La guerra commerciale: Pechino (alleata della Germania, contro gli USA) l’ha già persa. Washington che farà degli alleati che han tradito?


Gli USA stanno giocando al gatto col topo. L’unico vero problema che Oltreoceano hanno oggi è squisitamente interno: la battaglia fra Dem globalisti e America profonda impersonificata da Trump evita che la vittoria arrivi in tempi brevi, altrimenti non parleremmo nemmeno di sfida.

Il motivo della destabilizzazione interna USA è data dal ruolo di basista della Germania, potentissima a livello di intelligence, dopo aver fuso i suoi servizi segreti con la cinica Stasi della DDR (con W. Schauble agli Interni), potendo dunque leveraggiare l’infrastruttura della RFT fondata sul sistema postbellico Gehlen, il generale ex nazista convertito alla NATO, molto probabilmente coordinato proprio da quel Mueller che fu capo della Gestapo e che sparì pochi giorni prima della fine della guerra. In molti sostengono che in realtà il gerarca abbia riparato in Virginia o in Maryland per aiutare a costruire la CIA e l’FBI moderni. Non sarebbe dunque un caso che per tentare di bloccare Trump sia stato nominato come Grand Jury dai Dem (filo EU) un altro Müller, Robert, ex capo dell’FBI, avente somiglianze fisiche addirittura imbarazzanti con il fu capo della Gestapo hitleriana.

In pratica l’incapacità USA attuale di rispondere alle provocazioni cinesi dipende proprio da tale infrastruttura filo tedesca che si è andata innervando nel deep state USA durante 60 anni, deep state in cui ormai l’affarismo la fa da padrone (la CIA si autofinanzia, ndr). C’è voluto un presidente totalmente indipendente soprattutto in senso economico per riportare ordine; infatti da Obama in avanti il mercantilismo politico stile fondazione Clinton aveva addirittura minato gli stessi indirizzi strategici USA, anche per il tramite di sovvenzioni, anche stecche se volete, atte a piegare le elites politiche americane verso interessi non americani. Da qui il globalismo, che è anche una forma di arricchimento per le elites, una tattica socio-capitalistica che se volete è basata davvero sulle relazioni a pagamento, vedasi ad es. il pay-to-play negli speech obamiani, di Bill Clinton ed anche di Matteo Renzi, il loro uomo in Italia. Se andate ad osservare, sia i libri degli Obamas che quello di Chelsea Clinton, pagati milioni, furono foraggiati della stessa editrice tedesca che ai tempi fu uno dei sostenitori ideologici di Adolf Hitler.

Tradotto: la potenza emergente, la Cina, ha sapientemente unito gli sforzi con la Germania, che da tempo ha tentacoli in quel della West Coast. Lo scopo è lo stesso: esautorare gli States del ruolo di dominus globale. Basti ricordate che da Washington e New York, Prescott Bush, il nonno dell’ultimo presidente Usa con lo stesso cognome, dirigeva la banca nazista dei Thyssen, con lo scopo primario di evitare l’entrata in guerra americana contro la Germania di Hitler. Ed anzi spingendo per gli investimenti USA a Berlino e dintorni; fa quasi sorridere ricordare che gran parte dei motori dei primi veicoli militari tedeschi della WWII erano General Motors.
I nazi-futuri-globalisti c’erano quasi riusciti nel loro intento, fino a Pearl Harbour, un evento voluto dagli americani marziali, veri, i “militari” insomma, non a caso gli stessi che oggi supportano e difendono Donald J. Trump. E con un presidente ugonotto come Roosevelt, mai dimenticarlo, tanto convinto di essere nel giusto a volere un’America forte quanto lo è Trump oggi nel suo Make America Great Again.
Andando ancora più indietro, andrebbe pure rammentato come la lingua degli States sia l’inglese solo “per fortuna”, un unico voto fece vincere gli USA di Washington di lingua ufficiale inglese invece che tedesca.

Ridotto ai minimi termini, il discorso gira così: la Cina paga e la Germania mette i contenuti di intelligence e di strategia, con il fine di spodestare gli USA del ruolo di dominus globale. In fondo la guerra “con tutti” lato tedesco non è mai finita, basti pensare al presidente iraniano Mossadeq istruito dal geniale ex ministro nazista H. Schacht nel suo miracolo economico, addirittura causa successi con la necessità di successivo golpe USA con lo Scia’ Reza Pahlevi; o i legami di sangue con la Turchia, da sempre sostenuta da Berlino.


Oggi siamo al dunque: non appena Trump riuscirà ad annientere i suoi nemici interni, partirà la guerra vera, sull’estero.
Innegabile che gli USA abbiano già vinto, nella sostanza: basti pensare che se il mondo anglosassone smettesse di indebitarsi per consumare prodotti stranieri, Cina e Germania imploderebbero nottetempo, idem l’Italia purtroppo. Ossia se per volontà USA, o col crollo del dollaro o coi dazi a giustificazione, gli USA smetteranno di indebitarsi per consumare prodotti stranieri, gli esportatori mondiali faranno la fame. Appunto, costringendo tali esportatori alla guerra, col tempo, come fu per il Giappone pre Pearl Harbour. Gli USA devono solo attendere.
Chi è più a rischio è la Cina, con 1.4 miliardi di persone da sfamare ogni giorno: per evitare che costoro reclamino pane, è inevitabile che Pechino si espanda oltre i propri confini con la forza acquisendo i driver di crescita persi a causa dello stop usa all’acquisto dei propri prodotti (in attesa dell’inflazione a tutto tondo, ossia alimentare, paventata per tempo dagli strateghi di Stratfor) .
In ogni caso Washington per estrinsecare appieno la sua strategia avrà  bisogno come al solito di Londra, ossia del Five Eyes del Commonwealth. Ecco perché l’avvento a Downing Street di Boris Johnson, cittadino USA, sarà cruciale.

Pochi infatti rammentano che gli USA hanno tutte le materie prime, la tecnologia, un forte apparato, ricerca, finanza, popolazione, decentramento geografico difensivo, vicini ormai assuefatti al suo dominio regionale, vantaggio militare assoluto a livello globale. È quasi nessuno focalizza il fatto che le guerre passate di successo gli USA le hanno vinte prima di tutto a livello economico e strategico, quasi mai solo a livello militare: contro la Cina imperiale, contro il Giappone, contro l’URSS, anche contro la Germania nazista che ha iniziato la sua parabola discendente non appena gli investimenti USA in loco si sono fermati.

Oggi è il turno della Cina comunista, storicamente una primizia assoluta, che secondo molti potrebbe vendicarsi vendendo 1 trillion di bond USA. Chi crede a queste favole è tonto o è in malafede: il debito USA è di ca. 22 trn USD, di cui ca. 1 .1 in mano alla Cina ed 1 in mano al Giappone, nemico storico di Pechino, dunque di cosa stiamo parlando? Ricordando che ca. 10 trn USD sono in mani dirette USA ed una buona metà del rimanente sono nelle mani di alleati di Washington e/o stakeholders, si dice.
Questo fa capire l’enorme errore del governo giallo verde italiano a firmare l’accordo strategico con la Cina, che avrà conseguenze, sebbene sotto traccia.


D’ogni modo non preoccupatevi: gli USA non interverranno contro Roma, né contro il suo governo, sebbene sia stato sotto alcuni versi traditore del nesso Atlantico. Semplicemente verremo ignorati, Salvini andrà negli USA la prossima domenica ed incontrerà Pence (che non ha potere), forse Giuliani (con il suo colorito linguaggio oriundo, che colpì anche Di Pietro), ma non Trump ne’ tanto meno il potentissimo Pompeo, quasi certamente vedrà solo un segretario del ministero dell’interno che agisce da ministro ma senza esserlo. Gli USA sanno infatti precisamente cosa è successo a Palermo lo scorso marzo e a Pechino lo scorso dicembre.
Semplicemente, come si diceva sopra, basta aspettare: la Cina cadrà, la Germania imploderà e l’Italia verrà messa sotto torchio dall’EU Franco-tedesca per trovare driver alternativi di crescita persi causa Trump. A tale punto, prima dell’implosione voluta dall’EU per l’Italia, gli USA potranno chiedere qualsiasi cosa. Da lì le relazioni si normalizzeranno, è la prassi.
Gli italiani invece potranno solo interrogarsi su quale calcolo (idiota?) sia stato alla base della scellerata decisione dei nostri di firmare l’accordo della Via della Seta (chi scrive ritiene di saperlo ma, come promesso, se lo tiene per se, non è importante).

La ratio, per tutti quelli citati in questo breve excursus, è solo una: “Basta aspettare, la volpe si prende senza correre“.

Mitt Dolcino

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