Perchè catastrofisti o negazionisti dovrebbero essere comunque d’accordo sul da farsi (di Marcello Romagnoli)

Energia, Clima e Potere, il grande dibattito del prossimo decennio (almeno)
Redazione:
ospitiamo con estremo piacere un vero scienziato in materia di energie alternative e soluzioni atte a aiutare la transizione al nuovo modello energetico post petrolio, transizione che sicuramente – vedremo in che proporzione – ci sarà nell’arco di 3 decenni (2050).
Come ben sapete, facendo riferimento a basi fattuali (…), siamo su questo sito assai scettici non tanto sul riscaldamento climatico, innegabile in certe zone della terra, ma non in tutte; nutrendo però numerosi dubbi sia sulla antropogenicità di detto trend che sulla tesi secondo cui sarebbe la CO2 ad essere responsabile del riscaldamento, propendendo piuttosto per una tesi alternativa secondo cui la  CO2 sia più un effetto che la causa (…).
Detto questo, come suggerito dal Prof. Romagnoli, non è importante parteggiare ma piuttosto osservare, discutere, chiedere lumi, chiedere approfondimenti, evidenziare incongruenze nei meccanismi proposti evitando che la torre d’avorio della ricerca diventi autoreferenziale ed avulsa dal dibattito, che riguarderà il futuro delle prossime generazioni. Per fare questo ci vuole metodo scientifico, non alla portata di tutti.

In particolare il trend che spero nessuno voglia contestare parte dalla necessità umana di far evolvere le tecnologie, compatibilmente con la necessità di evitare la deindustralizzazione di interi settori economici basati su tecnologie diciamo tradizionali (meglio sarebbe, tecnologie incumbent). Da qui lo scritto del prof Romagnoli che mira ad introdurre tecnologie innovative in forza di una dovuta transizione, tecnologie che verranno presentate in prossimi interventi.

Concludo stigmatizzando la perdurante carenza di quel trait d’union tra scienza e utilizzatori-clienti finali, senza il tramite di giornalisti interessati a difendere posizioni pre-impostate troppo spesso basate su interessi economici particolari e non generali (…).
Speriamo di poter contribuire a colmare detto gap informativo indipendente.


Perchè catastrofisti o negazionisti dovrebbero essere comunque d’accordo sul da farsi

Vorrei iniziare con una breve premessa. non la farei se non la ritenessi fondamentale anche per comprendere il tema ambientale e le soluzioni che vengono proposte.

Chi è al di fuori del meccanismo scientifico, ma anche parte di chi vi è dentro, crede che la Scienza produca certezze assolute, mentre questa procede per approssimazioni che si migliorano, ma che non possono mai dirsi sicure al 100%. Ciò è dovuto a varie cause.

A-La difficoltà intrinseca di ciò che si studia. Il clima è sicuramente un sistema complesso di cui non se ne conosce che una parte. Oggi occorrono più dati, più risorse, più tempo per poter creare modelli più affidabili.

B- I limiti umani costituiscono un altro freno al raggiungimento di gradi di comprensione più elevati sui sistemi complessi.

C- La conoscenza è poi vittima di spinte politiche, economiche e religiose che ne riducono la libertà di espressione. La ricerca dovrebbe essere libera, finanziata dallo stato che al massimo dovrebbe indicare macro argomenti, lasciando poi liberi i ricercatori, debitamente finanziati, di ricercare in piena autonomia. Questo è un altro importante argomento che andrebbe affrontato in maniera approfondita.

Detto questo leggiamo sui mass media articoli pro e contro il riscaldamento globale. Veniamo subissati da dati che dimostrano una tesi o l’altra ed è difficile comprenderci qualcosa soprattutto se non si è esperti e se non si ha il tempo per indagare. Allora ci si affida al principio di autorità: si prende come buono e corretto quello che viene ritenuto tale dalla maggioranza di esperti o sedicenti tali. Sarebbe anche qui interessante sapere come questi esperti hanno creato la propria convinzione. Anche qui c’è un mondo da scoprire.

Io vorrei proporre di liberarci per un attimo da tutte queste diatribe tra i catastrofisti e chi dice che non c’è alcune evidenza di un riscaldamento globale e proporre un altro punto di vista. Anche questo porta comunque alla conclusione che è positivo che si vada verso l’abbandono delle tecnologie dei combustibili fossili per quanto riguarda il trasporto o le applicazioni stazionarie, queste ultime non meno inquinanti della prima. Le ragioni sono per me le seguenti.

1. Non importa se il clima sta andando verso un riscaldamento globale inarrestabile o meno, vero è che la combustione produce, oltre che la CO2, anche altre sostanze non meno dannose come gli SOx e NOx, ovvero una serie di gas che, combinandosi con l’umidità contenuta nell’aria, generano acidi forti. Sono quelli che poi determinano le pioggie acide in grado di ridurre la fertilità dei suoli. Suoli meno fertili vuol dire meno cibo per tutti. Inoltre la cattiva combustione che sempre avviene soprattutto a motore freddo, produce particelle carboniose molto piccole che, quando respirate, arrivano all’interno dei polmoni perchè non sono fermate dalle nostre barriere naturali, evolutesi per fermare particelle più grandie. Sono le cosidette polveri sottili: PM10 o PM2.5. Il numero dopo PM sta per la dimensione massima delle particelle: 10 microns o 2,5 microns rispettivamente. Queste sostanze causano danni alle persone (soprattutto ai bambini) e alla natura di cui potremmo fare a meno.

2. Chi, come l’Italia, possiede poche riserve di idrocarburi è costretta ad andare a comprarli sui mercati internazionali. Non basta spesso avere i soldi, perchè si può essere soggetti ad embarghi e non poterli comprare perchè si è invisi ad una qualche super potenza. Inoltre i prezzi possono variare repentinamente in modo importante spiazzando l’economia di una nazione. Infatti, più del loro valore assoluto è importante la stabilità dei prezzi in modo che un sistema economico possa prendere contromisure le quali richiedono sempre tempo. Essere più resilienti a queste variazioni vuol dire non solo essere meno soggetti ai ricatti di altre superpotenze, ma anche di poter meglio organizzare il proprio sistema produttivo.

3. In Italia abbiamo assistito da una progressiva deindustrializzazione che molto nuoce all’economia italiana. Noi siamo culturalmente e per capacità una nazione che si basa sull’Homo Faber, ovvero su persone che sanno costruire, fare, produrre cose di qualità, belle e innovative. Questo ce lo riconosce tutto il mondo. La transizione energetica ci da la possibilità di ricostruire quel tessuto economico che è andato perso per scelte economiche della politica sbagliate.

Per queste e forse altre ragioni occorre incamminarsi verso una strada che porti l’affiancamento deciso di nuove fonti energetiche a quelle tradizionali basate sugli idrocarburi, sul carbone, sul nucleare. Più sono le fonti e maggiore è la resilienza (e direi l’indipendenza) economica e politica della nostra società.

Ancora mancano all’appello le nuove tecnologie, quelle veramente innovative….

Su questo discorso si innestano le fonti rinnovabili le quali hanno grandi potenzialità e hanno avuto uno sviluppo molto forte negli ultimi decenni. Esse però hanno un enorme limite: la loro non programmabilità, ovvero la loro impossibilità ad essere coordinate con le richieste. Può mancare il vento, il sole, le maree quando occorre più energia e viceversa. Infatti occorre immettere nella rete energetica solo la quantità che viene richiesta in quel momento: non di più o di meno. L’Idrogeno allora costituisce un vettore energetico (ovvero una sostanza che porta energia, ma non esistendo in natura sulla Terra, occorre dargliela per produrlo) che può essere usato per stoccarla quando è in surplus e ritrasformarla in energia quando la richiesta supera la domanda. Può essere prodotto in Italia, vicino al punto di utilizzo, non occorre andare in giro per il mondo a comprarlo. Questo è un fattore importante perchè una produzione e utilizzo localizzato permette di creare una rete energetica molto più resistente ad attacchi militari o terroristici (purtroppo anche questo ha un suo peso). E’ pulito nel senso che non produce inquinanti se prodotto da fonti pulite e se è usato in sistemi idonei come le celle a combustibile.

Spesso viene fatto notare che il processo di produzione di idrogeno, il suo stoccaggio e la sua riconversione in elettricità produce perdita di energia. E’ vero, potremmo dirlo per ogni fonte energetica, anche il petrolio, ma a mio parere questa osservazione decade se pensiamo che l’energia usata andrebbe comunque persa ed è comunque gratuita. Meglio avere zero o avere 30 partendo da 100? Io credo che il buonsenso propenda più per la seconda ipotesi.

Prof.Marcello Romagnoli