VEDO O NON VEDO?

Roberto Buffagni per Italia e il Mondo

L’EMANCIPAZIONE REGRESSIVA

I media riportano con grande enfasi l’episodio del Liceo Socrate di Roma, dove la Preside avrebbe invitato le studentesse a non mettere la minigonna perché sennò “ai professori casca l’occhio”.

Trattandosi di una vicenda francamente insignificante tacere sarebbe la cosa giusta da fare ma, dopo le minacciose “richieste di chiarimenti” della ministra Azzolina e l’odierna badilata di banalità di Gramellini, forse dopo tutto un commento è opportuno.

Le parole della Preside di primo acchito sembrano solo una tra le molte possibili espressioni malriuscite in un contesto, come quello delle scuole italiane, che di solito veleggia più che dalle parti dell’inappropriatezza, da quelle dell’ordinaria follia.

Davvero niente di cui mettersi a discutere, se non fosse emersa la solita indignazione a molla sul “diritto leso” che oramai sembra occupare la totalità del discorso morale contemporaneo.

La raccomandazione della Preside sarebbe un attacco alla libertà di espressione.

Non sarebbero le studentesse a dover sorvegliare il proprio abbigliamento ma i Professori (quei maiali) a dover sorvegliare i propri sguardi.

Ora, questo, che nella sua concretezza reale sembra un non-problema, può diventarlo se diamo libero corso ad alcuni degli argomenti che sono stati usati.

Si tratta di argomenti ipocriti ed ideologici, dove da un lato avremmo le pure “esigenze di espressione della personalità” manifestate nella scelta dell’abbigliamento (qui femminile, ma vale anche per i maschi) e dall’altra avremmo l’improvvida animalità istintuale degli sguardi (qui solo maschili), che — signora mia — sarebbe tempo che si civilizzassero.

Ecco, questo giochino è pura manifestazione di malafede.

Innanzitutto, che il vestiario (a maggior ragione adolescenziale) sia la manifestazione di un “impulso espressivo endogeno” del tutto puro, non macchiato da alcuna valutazione degli effetti su terzi — “ci si veste per stare bene con sé stessi” — sono ridicole fiabe.

Da sempre — a maggior ragione nell’odierna cultura dell’immagine e, alla seconda potenza, tra gli adolescenti — il vestiario è un codice rivolto agli sguardi altrui.

Un codice che, non essendo verbale, presenta sì maggiori margini interpretativi, ma che è ben lungi dall’essere neutrale o arbitrario.

Non è, naturalmente, mai un pezzo di stoffa, o la sua mancanza, a definire univocamente un messaggio: il contesto è sempre anch’esso parte determinante del messaggio.

La medesima parte di pelle scoperta se si è dal medico, al mare, o in classe sono tre messaggi diversi, e questo è perfettamente chiaro a chiunque ne faccia esperienza, attiva o passiva.

Ora, in un contesto come quello di un’aula scolastica certe forme di vestiario che evidenziano i propri ‘punti di forza’ (e insisto, ciò vale oggi per le femmine come per i maschi) sono un codice definito, un codice che segnala interesse sessuale.

Non si tratta, per la natura del messaggio, di una dichiarazione o di un invito, e spesso capita che il messaggio sia pensato da chi lo predispone come vagamente rivolto a Tizio e Caio, mentre sciaguratamente esso finisce per suscitare l’attenzione di Sempronio.

Capita, la vita è piena di trabocchetti, e tuttavia prendersela qui con Sempronio sembra davvero improprio.

D’altro canto che vi siano manifestazioni d’interesse sessuale è la cosa più normale e bella dell’universo — e rendiamone grazie al cielo — perché l’interesse sessuale è probabilmente l’ultima cosa che ancora separa le nuove generazioni dal passare l’intera esistenza in bolle autistiche con cuffie e iPhone.

Il buon vecchio istinto sessuale, Deo Gratias, resta ancora una delle poche cose a spingere verso interazioni non virtuali.

Dunque tutto bene? Non proprio.

Partiamo dall’ABC.

Le aule scolastiche, soprattutto se parliamo di minorenni, sono luoghi deputati ad attività specifiche che prendono il nome di ‘studio’.

Lo ‘studio’, dal latino ‘studium’, indica applicazione, cura, diligenza, impegno, attività che richiedono concentrazione, sforzo, attenzione.

Dunque, che collateralmente allo ‘studio’ possano accadere altre belle cose, tra cui espressioni d’interesse sessuale, è accettabile, ma deve anche essere tassativamente qualcosa di marginale.

La scuola potrà cercare di essere accogliente e umana, ma deve restare chiaramente distinguibile da una pizzeria, una discoteca, una piazza.

Ora, cosa c’è di problematico nel porre l’accento sulla ‘libertà d’espressione’ manifestata col vestiario in ambito scolastico?

Ecco, il problema è che la scuola NON ha al suo centro questo ordine espressivo.

Non perché l’ordine espressivo degli interessi sessuali sia ‘male’, ma perché esso ha una capacità d’imporsi all’attenzione e di dislocare ogni altro livello attentivo, e ciò va contro il senso dell’istituzione scolastica.

Perciò è inaccettabile, oltre che falso, il giochino per cui:

a) le espressioni di vestiario sarebbero istanze innocenti, neutrali, che non intendono nulla, e di fronte a cui gli altri sarebbero chiamati a passare come se fossero ciechi;

b) e “chi saremmo noi per giudicare”, sindacare o, figuriamoci, vietare l’altrui libertà d’espressione.

Ecco, anche no.

Le espressioni del vestiario, e soprattutto quelle meno convenzionali, sono messaggi sparati ad alto volume verso un ‘uditorio’ imprecisato, ma non per ciò sono messaggi neutrali o innocenti.

Il fatto che i messaggi visivi abbiano una caratteristica polisemia, e che quindi non siano traducibili in parole precise, non li rende perciò innocenti.

Sono messaggi che chiamano ad una reazione, che invocano uno sguardo, che bramano un giudizio.

In tutto ciò non c’è niente di casuale e niente di innocente, anche se possono mescolarvisi ingenuità, confusione o mera emulazione.

Che importanti sezioni dell’attenzione dei ragazzi in età scolare venga dedicata alla scelta e all’acquisto dei capi d’abbigliamento più attrattivi, alla loro attenta valutazione, che la scuola tenda a diventare un circo Barnum di esibizione competitiva, lasciando sullo sfondo come noie contingenti i fattori formativi, non è indifferente e non è un bene.

In quest’ottica, tra le tante idee inattuali che dovrebbero essere tirate fuori dalla famosa ‘pattumiera della storia’ c’è l’adozione scolastica di una divisa.

Sappiamo tutti quanto ricco e vitale sia il mercato del vestiario giovanile e come l’elogio della ‘concorrenza’ venga introdotto forzosamente in modo precoce nelle famiglie attraverso le emulazioni, imitazioni e competizioni quotidiane sul ‘come apparire’.

Tutto ciò verrebbe simpaticamente stroncato con un taglio netto dall’adozione di una divisa.

Non è per altro accidentale che la divisa sia oggi adottata solo in alcune scuole private di alto livello, come nelle public schools britanniche (da cui prende spunto, peraltro, la narrativa di Hogwarts …).

Sono le scuole dove i ceti dirigenti cercano di riprodurre nella generazione successiva la propria superiorità quelle che hanno maggiore consapevolezza delle virtù della divisa.

Invece le scuole delle periferie degradate di tutto il mondo sono il regno della ‘libertà d’espressione’ — piccoli fortunati.

La divisa evita (o limita) insensate competizioni tra opposti narcisismi, depaupera la sfera del consumismo adolescenziale, e riduce i motivi di distrazione.

Sarebbe una soluzione semplice, lineare, economica, ottimizzante, democratica ed egalitaria.

Ed è per questo che rimarrà un proposito letterario, mentre noi continueremo a chiacchierarci addosso a colpi di ‘libertà di espressione’, ‘sguardi colpevoli’, ‘oppressione dei corpi’, e altri animali fantastici.

MINIGONNE — SINTESI n. 2.

A scuola si va per imparare e studiare (gli studenti), per insegnare i Professori. Per imparare, studiare e insegnare bisogna concentrarsi e prestare attenzione.

Poche cose disturbano la concentrazione e l’attenzione come il desiderio erotico dal quale nessuno, quale che sia la sua età, è immune (per fortuna) — anche se ovviamente lo frena e non passa immediatamente all’atto, se è appena un po’ civilizzato.

Dunque, a scuola nessuno si deve vestire in modo provocante.

Poi ovviamente si può provocare il desiderio erotico in cento modi, anche vestendosi con la massima sobrietà. Ci vuole tanto a capirlo?

L’amico Francesco Maria De Collibus ha cortesemente riportato un mio breve post sulle minigonne sulla sua bacheca.

Interessanti i commenti ivi prevalenti, che illustrano come l’ideologia (in questo caso, politically correct) e l’accecamento che provoca sia bipartisan.

Destra e sinistra unite nella lotta contro la ragione e il buonsenso. Ad majora.

Poveri noi moderni … così ipocriti e così stupidini

La protesta della “minigonna” in un Liceo romano — notizia di per sé cretina come poche altre — mi suggerisce tuttavia un paio di riflessioni sparse che vi propongo.

Premetto che non ho nessuna fiducia nel fatto che la gran parte dell’umanità attuale — giovani, giovanissimi o vecchi che siano — riesca a comprende qualsivoglia ragionamento un po’ più articolato.

Ma questo non è un buon motivo per non ragionare (almeno per chi questo dono lo possiede ancora).

In sostanza, alle “pasionarie” del diritto al Tanga, io proverei a far capire due concetti antropologici basilari:

1) Il linguaggio del corpo è molto più efficace di quello verbale.

I nostri gesti, la nostra fisicità, i nostri sguardi, ancor più il nostro vestire, non sono MAI neutri, ma implicano sempre — che ne siamo coscienti o meno — un messaggio inviato a terzi.

Faccio un esempio estremo per far capire: se io entro al supermercato in mimetica, attrezzatura tattica da guerriglia e faccia dipinta, questo rientra nella mia cosiddetta “libertà”, ma è anche vero che, in quel momento, io sto lanciando un messaggio esplicito.

Pertanto, se le vecchiette che fanno la spesa mi guarderanno con perplessità o forse con un po’ di timore e se, al limite, fuori dal mercato mi ritrovo una pattuglia che, come minimo, mi chiede i documenti, questa è una reazione che devo tenere in conto …

La sedicente civiltà dell’immagine ci ha fatto dimenticare che “l’immaginario” si nutre e reagisce in base alle forme che percepisce.

Altro esempio: se io (donna o uomo) inondo il web di immagini seducenti o ammiccanti di tutto o parte del mio corpo è evidente che la percezione che il 98% degli spettatori avrà di me sarà di una persona “a caccia di preda”.

Cosa che spesso corrisponde al reale, malgrado tutte le scuse che possiamo accampare a noi stessi, e il fatto che lo si voglia negare è solo un’ipocrisia sciocchina.

In sostanza, le immagini parlano sempre molto più delle parole.

E questo non è il frutto di chissà quale, immaginaria, società “repressiva”, ma un dato antropologico ineliminabile.

2) Il corpo della donna è potenza

La natura della Donna è un qualcosa di realmente straordinario, ragazze mie.

Vi hanno mai insegnato a casa, a scuola, al centro sociale autogestito o anche in parrocchietta, che la Donna è Potenza?

Qui si va molto oltre la “morale”, qui stiamo su un piano metafisico. La donna è la Shakti, come chiamano gli Indù la Potenza Divina che dà origine al creato.

Ora, la Potenza tuttavia è sempre qualcosa da usare “cum grano salis”.

Una Potenza profanata, svenduta, continuamente esibita, diventa automaticamente pre-potenza — e la pre-potenza non è esattamente la condizione migliore per crescere, evolversi, migliorare, conoscere.

L’ipersessualizzazione di massa che ha trasformato le donne in bambole gonfiabili da vendere a poco prezzo, e gli uomini in annoiati e grassi peluche sbavanti su youporn, non mi pare abbia reso felice molte persone.

Poi, per carità, se non avete niente di meglio da fare, continuate a protestare per il diritto di far vedere il fondoschiena.

Tanto, state tranquille, la gran parte dei vostri Professori, allevati ed evirati dal post-sessantottismo e dall’ACR, probabilmente neanche vi guardano più.

E poi, infondo, siete merce inflazionata, oramai …

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Link Originale: https://italiaeilmondo.com/2020/09/20/vedo-o-non-vedo_di-roberto-buffagni/

Scelto e pubblicato da Franco