Brexit: il nostro futuro va ben oltre le immediate questioni commerciali

La Gran Bretagna dei prossimi cinquant’anni dovrebbe aggrapparsi al “sistema cartesiano” europeo, o tornare al “libero pensiero” anglosassone?

Ambrose Evans-Pritchard per The Telegraph

Negli Stati Uniti, la “cultura libera” dell’innovazione aziendale ha dato origine a degli autentici Titani della tecnologia — come ad esempio Google — ma il Regno Unito, purtroppo, si è trovato dalla parte sbagliata della storia, preda della rigida normativa dell’UE.

In Gran Bretagna, il caos politico degli ultimi tre anni — una democrazia con le “unghia e con i denti”, si potrebbe dire — è servito a mascherare l’incoerenza strutturale e l’atrofia economica della stessa UE.

Le patologie europee non sono mai state affrontate: l’UE è solo mera spettatrice della guerra fra America e Cina per la supremazia tecnologica nel 21° secolo.

Nessuna delle 20 aziende mondiali tecnologicamente più avanzate è europea.

I motivi risiedono nell’etica legalista dell’UE, nel suo rigido e lento sistema di regolamentazione, nelle 190.000 pagine dell’“Acquis Communautaire”, quasi impossibile da abrogare.

Le stesse regole che la Gran Bretagna dovrebbe presumibilmente accettare — e per sempre — per portare avanti gli scambi di routine.

“Abbiamo un problema culturale in Europa: non si possono abbracciare nuove tecnologie se non si accetta il rischio ….. ma l’UE ha paura del rischio”, mi disse una volta Emma Marcegaglia, allora a capo di BusinessEurope.

La sua “bête noire” è il “principio di precauzione”, l’utopico obiettivo del rischio zero, che è nemico del dinamismo economico ed è il “bacio della morte” per le start-up tecnologiche e per l’Intelligenza Artificiale.

È manipolato dagli “interessi acquisiti” attraverso i “comitati regolatori”, concepiti per escludere i rivali.

È alla base, ad esempio, della pseudo-scienza del divieto europeo alle colture OGM, un balzo nell’oscurantismo stalinista di Lysenko.

La conseguenza del rifiuto di modificare i geni per ottenere rendimenti migliori, è che l’agricoltura dell’UE finisce con il dipendere in misura maggiore dai prodotti chimici, esattamente come per il gas da fracking — di cui l’Europa ha orrore — e per l’energia nucleare, con la conseguenza che si deve bruciare ancor più carbone.

Il “principio di precauzione” è stato fissato nella Giurisprudenza dell’UE dal Trattato di Amsterdam del 1997, che è all’incirca l’anno in cui l’UE cominciò a declinare economicamente, anche se è difficile separarlo dall’esperimento parallelo dell’euro [nel 1977 furono fissati i rapporti di cambio fra le monete aderenti all’euro, il cui inizio risale “di fatto” a quell’anno, ndt].

.Gli Stati Uniti aderiscono invece al “principio dell’innovazione”, la dottrina dell’analisi costi-benefici basata sulla “scienza dura”. La tradizione americana è quella dell’apprendimento empirico, tutelato legalmente dal banditismo tecnologico

Dietro a tutto questo c’è lo spirito della “Common Law” inglese.

Grosso modo, il principio secondo cui tutto è permesso se non è esplicitamente vietato — poi rimosso dal “Codice Napoleonico” che limita, al contrario, tutto quello che non sia stato esplicitamente autorizzato.

La legge anglosassone è la ragione per cui gli Stati Uniti, nell’epoca di Internet, sono andati fortemente avanti ….. mentre l’Europa non ha mai lasciato la linea di partenza!

Il Regno Unito è rimasto incastrato all’interno dell’UE, nella parte sbagliata della barriera culturale.

La cultura dell’avversione al rischio è stata un ostacolo per la biotecnologia britannica e per i suoi “unicorni tecnologici” (start-up private che valgono almeno 1 miliardo/usd) — la Gran Bretagna è comunque terza al mondo dietro agli Stati Uniti e alla Cina, mentre la maggior parte dell’Europa è in difficoltà.

L’effetto diventa progressivamente più opprimente quando l’UE espande le sue “competenze”, come quando ha creato tre nuovi “regolatori finanziari” dopo la crisi della Lehman, con poteri vincolanti sulla City.

I “mercati dei capitali” di Londra e l’industria del “capitale di rischio” (rispettivamente l’80% ed il 63% del totale dell’UE) sono stati un’ancora di salvezza per le società più piccole d’Europa — ma quanto tempo sarebbero potuti durare dopo la mazzata del MIFID II? [http://www.consob.it/web/area-pubblica/mifid-2].

Andrea Vismara di “Equita” ha affermato che questa direttiva sta causando la lenta morte dell’”investment banking” europeo.

Quindi, la domanda che la Gran Bretagna deve affrontare, mentre cerca di plasmare il suo destino per i prossimi cinquant’anni, è se desidera restare a priori con il metodo cartesiano top-down dell’Europa, o tornare al libero pensiero bottom-up, all’empirismo di Bacon, Locke, Hume, Smith e Darwin — che ha generato il prodigio dei tre migliori secoli della Gran Bretagna e che ci lega all’America, all’anglo-sfera e, per qualche verso, all’India.

Sarebbe grossolano fare questa scelta in un’ottica di breve termine, sulla base di un’istantanea dei flussi commerciali e delle catene  d’approvvigionamento fra Regno Unito e UE — in gran parte legati ad un’industria automobilistica che sta affrontando un disastro sistemico e che potrebbe non esistere più, entro un decennio, nella forma in cui oggi la conosciamo.

Il “Global Britain” ha provocato molta ironia, ma sostenere che si tratti di un tentativo disperato, in un mondo che si è frantumato in blocchi fra loro ostili, è solo un ingannevole fatalismo.

Come sede del principale centro finanziario del mondo, il Regno Unito ha tutte le possibilità di ritagliarsi un ruolo come convinto sostenitore di un rivitalizzato WTO e come “campione” del libero scambio e del libero pensiero.

La spinta dell’UE verso le clausole “di parità”, di “non regressione” e persino di “allineamento dinamico” alla leggi future, è di fondamentale importanza.

Se è questa la condizione per un accordo commerciale — negare alla Gran Bretagna quel “reciproco riconoscimento” che è normale nei rapporti globali — allora il Governo deve assolutamente rifiutare finanche di sedersi al tavolo.

Bruxelles riafferma le sue richieste in un linguaggio dalla morale spuria, con tante chiacchiere sul “dumping economico e sociale”, pretendendo al contempo d’essere arbitra degli standard comunitari. Bisogna sfidare e resistere a questo falso schema.

L’UE può sembrare una formidabile superpotenza economica se vista dall’interno delle parrocchie di Westminster e di Bruxelles.

Il processo dell’”articolo 50” ha dato la frusta in mano all’Europa, alimentando ulteriormente l’illusione della sua supremazia, analogamente alla cacofonia del Parlamento Britannico prima della “valanga” Johnson.

Ma, se il punto di vista è di tipo globale, l’Europa assomiglia sempre più ad un’impresa fallita. Americani e asiatici si grattano la testa e si chiedono se l’UE riuscirà mai ad agire tutt’assieme.

Ha sprecato un decennio nel tentativo di salvare la sua disfunzionale Unione Monetaria, mentre gli Stati Nazionali dell’Asia Orientale, che non fanno parte di alcuna comparabile Unione, sono cresciuti ad un ritmo superiore di quattro o cinque volte, diversificandosi nell’alta tecnologia — per poi fuggire con il “bottino”.

L’UE è stata superata anche nel suo settore principale, la produzione automobilistica.

Le “batterie al litio”, che sono il 40% del valore aggiunto in un veicolo elettrico, sono prodotte principalmente in Cina, Corea del Sud, Giappone e Taiwan. La Tesla, invece, ha le sue fabbriche in Nevada e California.

La decisione dell’Europa (il mese scorso) di stanziare 3,2 miliardi/euro nella sua impresa “Airbus per batterie” — si badi, con una deroga alle norme sugli aiuti di Stato [e comunque ad esclusivo vantaggio di Germania e Francia, sedi degli investimenti, ndt] — arriva quando la giornata è già finita.

Il mondo intero sbalordì quando le autorità dell’UE spinsero l’Eurozona in una doppia recessione attraverso un eccessivo indebitamento fiscale e monetario, mentre tutti gli altri Paesi, al contrario, si stavano riprendendo dalla crisi della Lehman.

Ma restarono letteralmente senza fiato quando la BCE aggravò la crisi da “deflazione del debito”, non riuscendo ad agire come “prestatore di ultima istanza” verso Stati Sovrani illiquidi, nel corso di tre anni estenuanti.

L’eredità di quegli errori è ancora qui: l’Eurozona è bloccata in una trappola deflazionistica (con tassi d’interesse a meno 0,5% e una politica monetaria che si è esaurita), paralizzata in senso fiscale, immobilizzata dal Patto di Stabilità e dalla rigidità delle sue regole, incorporate nel Diritto dei Trattati dell’UE.

In breve, è un’”anatra seduta” in attesa della prossima recessione globale.

Gli Stati Uniti hanno superato con facilità l’UE-28 in dimensioni economiche assolute — e questo divario crescerà quando il Regno Unito se ne andrà.

Il reddito pro-capite americano è salito a 62.795 dollari sulla base dei dati della Banca Mondiale, mentre l’Eurozona è scivolata dal 2008 fino a  39.928 dollari/pro-capite.

La prima è una superpotenza economica globale, la seconda è un degradato potere regionale, caratterizzato da una terribile crisi demografica.

Il Cancelliere dello Scacchiere britannico, Sajid Javid, ha lasciato intendere, a Davos, che il piano è quello di perseguire, per primo, un accordo commerciale con l’UE — invece di permettere una seria competizione fra le varie offerte disponibili, sullo sfondo degli Stati Uniti che stanno offrendo un accordo a tambur-battente, cercando con entusiasmo di portare la Gran Bretagna nella sua orbita commerciale.

“Abbiamo pensato che saremmo dovuti essere i primi”, ha dichiarato con forza il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steve Mnuchin.

Egli è giustamente irritato, dal momento che il Sig. Javid vuole imporre una tassa sui servizi digitali delle società tecnologiche statunitensi — un’imposta inapplicabile, inutile, di mera immagine e per sua stessa natura discriminatoria.

Quest’imposta anticipa senza motivo l’iniziativa congiunta dell’OCSE, che sta esplorando una soluzione di più ampio respiro con il sostegno degli Stati Uniti.

Combattere contro gli Stati Uniti, in questo frangente, sia sulla Huawei che sulla “tassa digitale”, scacciandoli di fatto dalla “lista dei pretendenti”, è un modo di governare pericoloso, al limite del sabotaggio.

Si tratta solo di una tattica, di una fiction, di un tentativo per calmare i sentimenti dei Remainers, implementata per dimostrare che le richieste di Michel Barnier siano del tutto irragionevoli, prima di tornare nelle braccia di Washington?

È questo che Boris Johnson ha sussurrato all’orecchio di Donald Trump? Forse.

Si dice che i guadagni di un “accordo commerciale” incentrato sugli Stati Uniti non possano compensare le perdite derivanti dagli “accordi commerciali” esistenti nell’UE. Ma è un falso, una caricatura riduzionista di quello che è in gioco.

Presume, inoltre, che l’UE si attenga rigidamente ai suoi stessi diktat egemonici quando si troverà davanti alla realtà della perdita totale della Gran Bretagna — e alla minaccia portata al surplus commerciale di 95 miliardi/sterline che ha verso il Regno Unito.

L’anno scorso è suonato un campanello d’allarme per quanti in Europa immaginavano che la Gran Bretagna sarebbe stata la vittima designata di uno scontro sulla Brexit. Ma è stata la Germania a piombare in una profonda crisi industriale, trascinando con sé anche l’Italia.

L’istituto IFO ha affermato che la principale causa della recessione tedesca, nel 2019, sia stata la Brexit e non il conflitto commerciale USA-Cina.

Non esiste equivalenza fra un “accordo commerciale” con gli Stati Uniti ed uno con l’UE.

Gli americani vogliono l’accesso al mercato britannico per vendere le loro merci, ma questo non implica per la Gran Bretagna la giurisdizione della Corte Suprema degli Stati Uniti, né l’adozione delle Leggi statunitensi sull’intera gamma della politica economica, sociale, occupazionale e ambientale.

Sì, è vero che Washington avrebbe un potere preponderante.

Esiste il rischio effettivo che possa tentare d’imporre una pillola avvelenata che limiti gli scambi con la Cina (come ha fatto nell’accordo con il Canada), ma per la Gran Bretagna è comunque un punto di partenza. La transazione,  poi, sarebbe palesemente su base sovrana.

Ciò che l’UE desidera, invece, non è affatto un “accordo commerciale”, ma l’infeudamento legale e normativo del Regno Unito, oltretutto senza diritto di voto. Se è questa la politica di Barnier, allora non c’è molto di cui parlare.

L’UE, naturalmente, starà avvertendo il pericolo geostrategico costituito dall’aver spinto troppo forte su questo punto dottrinale — dovrà scendere a compromessi o accelerare la propria discesa.

La gente dice che la Gran Bretagna debba ancora fare i conti con la sua “bassa statura”: quella di un piccolo paese nel mezzo di un mondo pericoloso.

Si potrebbe ribattere che anche l’UE debba ancora fare i conti con la sua “bassa statura”: un “blocco regionale” stagnante, incapace di crescere, prigioniero del suo status quo, a cavallo di una moneta fallita e alla mercé della crudele misericordia del ciclo economico globale.

Chi dei due, chi fra Regno Unito e Unione Europea, sta messo peggio?

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Link Originale: https://www.telegraph.co.uk/business/2020/01/31/brexit-destiny-21st-century-watershed-philosophical-choice-far/

Scelto e tradotto da Franco

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