La crisi libica è una minaccia per il prezzo del petrolio. Emmanuel Macron sta giocando con il fuoco

Emmanuel Macron affiancato dal Primo Ministro libico Fayez al-Sarraj e dal Generale Khalifa Haftar

Ambrose Evans-Pritchard per The Telegraph

L’Italia e la Francia sono ai ferri corti, poste su fronti opposti nella battaglia per il controllo della Libia e dei giacimenti petroliferi dell’Alto Sahara.

Sono venuti alla luce dei dettagli sorprendenti sul Presidente francese Emmanuel Macron, che ha appoggiato segretamente la campagna militare per rovesciare il Governo di Tripoli (appoggiato dall’ONU) alla vigilia della Conferenza Internazionale di Pace, collaborando infine con Russia e Arabia Saudita contro il consenso globale.

Facendosi beffe, oltretutto, delle Istituzioni di politica estera dell’UE.

L’attacco armato alla Libia Occidentale rischia di scatenare una guerra civile in piena regola e d’infliggere uno shock alle forniture di petrolio per i paesi dell’Eurozona in un momento assai delicato.

I prezzi del greggio Brent hanno toccato il massimo degli ultimi cinque mesi [$ 71,60], ma potrebbero salire molto di più se le esportazioni di petrolio libico dovessero improvvisamente interrompersi.

“Questo potrebbe portare alla mancanza di 650.000-700.000 b/g nel mercato globale”, ha dichiarato Helima Croft della RBC. Tutto questo nel momento in cui una serie di eventi fra loro non correlati ha ridotto l’offerta: “Il Venezuela sta collassando. La sua produzione potrebbe arrivare a zero”.

La “National Oil Corporation of Libya” ha detto che il quadro è  in qualche modo persino peggiore di quanto lo fosse stato durante il rovesciamento del Colonnello Muammar Gheddafi nel 2011. Potrebbe esserci il blocco totale del flusso di petrolio, che è stato di 1,1 milioni di b/g nelle ultime settimane.

Fonti italiane hanno affermato che Agenti del Gen. Khalifa Haftar – il leader della Cirenaica – sono volati a Parigi all’inizio di Aprile per incontri di “cappa & spada” con i principali ufficiali francesi, assicurandosi il sostegno per un assalto militare a Tripoli e alla Libia Occidentale, che  effettivamente è stato lanciato poco dopo. Le forze speciali francesi, in effetti, operano già da tempo come addestratori del sedicente “Esercito Nazionale Libico” del Gen. Haftar [LNA].

Il Gen. Haftar – giurando di “scavare il terreno sotto i piedi dell’iniquo Governo” – ha attraversato il paese fino alla periferia della Capitale. Il bilancio delle vittime ha raggiunto le 120 vittime. Gli aerei dell’LNA hanno anche bombardato l’ultimo aeroporto funzionante di Tripoli, a Mitiga.

L’attacco ha fatto deragliare il “piano di pace” del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, sostenuto dall’UE, dalla Gran Bretagna, dalla Germania e soprattutto dall’Italia, l’ex potere coloniale e tutore negli ultimi giorni di un paese in frantumi. I servizi di intelligence italiani, inoltre, temono un’ondata di migranti verso la Sicilia.

Matteo Salvini, l’uomo forte della Lega nel Governo di coalizione italiano, è arrivato assai vicino ad accusare il Sig. Macron di una cruda presa di potere in quello che è il cortile diplomatico italiano.

Ha così dichiarato: “Il Governo sta valutando attentamente se la Francia è in qualche modo coinvolta in questi scontri armati in Libia. Se è vero che ci sono interessi economici alla base di questo caos in Libia, e se è vero che la Francia sta bloccando l’iniziativa di pace europea per sostenere una delle due parti in conflitto, ebbene tutto questo sarebbe una cosa gravissima”.

E ha aggiunto: “Se c’è qualcuno che sta cercando di giocare alla guerra ha incontrato il Ministro e il Governo sbagliato, perché non abbiamo alcuna intenzione di stare a guardare”.

La Francia da parte sua ha negato qualsiasi doppiogiochismo o “piano segreto” in Libia, affermando che sta lavorando solo per una soluzione pacifica. Ma i rapporti tra Parigi e Roma sono comunque i peggiori a partire dalla 2a GM. Quasi ogni settimana c’è uno scambio d’insulti.

La francese Total e l’italiana ENI operano entrambe in Libia, ma non è questo il nocciolo della controversia. Parigi dice che il Governo al-Sarraj a Tripoli “alimenta i terroristi” e perpetua la cronica instabilità della regione.

La politica francese è guidata dal Ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, un falco della sicurezza nazionale con un debole per la realpolitik. Ha notoriamente respinto la spinta verso la democrazia in Medio Oriente, definendola un “infantilismo liberale”, una “forma di neo-conservatorismo importata dall’estero”.

Considera il Gen. Haftar un baluardo contro il “fondamentalismo islamico” e la “Fratellanza Musulmana” e, allo stesso tempo, come un alleato strategico per garantire gli obiettivi francesi nella sua più ampia sfera d’influenza, che attraversa tutto il Sahel.

L’obiettivo è quello di attirare il Gen. Haftar verso le potenze del Golfo sia per il denaro che per le armi. Il Wall Street Journal ha scritto in effetti che l’Arabia Saudita si è offerta di finanziare la sua offensiva [  https://www.mittdolcino.com/2019/04/13/larabia-saudita-sta-finanziando-haftar-perche-conquisti-lintera-libia/ ].

La disputa all’interno dell’UE è arrivata ormai allo scoperto. La scorsa settimana la Francia ha bloccato una dichiarazione congiunta che invitava il Gen. Haftar ad interrompere il suo attacco, condannandolo perché è pericoloso per i civili e costituisce in ogni caso una pericolosa violazione del processo di pace delle Nazioni Unite.

Successivamente è stata pubblicata un’annacquata versione dei fatti. Il Sig. Le Drian ha definito “prematura” la marcia su Tripoli, ma solo dopo aver elogiato le precedenti azioni condotte dal Gen. Haftar nel sud della Libia, definendole come un “grande progresso”.

Il Gen. Haftar sta incontrando una forte resistenza fuori da Tripoli e sembra essere sotto pressione. È improbabile che possa garantire il controllo del paese, ma il conflitto ha comunque una sua logica.

Mettendo in moto l’offensiva il Gen. Haftar ha rovesciato un equilibrio assai fragile che coinvolgeva altre potenti milizie libiche. Helima Croft ha detto che una lotta a tre potrebbe portare disordini anche nel bacino della Sirte, dove sono i due terzi delle infrastrutture petrolifere della Libia.

Haftar controlla quell’area e fino ad ora ha permesso al petrolio di fluire. Ma ha detto che: “Non permetterò che la Banca Centrale continui a riscuotere i proventi del petrolio se aiuta l’altra parte”.

La crisi libica aumenta la posta in gioco per l’Amministrazione Trump, che aveva già deciso di portare avanti l’inasprimento delle sanzioni petrolifere contro l’Iran agli inizi di Maggio, come richiesto dai sostenitori della linea dura al Congresso.

Lo scorso Autunno, Washington aveva colto di sorpresa i mercati concedendo una parziale “rinuncia” a otto paesi – fra i quali Cina, India, Giappone e Turchia [e Italia] – che potevano quindi continuare ad importare grandi volumi di greggio iraniano per altri sei mesi.

Helima Croft ha detto che: “Se Trump voleva davvero una politica shock-and-awe [colpisci e terrorizza], poteva correre il rischio di “azzerare” tutti. Ma poi avrebbe dovuto passare molto tempo al telefono con il Principe Ereditario saudita chiedendogli che venissero pompati molti più barili”.

L’Arabia Saudita e l’OPEC da parte loro sono molto cauti. Le esenzioni dello scorso anno [per gli otto paesi] li hanno lasciati a bocca aperta. Avevano aumentato la produzione per apprendere successivamente e comunque troppo tardi che il deficit globale delle sanzioni iraniane sarebbe stato di ca. 1,1 milioni di b/g, invece dei 2 milioni preventivati.

I prezzi del greggio crollarono di un terzo nei successivi due mesi. Da allora hanno recuperato ma è stata comunque una vicenda dolorosa.

Parallelamente la Casa Bianca ha una questione aperta con il Venezuela, dopo averne chiesto un cambio di regime, ma senza riuscire a piegare Nicolas Maduro. I russi, a loro volta, stanno alzando la posta mandando proprie truppe in quel paese a dispetto della statunitense “dottrina Monroe”.

La corrispondente della RBC ha così concluso: “Maduro sta trincerandosi nelle sua posizione. I militari non si sono rivoltati contro di lui e la sua posizione potrebbe essere molto più forte. Gli Stati Uniti, quindi, si trovano davanti ad un vero dilemma: provare a far morire il Venezuela di fame?”.

Ciò potrebbe richiedere molto tempo e rafforzare ulteriormente [aumento dei prezzi] il mercato petrolifero globale.

Non si può più dare per scontato che gli idrocarburi di scisto negli Stati Uniti verranno in soccorso con un altro aumento della produzione. I frackers americani hanno fatto miracoli fino ad ora. Hanno incrementato la produzione totale degli Stati Uniti di 2 milioni di b/g, raggiungendo il massimo storico, nell’ultimo anno, di 12,1 milioni di b/g, raggiungendo l’80% dell’offerta extra mondiale dal 2010.

Ma ci sono forti segnali che gli idrocarburi di scisto potrebbero essere vicini al loro limite. Gli investimenti si sono bloccati nel quarto trimestre, dopo aver esaurito i finanziamenti.

La Federal Reserve di Dallas ha affermato che le nuove emissioni azionarie dei produttori sono diminuite del 75% lo scorso anno. Schlumberger e Haliburton prevedono entrambi, nel 2019, un calo a due cifre della spesa in conto capitale negli Stati Uniti.

“Stiamo limando 100.000 barili al giorno dalle nostre previsioni”, ha dichiarato Martijn Rats della Morgan Stanley. “La produttività sta ancora migliorando ma il più è già stato fatto. I tassi di produzione iniziali non aumenteranno più”.

Le risposte alla recente “Energy Survey” della Fed di Dallas sono rimarchevoli per il loro pessimismo. “Le piccole imprese, senza accesso ai capitali, sono paralizzate”, ha affermato un intervistato. Mentre un altro ha detto che: “La contrazione della capitalizzazione di mercato di alcune società toglie letteralmente il fiato”.

È improbabile che l’OPEC e la Russia estendano i tagli congiunti alla produzione di 1,2 milioni di barili al giorno, quando scadranno i precedenti accordi. C’è quindi un margine di capacità in più, ma permangono dei dubbi su quanto sia grande questo margine in Arabia Saudita e nei campi declinanti della Siberia Occidentale.

La Libia è quindi diventata da un giorno all’altro il “punto di stress” del sistema energetico e dell’economia mondiale. L’impetuoso e giovane Presidente francese sta rischiando d’innescare una catena di eventi che non riuscirà poi a controllare completamente.

I critici affermano che stia perseguendo una politica estera “solitaria”, nell’interesse nazionale francese e sfidando sia le Nazioni Unite che le Istituzioni dell’UE. E tutto questo è molto difficile da far quadrare con la sua retorica ultra-globalista.

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Link Originale: https://www.telegraph.co.uk/business/2019/04/14/libya-crisis-threatens-oil-price-spike-macron-plays-strategic/?icid=registration_eng_nba158433_personalised

Scelto e tradotto da Franco

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