quest’ultimo a conquistare l’Italia.

La Massoneria, ad esempio, ha pochi dubbi al riguardo:  https://www.loggiagiordanobruno.com/20110920-xx-settembre-il-rovescio-della-breccia-di-porta-pia.html

Un ultimo modesto pensiero: se è ormai accettato da tutti che quella del post 8 settembre 1943 fu “Guerra Civile”, allora dovremmo smetterla di definire “Brigantaggio” quella che, in realtà, fu anch’essa una“Guerra Civile”.

Fra il 1861 e il 1865, nell’Italia Meridionale.

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A Roma, all’alba del 20 settembre 1870, circa 15.000 soldati pontifici, in massima parte zuavi (volontari quasi tutti di provenienza francese, belga o olandese) erano pronti a fronteggiare le mosse degli assedianti, bersaglieri e fanti dell’esercito italiano che aspettavano da giorni la dichiarazione di resa dello Stato Pontificio.

Alle 9 del mattino si udì il segnale dato da un Generale piemontese, Raffaele Cadorna.

Poi, nell’aria, si diffusero il frastuono delle cannonate e il rumore del crollo del tratto di mura che si stende a qualche decina di metri da Porta Pia.

Di fatto, i difensori non opposero resistenza. Il dominio temporale dei Papi terminava, dopo più di 1.000 anni.

Un giovane Ufficiale (e promettente scrittore) del Regio Esercito annotava in quel frangente:

«la Porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di mucchi di terra; di materassi fumanti, di berretti di Zuavi, d’armi, di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti».

Il nome dell’Ufficiale era Edmondo De Amicis, colui che avrebbe poi raggiunto la fama con Cuore.

Fu così, in un mattino di settembre, che l’esercito ottenne, quasi senza sforzo, ciò che appariva, solo pochi anni prima, una chimera, un miraggio.

I militari italiani conquistavano l’obiettivo che Garibaldi non era stato in grado di raggiungere.

Come fu possibile?

Poche settimane prima, all’inizio di quel settembre, si era consumata una battaglia destinata a cambiare gli equilibri politico-diplomatici in Europa per molti anni: la battaglia di Sedan.

La Prussia di Bismarck era entrata in guerra contro la Francia di Napoleone III, migliore alleato italiano ma, nello stesso tempo, maggior protettore del dominio papale su Roma.

Dopo l’Austria nel 1866, ora toccava alla Francia capitolare sotto i colpi dell’armata prussiana.

Nasceva l’Impero tedesco, il Secondo Impero francese tramontava.

Venuta meno la protezione francese, a Pio IX non restò che rifugiarsi in Vaticano e dichiararsi prigioniero politico dello Stato italiano.

L’Italia trovava così la sua capitale ma, per contro, esplodeva la questione romana.

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Viva lo Re e viva lo Papa: gli avversari dell’Italia Unita

L’unità d’Italia, sogno e progetto dei pensatori e dei patrioti che, spesso, si sacrificarono per questo ideale, si realizzò nel breve volgere di pochi anni.

Ma un fenomeno storico di questa portata non poteva certo trovare unanime consenso né adesioni incondizionate da parte di tutto il mondo culturale e della stessa società civile della penisola.

Negli anni successivi al 1861 furono soprattutto due i nodi cruciali attorno ai quali divampò la polemica pubblica del neonato Regno: la questione meridionale e la questione romana.

La questione meridionale rappresenta forse il lascito di lungo periodo più pesante fra quelli ereditati dal Risorgimento.

Quando le truppe garibaldine strapparono il Sud al controllo dei Borbone, l’aspettativa popolare di liberazione dal giogo del latifondismo baronale era altissima.

Aspettativa che, sotto molti aspetti, andò delusa.

Furono gli stessi luogotenenti di Garibaldi, Nino Bixio in particolare, a manifestare l’intenzione di non assecondare le richieste del popolo e a Bronte, nel Catanese, già nell’agosto del 1860 alcuni rivoltosi vennero giustiziati da un Tribunale Militare garibaldino.

Il dibattito storiografico circa l’accaduto è assai ampio e rende impossibile fornire un quadro completo in poche righe.

Resta il fatto che, soprattutto tra il 1861 e il 1865, le province meridionali furono scosse dal brigantaggio.

Un fenomeno non nuovo per queste terre, ma cui la Corte del decaduto Francesco II, in esilio a Roma, garantì copertura, finanziamento e riparo nel Lazio pontificio per le prime azioni contro lo Stato Italiano.

Ben presto, però, il motto “Viva lo Re” lasciò il posto a spontanee rivendicazioni sociali e di insofferenza verso la “piemontesizzazione” forzata messa in atto dai governi nazionali.

Il fenomeno divenne endemico.

Dietro di sé, i briganti lasciarono una lunga scia di sangue. Essi parvero addirittura minacciare la stessa unità appena conquistata.

Ma la risposta dei Governi si limitò quasi esclusivamente all’aspetto militare.

Oltre 100.000 uomini dell’Esercito Italiano vennero impegnati nella campagna contro il brigantaggio, comandati da Generali quali La Marmora e Cialdini.

Fu, a parere di molti, una vera e propria guerra civile che produsse una profonda frattura (che, in parte, giunge fino ai nostri giorni) tra lo Stato, le sue Istituzioni e le popolazioni meridionali.

A queste tensioni si aggiunse, per il giovane Regno d’Italia, la profonda sofferenza con cui i cattolici, un insieme di gran lunga maggioritario nel Paese, osservarono la sottrazione del potere temporale ai Papi.

Dopo la presa di Roma, Pio IX si dichiarò “prigioniero politico” dello Stato e pronunciò il celebre “Non expedit” (1874).

Ossia l’ordine, per i cattolici, di non partecipare alle elezioni politiche e collaborare con le istituzioni dello Stato presunto usurpatore, nonostante da parte italiana fossero state approvate, con la “legge delle guarentigie” del 1871, una serie di misure atte a tutelare l’indipendenza del Pontefice.

La polemica tra laici e cattolici, che da allora divampa con varia intensità nel Paese, si attenuò soltanto dopo la Prima Guerra Mondiale.

Con il pontificato di Benedetto XV cessarono le rivendicazioni papali sugli ex territori pontifici e, con il Concordato del 1929 tra l’allora Capo del Governo, Mussolini, e la Santa Sede, si stabilirono i primi e duraturi (il Concordato fu infatti salvaguardato dalla Carta Costituzionaledell’Italia Repubblicana) rapporti tra l’Italia e il Vaticano, fondati sul riconoscimento reciproco.

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Fonte: La Nostra Storia

Link n. 1: http://www.150anni-lanostrastoria.it/index.php/presa-di-roma

Link n. 2: http://www.150anni-lanostrastoria.it/index.php/nemici-italia-unita

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