Tunisia: “colpo di stato” anticostituzionale o ultimo sforzo legale per salvare lo Stato?

Andrew Korybko

La culla della Rivoluzione Colorata popolarmente chiamata Primavera Araba è di nuovo al centro dell’attenzione mondiale, dopo la controversa decisione di domenica scorsa del Presidente tunisino Kais Saied.

Il leader, democraticamente eletto e in carica da meno di due anni, ha sospeso il Parlamento e l’immunità legale dei suoi membri per trenta giorni.

Ha rimosso il Primo Ministro — espressione del Partito relativamente più grande (*), Ennahda, che nega [senza essere molto creduta] i suoi legami con i Fratelli Musulmani — e ha assunto l’ufficio di Procuratore Generale con il sostegno dei militari, che hanno bloccato il Parlamento e la Televisione di Stato.

(*) Ennahda, nelle ultime elezioni, ha conseguito 52 seggi su 217, perdendone ben 17 da quelle precedenti.

Il Presidente Saied ha difeso la sua decisione sulla base dei vaghi poteri conferitigli dall’Art. 80  della Costituzione, presentando la sua azione come un tentativo legale di salvare lo Stato, in risposta alle proteste socio-economiche sempre più caotiche.

L’Art. 80  recita che “… in caso di pericolo imminente che minacci le Istituzioni della Nazione, la sicurezza o l’indipendenza del Paese, e che ostacoli il normale funzionamento dello Stato, il Presidente della Repubblica può prendere qualsiasi misura resa necessaria da tali eccezionali circostanze”.

Inoltre, il Presidente del Parlamento o trenta Deputati possono chiedere alla Corte Costituzionale di rivedere questa decisione entro trenta giorni dalla sua entrata in vigore.

Ma ci sono due problemi giuridici:

1) l’articolo 80 non stabilisce esplicitamente una linea d’azione;

2) la Corte Costituzionale deve ancora essere istituita.

È per questa ragione che i suoi oppositori lo hanno accusato di aver inscenato un “colpo di stato anticostituzionale”.

Il Financial Times ha citato l’alto funzionario di Ennahda, Saied Ferjani, ipotizzando che ci siano gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Francia dietro la mossa del Presidente Saied.

Il Ministro degli Esteri turco, considerato un sostenitore di Ennahda per il presunto allineamento di quel Partito con i Fratelli Musulmani (sostenuti da Ankara in tutta la regione), ha detto di essere profondamente preoccupato per quello che è appena successo.

I sostenitori del Presidente Saied in patria e all’estero hanno invece salutato la sua decisione — analoga a quella presa dal Presidente egiziano al-Sisi quasi un decennio fa, quando si mosse con decisione contro il Governo dei Fratelli Musulmani nel suo Paese.

È importante rilevare che le Autorità tunisine abbiano preso d’assalto anche l’ufficio di Al Jezeera a Tunisi, accusata di collusione con i Fratelli Musulmani, vista la sua appartenenza al Qatar.

Tutto suggerisce che questa sia stata una mossa coordinata con i militari, legittimata dal ricorso del Presidente Saied ai vaghi poteri conferitigli dall’Art. 80, per schiacciare quello che loro e i presunti alleati stranieri considerano un procuratore dei Fratelli Musulmani (Ennahda).

E’ comunque importante tenere a mente il contesto interno e internazionale in cui questo è accaduto.

La Tunisia stava vivendo proteste socio-economiche sempre più caotiche.

La crescente destabilizzazione avrebbe potuto costituire un terreno fertile, per i gruppi estremisti e per i loro delegati politici, per prendere il potere o almeno provocare ulteriori disordini.

Questo possibile sviluppo è una semplice dinamica associata a questo tipo di proteste (certamente non un’esclusiva della Tunisia), soprattutto nella regione del Medio Oriente-Nord Africa (MENA), secondo il precedente stabilito un decennio fa dalla cosiddetta “primavera araba”.

Non è chiaro se le proteste fossero organizzate o meno, ma ciò che conta è che sembravano aver raggiunto un punto pericoloso prima della decisione di domenica sera.

Il contesto internazionale è quello di una teatrale rivalità fra i Fratelli Musulmani (sostenuti dalla Turchia e dal Qatar) e le Autorità relativamente più laiche sostenute da Emirati Arabi Uniti, Egitto e Francia.

La Libia è stato l’ultimo flashpoint fra di loro prima di domenica scorsa, ma la situazione ideologica nella regione MENA è davvero molto complicata.

Le società dei vari Paesi sono divise fra sostenitori molto radicali di entrambi i campi.

Ci sono anche diversi gradi di repressione contro gli oppositori, a seconda di chi è al potere in un determinato Paese.

I sostenitori dei Fratelli Musulmani considerano i governi secolari come dittature, mentre i secondi considerano quel gruppo come terrorista.

Allo stato attuale, le Autorità laiche tunisine sembrano aver neutralizzato, almeno temporaneamente, il potere politico di Ennahda nel Parlamento con il pieno sostegno dell’esercito, che sta mantenendo il controllo della situazione sulle strade.

La valutazione più accurata che un osservatore possa fare è che entrambi gli schieramenti abbiano punti convincenti: i sostenitori del Presidente Saied hanno ragione a sostenere che la situazione era diventata veramente “eccezionale” e che rappresentava un “pericolo imminente” per lo Stato, mentre i loro avversari hanno ragione a descriverla come una mossa politica senza precedenti contro Ennahda.

Quello che resta da vedere è se le Autorità e i loro sostenitori militari muoveranno accuse contro i Rappresentanti Parlamentari di Ennahada, la cui immunità legale è stata appena sospesa insieme a quella dei loro pari.

In questo momento si può solo speculare ma, probabilmente, una parte sarà accusata di voler prendere il potere con la forza mentre, l’altra, sarà accusata di frequentare gruppi terroristici.

Anche il futuro politico di Ennahda è incerto, visto che potrebbe essere messa al bando con il pretesto della sicurezza nazionale, o quanto meno epurata dei suoi membri più estremisti.

Un’altra incognita è se alcuni simpatizzanti di quel Partito possano ricorrere alla guerra non convenzionale, ovvero al terrorismo.

Guardando avanti, la prossima settimana (o due) sarà cruciale, dando credito ai precetti dell’articolo di Steven R. Mann (1992): “Chaos Theory And Strategic Thought”.  

Egli postulava che le condizioni iniziali modellano in modo sproporzionato il risultato dei processi complessi, come può senz’altro essere descritta la catena di eventi che il Presidente Saied ha messo in moto.

Varrà la pena tener d’occhio anche il sostegno straniero che lui e i militari da un lato, Ennahda dall’altro, riceveranno durante questo periodo — specialmente le manifestazioni tangibili, come ad esempio le armi.

Anche nella migliore delle ipotesi, ovvero che nulla di drammatico possa ripetersi a breve scadenza, la stabilità potrebbe essere solo illusoria perché è decisamente possibile che alcuni membri dell’opposizione si radicalizzino oggi, per ribellarsi in un secondo momento.

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Link: https://www.globalresearch.ca/tunisia-anti-constitutional-coup-legal-last-ditch-effort-save-state/5751558

Scelto e tradotto da Franco

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