La moneta per i profani (come me!)

Il capolavoro del pittore olandese Quinten Massijs, The Moneylender

Franco per mittdolcino.com

Articolo rilanciato, dopo l’hackeraggio dei giorni scorsi

Questo breve scritto è una sorta di patchwork che ho tratto liberamente dalla blogosfera. Il mio intervento, quindi, è solo a mero livello di sintesi.

Quello che cercherò di dimostrare è che la moneta sia nata come strumento necessario per i commerci e per dare una “misura” alle cose — e che anche la “moneta merce”, in senso stretto, non sia propriamente tale (ovvero espressione di un valore assoluto ed universalmente accettato), perché anch’essa dipendente dalle “convenzioni”, ovvero dalle Leggi di uno Stato.

Quando una moneta viene legata ad un vincolo esterno — sia esso l’oro oppure un Trattato — per il Paese emittente cominciano i problemi perché, in questo modo, ne compromette le funzioni principali.

Per uno Stato, quello che conta è che la moneta rappresenti la sua economia e che sia gestita in modo autonomo per soddisfare i suoi fini.

Poi, un privato faccia pure quello che crede.

Dalle azioni alle obbligazioni, dall’oro ai bitcoin e fino al materasso, salvaguardi i suoi risparmi nel modo che ritiene migliore — e se poi sbaglia sono affari suoi (io, Stato, metto a disposizione le mie Leggi ed i miei Titoli, cercando in tal modo di proteggere il risparmio in ossequio al mandato Costituzionale).

Ma uno Stato è uno Stato ed un privato è un privato. Giova ogni tanto ripeterlo.

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L’assunto è che la moneta sia una “promessa” e che lo sia sempre stata anche all’epoca delle “monete merce”.

E’ grosso modo accettato da tutti (anche se con qualche ben motivato distinguo, la cui descrizione esula da questo “racconto”) che all’inizio della civiltà c’era il baratto e che i beni venivano scambiati a seconda delle necessità di ogni persona.

C’era il problema, però, che io volevo quella bella collana di conchiglie per regalarla alla mia signora, ma chi la vendeva non aveva bisogno delle pellicce dei castori che avevo scuoiato la sera prima.

Come fare? Io provavo a dire: “ehi tu, dammi la collana, che la prossima volta ti porto l’arco con le frecce che tu vuoi”.

Ma lui, scafatissimo raccoglitore di conchiglie, col cavolo che si fidava della mia “promessa”.

A quel punto, però, mi è venuta l’idea di prendere un qualsiasi bene che avesse un’ampia e riconosciuta utilità — ad esempio una pecora e poi vediamo perché — e calcolare il valore della collana, ma anche di tutti gli altri beni, in base alla pecore (pecus = pecora, da cui il nostro pecunia, alla faccia dei monetaristi).

In questo modo la mia “promessa” cambiava: da “ti porterò l’arco con le frecce” a “ti do una pecora — e con questa potrai comprarti l’arco con le frecce dal tuo vicino di grotta, visto che la pecora serve a tutti. Vedrai che l’accetterà in pagamento senza problemi“.

Ma la pecora è un po’ complicata da maneggiare e quindi, nel corso del tempo, si passò a qualcosa di pur sempre “prezioso” nella semplice economia di allora: il sale (salarium, da cui il nostro salario), perché scarso e molto ricercato per dare sapore agli alimenti — i soldati romani, in effetti, venivano pagati anche con il sale.

Però, se piove, il sale si scioglie e quindi ci voleva qualcosa che resistesse alle intemperie ed al passare del tempo, man mano che la società evolveva e le persone si concentravano nelle città.

C’era bisogno, quindi, di un bene che fosse facile da maneggiare e che si potesse accumulare senza che si rovinasse.

I metalli rari come l’oro e l’argento fecero al caso. Una persona, quindi, invece di andare in giro con una pecora, andava al mercato con qualche pezzo di metallo prezioso in tasca.

Però, anche in un’economia così primitiva, la moneta era già nient’altro che una “promessa”: la “promessa” che le pecore, il sale e i metalli preziosi fossero accettati quale mezzo di pagamento da altre persone, oltre che dalle parti in causa. 

Ma in una società primitiva, senza uno Stato a garantire che altre persone avrebbero accettato quella moneta come mezzo di pagamento, per forza di cose ci doveva essere la “moneta merce” — in altre parole qualcosa la cui utilità fosse accettata da tutti quelli con cui volevamo commerciare.

Possiamo capire, quindi, la funzione fondamentale svolta dallo Stato nel garantire, con le sue Leggi, non solo la proprietà (cioè difenderti dal più forte che vuole fregarti la roba), ma anche i mezzi di pagamento.

A quel punto, il valore intrinseco della “moneta merce” diventava un problema esclusivamente legato agli scambi con l’estero, cioè quando  commerciavamo con persone sottoposte a Leggi diverse da quelle del nostro Stato. 

Anche all’epoca delle “monete merce” erano quindi le Leggi a stabilire il “valore” della moneta (sia essa d’oro, d’argento … o magari solo un sacchetto di sale).

Leggi che obbligavano i creditori ad accettarla per “solvere” (cioè sciogliere) le Obbligazioni — la più importante delle quali era già allora il pagamento delle tasse. 

Questa garanzia, che era soprattutto la garanzia dell’applicazione delle Leggi, fu quindi fondamentale per lo sviluppo economico.

Ed è qui che cadono l’austriaco [ovvero il seguace della scuola economica “austriaca”] e il luogo-comunista che, pensando di legare la moneta ad un bene dotato di valore intrinseco, non capiscono che così facendo pretendono di farci tornare ad un’economia primitiva, come quella pre-statuale  …..

Un tempo ed una società dove lo Stato era incapace di far rispettare le Leggi per sua intrinseca debolezza — e quindi con un’economia legata al semi-baratto per la cronica insufficienza di moneta.

A questo problema posero rimedio gli Italiani. In fin dei conti, eravamo al centro della zona economicamente più sviluppata del Mondo Occidentale di allora, il Mediterraneo.

Andare in giro con in tasca tante monete d’oro era molto rischioso e quindi fu inventata la “lettera di cambio”, che altro non era che quella che noi oggi chiamiamo “cambiale” o “assegno” (per i pedanti, lo so che c’è differenza!).

Cosa succedeva, quindi? Che depositavo un po’ di monete d’oro da un Banchiere della mia città che, in cambio, mi dava un documento che ingiungeva ad un suo parente, che si trovava ad Alessandria d’Egitto, di ridarmeli laggiù.

Io, quindi, giravo con la mia bella lettera e se incontravo i briganti ero tranquillo, perché loro non potevano andare dal parente del mio Banchiere al posto mio. Così, quando arrivavo ad Alessandria, prelevavo le mie monete e conducevo i miei affari.

Quando i Banchieri di allora ebbero tanti commercianti che depositavano le monete d’oro (e quando il mondo cominciò a fidarsi di loro), pensarono che non solo potevano dare una “lettera di cambio” in base alle monete che avevano in cassa, ma anche qualcosa di più, perché queste non venivano prelevate tutte assieme.

Alcune volte le stesse “lettere di cambio” venivano girate a persone diverse, cioè venivano accettate direttamente come mezzo di pagamento.

In poche parole, nacque “la Banca” e possiamo vedere che c’era già il moltiplicatore della moneta, che era già diventata “fiduciaria” (la famosa moneta “fiat” che sembra sia stata inventata ieri mattina)  …..

Poi le banche qualche volta “fallivano”, perché c’era chi non rimborsava i prestiti e perché anche allora c’era la corsa dei depositanti a ritirare i soldi ….. insomma, sono tutte cose che conosciamo anche noi.

Fu proprio per evitare il diffondersi di monete “private” (evidentemente endogene), prive di qualsiasi controllo, che gli Stati crearono le Banche Centrali.

La Banca d’Italia, in effetti, fu creata dopo il famosissimo “Scandalo della Banca Romana”, [http://www.treccani.it/enciclopedia/banca-romana/], che era “privata”.

E’ tutto? Direi di no, c’è un’altra sfumatura da considerare — e cioè che in una moneta convivono le funzioni di “intermediario degli scambi” (la liquidità) e di “unità di conto”, che sono distinte.

Ovvero che la pecora e il chilo di sale, in molte circostanze, oltre che a “pagare” i beni acquistati, servivano semplicemente a “misurare le promesse”.

Il che rende ancor più imbarazzante la nostalgia austriaca per la moneta-merce.

La “moneta”, sia essa mezzo di pagamento o unità di conto, è comunque legata, secondo loro, allo sbagliatissimo concetto, oltretutto mal funzionante, di “moneta merce”.

Come dire, appunto, che con Bretton Woods il Dollaro equivaleva ad 1/35 di oncia d’oro e che domani sarebbe ancora dovuto essere 1/35 di oncia d’oro, altrimenti chissà cosa succedeva.

Sono riuscito a spiegarmi? Se diciamo che la moneta è una “promessa”, questa è comunque basata su una “convenzione”.

Quindi, voler attribuire un intrinseco potere di solvibilità alla moneta è sbagliato fin dalla preistoria ….. la pecora poteva morire, il sale poteva sciogliersi e le monete potevano consumarsi a forza di stare in tasca.

Il pericolo di avere in mano qualcosa che non potesse garantire il mantenimento della promessa, ovvero lo scambio di un bene contro qualcosa che rappresentasse un valore certo, è quindi sempre esistito.

Il valore non era immutabile nel tempo — e comunque era sempre legato alle diverse “convenzioni” adottate (ovvero le Leggi dello Stato) e alle forze del mercato (se per 10 litri d’olio ci voleva una pecora, l’anno dopo magari ce ne volevano due, perché la raccolta di olive era stata scarsa).

Pensiamo al nome stesso della nostra vecchia moneta, la “lira”, che deriva da “libra” (bilancia). La moneta, in effetti, veniva “pesata”, cioè valutata.

Nel quadro di Massijs — la foto di testa — diverse monete d’oro (sottoposte quindi a sistemi giuridici differenti) obbligavano ad usare la bilancia per mettere in relazione il valore intrinseco che, in assenza di un sistema giuridico sovranazionale, era l’unico valore a garanzia della promessa sottostante.

Ma, appena sulle monete venne impressa la “Testa del Re” (che all’inizio era garanzia solo della bontà della lega, altra variabile della “moneta merce”), ci fu la nascita vera e propria della moneta.

Perché a quel punto, a garanzia del suo valore e quindi della “promessa”in essa contenuta, c’era il potere costrittorio dello Stato.

Ricordo, e qui concludo, che l’immagine degli Imperatori Romani era esposta soprattutto in due luoghi: nella Basilica (Tribunale) e nel Foro (il mercato) — ed in entrambi i casi era il simbolo del fatto che lo Stato “garantiva” quello che succedeva in quei luoghi.

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Franco