Gli italiani sono tutt’altro che cicale. Parola del Presidente della Consob Paolo Savona

di Megas Alexandros

“L’Italia non rappresenta un problema finanziario per il resto dell’Europa e del mondo, ma una risorsa di risparmio cui l’estero attinge (in diverse forme) per la sua crescita. Gli italiani sono tutt’altro che cicale, come una distorta pubblicistica tende a sostenere. Al contrario, sono formiche che lavorano duramente per sostenere molte cicale estere, anche quelle di paesi che hanno un ben differente rilievo economico, come il Canada, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Belgio, la Francia e gran parte dei Paesi Sudamericani”.

Non è la fake news di un sovranista. Lo ha detto il 16 giugno scorso Paolo Savona, Presidente della Consob. Parole doverose e serie, che spezzano una narrazione economica fabbricata ad arte riguardante l’Italia ed il suo popolo, spesso descritto come spendaccione e inaffidabile.

Queste le parole di Savona, se poi andiamo a vedere i numeri  qui sotto (tratti dal World Economic Outlook dell’ottobre scorso), in una comparzione con Francia e Germania dal 1992 al 2019, il nostro paese primeggia in quanto a surplus del settore governativo:

                     France                      Germany                  Italy
 1992 -24.196 0.152 10.647
1993 -42.178 -6.773 17.429
1994 -31.066 6.588 13.487
1995 -27.143 -119.622 30.268
1996 -10.479 -9.368 38.915
1997 -8.428 2.002 61.619
1998 6.686 9.773 50.952
1999 14.576 22.191 50.669
2000 18.473 25.384 42.427
2001 18.707 -8.65 31.219
2002 -8.677 -26.835 29.997
2003 -24.623 -23.445 19.809
2004 -18.401 -17.801 13.999
2005 -16.188 -19.436 3.379
2006 -1.147 17.92 11.13
2007 -3.061 66.81 49.49
2008 -12.246 56.534 33.863
2009 -95.664 -18.693 -16.193
2010 -91.912 -57.411 -1.347
2011 -55.222 30.912 12.889
2012 -53.23 51.083 33.629
2013 -40.517 41.967 27.778
2014 -39.766 53.312 22.026
2015 -38.473 61.835 22.077
2016 -40.137 66.803 20.788
2017 -25.982 67.519 21.331
2018 -21.352 85.973 24.497
2019 -44.403 60.385 24.878

Noterete che, se escludiamo dal computo gli interessi (ingenti per i noti motivi), l’Italia è andata in deficit in due soli anni: il 2009 e il 2010.Ricordo che il saldo primario è la differenza fra le entrate del bilancio pubblico e tutte le spese tranne quelle per interessi. Inoltre e’ sempre bene ricordare che il surplus del settore governativo corrisponde sempre ad un deficit del settore privato; in poche parole, lo Stato preleva piu’ soldi con le tasse dalle tasche di noi cittadini di quelli che versa con la spesa pubblica.

La somma algebrica dei numeri sopra esposti porta al seguente risultato: Francia un deficit cumulato di euro 716 mld, Germania un surplus cumulato di euro 419 miliardi Italia un surplus quasi doppio di euro 702 mld.

Viene immediatamente da chiederci: “ma dove sta questa Italia cosi spendacciona???!!!”.

Ormai l’etichetta gratutita di paese spendaccione ce la siamo guadagnata negli anni e puntualmente viene tirata fuori quando si vuole indirizzare il nostro paese verso la meta desiderata. Oggi la meta, come ben sapete si chiama MES e gia’ sono cominciati i caroselli oltre le Alpi, caroselli puntualmente ripresi dai nostri giornali. Dalle parti di Berlino si è utilizzata una strategia mediatica che mette in trincea personaggi come il premier dei Paesi Bassi Mark Rutte o in alternativa l’austriaco Sebastian Kurz a difesa dell’austerità europea e volta a dipingere il nostro Paese come inaffidabile e spendaccione.

Volano gia’ frasi del tipo: “se non fate le riforme, niente soldi del Recovery Fund”; ma l’Europa non vuole le riforme, vuole il taglio delle pensioni e degli stipendi pubblici, praticamente un surplus ancora piu’ alto. Di fatto vuole che i risparmi degli italiani siano canalizzati tramite le tasse che il nostro governo riscuote, direttamente nelle tasche dei paesi del Nord, trasformando questa unione europea in una sorta di neocolonialismo puro.

Non sto scherzando!!! stiamo parlando di soldi veri, dei risparmi di una vita, che le famiglie italiane trasferiscono alla finanza europea, tramite vari meccanismi, come il differenziale sui tassi, il famoso spread che porta alcuni paesi, in virtu’ dei tassi negativi, addirittura ad essere pagati per il proprio debito pubblico mentre altri sono costretti a pagare.

L’Italia ogni anno parte con uno svantaggio di circa 80 mld a salire nei confronti della Germania, proprio per gli interessi che deve pagare sul proprio debito pubblico. E dovete sapere che la spesa per interessi viene finanziata tassadoci, cosa che non avverrebbe se avessimo il controllo della nostra moneta.

Avendo la nostra moneta, saremmo noi a decidere se pagare interessi o meno, e quandunque decidessimo di pagarli saremmo sempre noi, e non i mercati, a decidere il tasso da pagare.

Dovete sapere che uno Stato a moneta sovrana potrebbe tranquillamente finanziarsi senza emettere nessun bond, ma semplicemente emettendo moneta e dirottare tale “reddito da divano”, quale e’ il reddito da interessi, su altri tipi di spesa che si ritengono piu’ opportuni.

Come potete ben vedere non siamo piu’ la cicala d’Europa, se mai lo fossimo stati, ma siamo una formica attenta e laboriosa, che perfettamente incarna il ruolo del colonizzato in questa disgraziata unione. Tutto questo trova conferma anche nell’ormai famoso fenomeno del “dumping fiscale” che alcuni paesi del nord attuano in maniera del tutto sleale.

E sono proprio quei paesi, che poi si ergono per primi a darci lezioni: “l’Italia deve farcela da sola” ha tuonato sulle pagine del Corriere della sera il premier olandese Mark Rutte.

Fortunatamente, con un po’ di orgoglio e senza usare mezzi termini, Il Presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli, in audizione alla Camera, ha ricordato come la concorrenza fiscale sleale di alcuni Paesi all’interno dell’Ue costi alle casse italiane un danno tra i cinque e gli otto miliardi di dollari l’anno.

“Si tratta di un fenomeno che assume un ulteriore risvolto problematico nel caso dei Paesi che affiancano a tali pratiche fiscali sleali la pretesa di uno stretto rigore di bilancio da Paesi dai quali drenano risorse”, ha proseguito Rustichelli. Tradotto: c’è chi sottrae entrate fiscali ai partner europei per poi dar loro lezioni morali su come ci si comporta nella gestione delle finanze pubbliche. Sembra proprio il caso dell’Olanda, ma non solo.

Il fisco italiano perde la possibilità di tassare oltre 23 miliardi di dollari di profitti: 11 miliardi vengono spostati in Lussemburgo, oltre 6 miliardi in Irlanda, 3,5 miliardi in Olanda e oltre 2 miliardi in Belgio. Questo comporta effetti diretti anche sugli investimenti internazionali: “L’Italia attira investimenti esteri diretti pari al 19% del Pil; il Lussemburgo pari a oltre il 5.760%, l’Olanda al 535% e l’Irlanda al 311%”, ha detto Rustichelli.

Come ha ricordato anche Thomas Piketty, “i Paesi Bassi sottraggono ogni anno circa dieci miliardi agli altri Paesi”. Il noto economista francese richiama un recente studio pubblicato di tre ricercatori (Thomas Torslov dell’Università di Copenaghen, Ludvig Wier e Gabriel Zucman di Berkeley), secondo il quale l’Italia perde il 15% del proprio gettito fiscale a causa della concorrenza dei paradisi fiscali. Secondo questo studio l’Italia vede circa 26 miliardi di dollari andare oltre i propri confini. Ma il dato clamoroso è un altro: di questi 26 miliardi, ben 23 vengono dirottati in Paesi dell’Unione Europea. In soldoni, vuol dire che Roma perde circa 5,5 miliardi di dollari di profitti, per un gettito di 850 milioni che vanno direttamente nelle casse di Amsterdam (il 2%), più del risparmio annuo che si avrebbe con il ricorso al Mes. Non solo: le casse italiane perdono 2,6 miliardi di entrate nette a favore di quelle del Lussemburgo, mentre 500 milioni vanno a foraggiare le entrate del Belgio.

Se poi, dal settore pubblico passiamo ad analizzare il settore privato, vediamo come ci dicono i dati Ameco elaborati dall’economista del Vienna Institute for International Economic Studies Philipp Heimberger, che anche sul piano privato l’Italia non ha nulla da farsi rimproverare dai Paesi del nord Europa. Secondo i dati Ocse elaborati da Heimberger, le famiglie e le imprese italiane hanno un debito pari a circa il 160% in rapporto al Pil, quelle olandesi oltre il 250%. E ancora: il debito privato irlandese sfiora il 380% del Pil, quello lussemburghese poco al di sotto del 500%.

Insomma, come si suol dire in Germania, nessuno più dell’Italia può incarnare in Europa il ruolo di “casalinga sveva”. Per tre decenni i governi hanno tagliato la spesa pubblica con effetti, purtroppo, anche sulla sanità. Come spiegato da un recente studio di due economisti della Berlin School of Economics and Law e da un consigliere economico di Angela Merkel, “decenni di austerità fiscale targata Ue hanno lasciato l’Italia impreparata alla crisi Covid”.

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Già pubblicato su Qelsi: