Deutsche Bank prevede pubblicamente scontri di piazza per colpa dell’inflazione da cibo in occidente, sebbene qualcuno ancora si ostini a negare la salita dei prezzi nel paniere dei consumi

Redazione:

L’inflazione è mainstream, quanto meno nei dati riportati dalla stampa e nelle ricerche degli istituti specializzati. La chiave di tutto sta nell’inflazione da cibo, partita in Cina con l’inflazione sui prezzi della principale componente cibo cinese, il suino. Oggi i prezzi dei suini cinesi stanno scendendo sullo spot, ma il forward (piglet) sale, a causa – sembra – della necessità di “liquidare” i suini oggi negli allevamenti perchè si teme una prossima recrudescenza della febbre suina africana, causando prezzi prospetticamente in salita in forza della necessità di uccidere i maiali malati. Ma in tal modo la disponibilità forward scende, dunque sale il prezzo a termine.

L’inflazione da cibo è la forza trainante dell’inflazione, storicamente parlando: anche gli UK furono costretti ad aumentare i tassi nei primi anni novanta per ovviare a tale tipo di inflazione, solo per essere puntualmente infilzati da G. Soros.

Pochi infatti rilevano che cibo, trasporti, energia, casa, mobili ecc. sono tutti in cluster coi costi dell’energia, che da novembre scorso è salita a dismisura, oil a +70% in dollari da novembre scorso, alla faccia del green di Biden.

In tutto questo, oggi anche eminenti banche internazionali stanno arrivando a prevedere svolte tragiche, proprio causa inflazione. Oggi è il turno di Deutsche Bank, che prevede addirittura sommosse sociali causa inflazione da cibo.

Ossia si ipotizza inflazione rampante, più tutto il resto.

Inutile girarci attorno: se si continuerà per la strada attuale fatta di stampa di moneta senza limiti, blocco delle supply chain, aumento dei prezzi delle materie prime e, notizia di questi giorni, scarsità di forza lavoro negli USA, l’inflazione malsana, quella cattiva, ossia quella da scarsità di offerta/offerta più cara avrà il sopravvento su tutto e su tutti.

Si noti per altro che tale tipo di inflazione, da shock di offerta, non è mai catalogabile tra quello sane, ossia da domanda che da moderata cresce progressivamente, no! Infatti in tale contesto nefasto la domanda rischia di rimanere al palo (assieme ai salari), sebbene con prezzi in salita (…). Una storia già vista, nel post 1973.

Dunque, nel caso si avrà deflazione salariale ma anche inflazione. Ovvero qualcosa di peggio della stagflazione, direi più depressione inflattiva, come ha per altro previsto uno dei più grandi esperti di economia keynesiana l’anno scorso, Robert Skidelsky. Epilogo – quello tratteggiato da Skidelsky – , applicabile non tanto agli UK fuori dall’EU e con la sterlina sovrana; quanto soprattutto ai paesi EU-periferici come l’Italia, stretti nella morsa dei parametri di bilancio (EUroimposti), con un debito statale enorme, filiere interrotte post COVID in presenza di massiccia disoccupazione (con le PMI, su cui si basa l’economia italiana, al collasso, ndr); dunque bassa crescita ma con impossibilità di svalutare la propria moneta sovrana in quanto facenti parte della zona euro (idem per la Grecia, che però è già stata messa in ginocchio dalla troika un lustro fa).

Tutto sembra tornare purtroppo.


Al link: https://www.zerohedge.com/markets/one-bank-warns-soaring-food-prices-will-lead-social-unrest

Ieri abbiamo spiegato perché, con i prezzi già alle stelle, l’inflazione globale stava per andare in overdrive quando il principale indicatore dei prezzi alimentari che è il Bloomberg Agri spot index ha raggiunto il livello più alto in sei anni.

In poche parole, questo è un problema poiché il cibo è una grande componente dei panieri CPI in Asia, e “questo grande impulso inflazionistico nella regione che ospita più della metà della popolazione mondiale dovrebbe risultare in costi salariali più alti nella base industriale del mondo“. Se l’IPC e l’IPP aumentano in Asia, ciò si ripercuoterà a livello globale nei mesi a venire”.

Oggi, Jim Reid di DB ha scelto quel grafico come suo “Chart of the day“, ripetendo ciò che i lettori già sanno, cioè che l’indice spot agricolo di Bloomberg è salito di circa il 76% anno su anno, notando che “questo è il più grande aumento annuale in quasi un decennio, e ci sono solo un paio di altri episodi comparabili da quando l’indice inizia nel 1991“.

Come noi, Reid cerca poi pazientemente di spiegare a tutti gli idioti – come quelli impiegati nell’edificio Marriner Eccles – che l’importanza di questa impennata record “si estende ben oltre la vostra spesa settimanale, poiché c’è un’ampia letteratura che collega i prezzi più alti degli alimenti a periodi di disordini sociali”. Infatti, noterete dal grafico che l’ultima grande impennata dalla metà del 2010 all’inizio del 2011 ha coinciso con l’inizio della primavera araba, per la quale l’inflazione alimentare è considerata un fattore che ha contribuito.

Mentre questo non è nuovo – ne abbiamo discusso in “Perché Albert Edwards sta iniziando a farsi prendere dal panico per l’impennata dei prezzi alimentari” e in “Ci stiamo avvicinando a uno scenario biblico di aumento dei prezzi delle materie prime – Reid ci ricorda anche che i mercati emergenti sono più vulnerabili a questa tendenza, poiché i loro consumatori spendono una quota molto maggiore del loro reddito in cibo rispetto a quelli del mondo sviluppato.

Lo stratega di DB va poi all-in e dice quello che tutti stanno pensando, cioè che “questa tendenza di prezzi alimentari più alti che portano a disordini sociali si estende molto indietro nella storia e circonda molti punti chiave di svolta. La Rivoluzione francese del 1789, che ha rovesciato l’Ancien Régime, è arrivata dopo una successione di cattivi raccolti che hanno portato a grandi aumenti dei prezzi degli alimenti. Fu una storia simile anche al tempo delle rivoluzioni europee del 1848, che seguirono il fallimento dei raccolti di patate negli anni 1840 e la conseguente grave carestia in gran parte dell’Europa. E anche il rovesciamento del regime zarista in Russia nel 1917 avvenne in un contesto di scarsità di cibo”.

Così, mentre resta da vedere quali potrebbero essere le conseguenze dell’odierna impennata dei prezzi alimentari, Reid avverte che “date le difficoltà che si sono già verificate grazie alla pandemia, una nuova ondata di disordini non sarebbe una sorpresa su base storica“.

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