L’oro avrà il suo giorno di gloria … ma attenzione alle conclusioni troppo affrettate

Ambrose Evans-Pritchard per The Telegraph

L’oro sta raggiungendo livelli record per paura dell’inflazione … ma questa non vuol proprio saperne di arrivare.

Dieci anni fa scommettere sull’oro fu una cosa “sbagliata”.

I prezzi salirono fino a un massimo storico, conseguenza di chiacchiere senza fine sullo svilimento del dollaro.

La stampante azionata dalla Federal Reserve”si diceva“avrebbe innescato una roboante inflazione”.

Ho ancora una banconota da 1.000.000.000.000 di dollari dello Zimbabwe, che mi fu gentilmente inviata da un lettore al culmine della febbre dell’oro, nel 2011.

Ho anche una copia del libro di Adam Fergusson, “When Money Dies”, allora considerato de rigueur.

Sullo sfondo l’incubo di Weimar … ma la grande esplosione inflazionistica, per la verità, non ci fu.

Coloro che con sacra convinzione avevano tenuto in cassaforte i lingotti d’oro, o i fondi dell’ETF, videro i prezzi scendere del 40 pc nei tre anni successivi — anche quando le azioni marciarono verso l’alto come conseguenza delle decisioni di Bernanke-Draghi-Carney.

Ma il dollaro non crollò. Toccò il fondo nel maggio del 2011 per poi intraprendere un’ascesa vertiginosa che l’avrebbe portato al massimo trentennale.

Un dolore straziante per la “legione di orsi” stanziata presso le banche europee e asiatiche.

Fu invece lo yuan cinese a trovarsi nei guai, costringendo la “Banca Popolare Cinese” a bruciare 1 trilione di dollari di riserve estere per difendere la sua valuta.

Questa volta, però, la storia sarà la stessa visto che l’oro sta chiudendo a oltre 2.000 dollari l’oncia?

La Goldman Sachs sembra pensarla così, avvertendo i clienti che: “son cominciate a emergere preoccupazioni reali sulla longevità del dollaro come valuta di riserva”.

L’affermazione è un paradosso che sconvolge la mente. Ma non basta: “Ironia della sorte, maggiore è la preoccupazione deflazionistica che i politici devono combattere, maggiore è l’accumulo di debito e maggiore, di conseguenza, il rischio inflazionistico per il futuro”.

La banca prevede un ulteriore aumento dell’oro. Fino a 2.300 dollari l’oncia in dodici mesi.

Le ipotesi, i tempi e la sequenza sono corretti? Bè, sì e no.

Si può senz’altro sostenere che il “sistema globale del dollaro” sia moribondo.

Innegabili gli echi dei primi anni Settanta, quando la Fed diede una soluzione inflazionistica al problema dell’eccesso di tasse (conseguenza della Guerra del Vietnam e della “Great Society”), che culminò con il crollo del sistema di Bretton Woods.

Si può anche sostenere che la cattiva gestione del Covid-19 da parte degli Stati Uniti (e dell’Europa) abbia accelerato la migrazione del potere economico verso l’Asia, anticipando di un decennio il sorpasso economico cinese.

Ma attenzione ai giudizi troppo affrettati.

Nel 2008 si disse che la crisi della Lehman avrebbe fatto “abbassare la guardia” agli Stati Uniti, che avrebbero mostrato al mondo intero il “Tallone d’Achille” del modello americano.

Il Politburo cinese giunse certamente a questa conclusione … che però lo trasse in errore.

Raddoppiò la puntata sul “capitalismo leninista” e sulle “produzioni tradizionali” (lusingato dalle indiscriminate bolle del credito), scommettendo prematuramente sul dominio mondiale.

Ora sappiamo che fu la Cina a subire i maggiori danni strutturali dalla crisi della Lehman — senza contare la conseguente misera crescita della produttività.

Detto questo, mi riservo di esprimere un giudizio sulle conseguenze della pandemia a breve scadenza.

Il fattore scatenante dell’ultimo balzo dell’oro è stato il calo spettacolare dei rendimenti reali delle obbligazioni statunitensi a 10 anni (TIPS) a meno 0,92pc!

In particolare, il “tasso di pareggio” a 10 anni (che cattura le aspettative d’inflazione) sta salendo, ma allo stesso tempo la Fed sta tenendo bassi i tassi nominali.

È quest’azione a forbice che sta guidando il prezzo dell’oro.

“Questo è ciò che ha spinto la speculazione sull’oro. C’è come un senso d’incipiente inflazione e gli hedge fund lo stanno accumulando” — ha detto Adrian Ash della Bullion Vault — “Anche le banche private svizzere raccomandano di allocare un 10pc del capitale in oro”.

Dietro questo movimento al rialzo c’è anche il fatto che le Banche Centrali non stiano vendendo più oro.

Le vendite a premio dei lingotti britannici, effettuate a suo tempo da Gordon Brown, sembrano cose straordinarie e lontane.

La Banca Centrale russa ha assorbito l’80pc della produzione aurifera del Paese, togliendo dal mercato mondiale la terza fonte di approvvigionamento minerario.

Anche Cina, India, Turchia, Polonia, Ungheria, Bulgaria e Cechia lo stanno accumulando.

Le Banche Centrali hanno acquistato 656 tonnellate nette nel 2018 e altrettante nel 2019 — i livelli più alti degli ultimi cinquant’anni.

Ross Norman, un veterano del Metals Daily, ha detto che: “È stata una cosa fenomenale, ma in questo momento l’oro ha superato se stesso e ha bisogno di riprendere fiato”

Inutile dire che la Fed stia negando di voler svalutare il dollaro.

Insiste sul fatto che lo shock pandemico abbia lasciato un eccesso di capacità produttiva, che sarà gioco forza “disinflazionistico” negli anni a venire.

La scorsa settimana l’ex Presidente della Fed (Ben Bernanke) ha detto al Congresso che, quando fu lanciato il QE, i mercati sbagliarono a scommettere sull’inflazione — e stanno sbagliando anche adesso.

Ha perfettamente ragione.

I tassi reali sono crollati più o meno come nel 2012, ma allora fu senz’altro un falso allarme.

Le azioni si gonfiarono ma i prezzi al consumo no. L’inflazione scese nel corso dei successivi tre anni.

La domanda da porsi, quindi, è se da allora qualcosa sia cambiato nelle dinamiche monetarie.

Il Prof. Tim Congdon dell’”International Monetary Research” sostiene che il QE non appiccò il fuoco inflazionistico perché il Sistema Bancario Occidentale era andato in pezzi — e la regolamentazione di Basilea peggiorò la situazione costringendo i finanziatori a raccogliere capitale.

Le Banche Centrali furono costrette ad ampliare il QE per compensare la riduzione dello M3 [ https://it.wikipedia.org/wiki/Aggregati_monetari ].

Ma oggi i prestatori sono in forma migliore e l’esplosione (da marzo) a 3.000 miliardi di dollari del QE della Fed ha portato a un aumento del 27pc dello M3 su base annua — l’aumento più rapido dal 1943.

Il denaro si trova nei conti bancari in attesa dell’accensione inflazionistica che avrà luogo quando la vita tornerà alla normalità.

La Fed potrebbe risucchiare la liquidità in eccesso prima che questo accada ma, chiaramente, non ha alcuna intenzione di farlo.

La Fed di Powell mira apertamente a “far girare l’economia fino al calor bianco” come polizza assicurativa.

Il quadro fiscale è infinitamente peggiore, oggi, rispetto a dieci anni fa.

Il Fondo Monetario Internazionale prevede per quest’anno un deficit federale del 24pc di Pil, con il rapporto debito/Pil che arriverà al 141pc.

Questa stima è stata fatta prima che la seconda ondata di Covid-19 causasse l’arresto della ripresa e prima che il Congresso fosse costretto a un nuovo pacchetto di salvataggio.

La “fiscal dominance” [ https://simplicable.com/new/fiscal-dominance ] aleggia come un fantasma nella sala del Consiglio d’Amministrazione della Fed.

Dev’essere forte la tentazione a dilettarsi con la MMT, iniettando stimoli monetari direttamente nelle vene dell’economia statunitense.

In effetti, sono sicuro che è proprio questo ciò che alla fine accadrà.

Quello di cui dubito è se il finanziamento monetario della Reichsbank da parte del Governo americano sia o meno imminente.

Non è un qualcosa che comunque si possa fare di nascosto.

Il processo può andare in cortocircuito assai rapidamente se i “bond vigilantes” si svegliassero dal loro sonno e si spaventassero, facendo precipitare il Paese in una stretta creditizia.

La mia previsione è che la ripresa economica sarà più lenta e più dolorosa di quanto i mercati si aspettino.

Gli ultimi pacchetti di aiuti, su entrambe le sponde dell’Atlantico, sono troppo piccoli e mal concepiti per evitare in autunno una strisciante crisi d’insolvenza.

La moratoria italiana sui licenziamenti scade ad agosto e quella spagnola a settembre.

I Governi statali e locali degli Stati Uniti, a loro volta, saranno costretti all’austerità.

Se si permettesse questa stretta, una nuova ondata di preoccupazione economica farebbe crollare (nuovamente!) le aspettative d’inflazione, innescando un picco nei rendimenti reali e un immediato esodo di denaro caldo dall’oro.

Quindi sì, la Goldman Sachs ha ragione, in un certo senso.

Dovremo visitare un’ultima volta il pantano deflazionistico prima che la Fed e le altre Banche Centrali si orientino a tutto gas verso la reflazione, intesa come il minore dei mali.

L’oro avrà il suo giorno di gloria, ma non siate troppo precipitosi.

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Link Originale: https://www.telegraph.co.uk/business/2020/07/29/gold-will-have-glory-day-dont-jump-gun/

Scelto e tradotto da Franco