La nascita dell’anti-fusionismo europeo

Mathis Bitton per National Review

Tre settimane fa il filosofo francese Michel Onfray ha annunciato la fondazione del “Front Populaire”, una rivista politica il cui obiettivo è quello di “riunire i sovranisti anti-UE di sinistra, di destra, di centro, di nessuna parte e ovunque essi siano”.

Questa missione è più controversa di quanto possa sembrare.

In Francia, il “sovranismo” è un concetto che ha acquisito una serie di connotazioni negative perché aspira a preservare l’indipendenza degli Stati Nazionali.

Ma quest’idea non dovrebbe spaventare nessuno, se non i più ardenti cosmopoliti. Eppure, i suoi sostenitori sono spesso ritratti come demagoghi e populisti, guidati da leader pseudo-carismatici capaci solo d’incanalare le infernali passioni della popolazione.

Onfray non fa eccezione.

Fin dalla nascita del “Front Populaire” i maggiori quotidiani francesi, come Le Monde, hanno accusato il filosofo di “flirtare con l’alter-destra”, di “galvanizzare l’identitarismo” e di “lusingare gli istinti più oscuri dei reazionari”.

Il giornalista Jean-Luc Mano è arrivato a definire Onfray un “rouge-brun”, un termine dispregiativo tradizionalmente utilizzato per descrivere la terribile combinazione di ideali fascisti e comunisti.

È interessante notare che le osservazioni di Mano siano state scritte in anticipo rispetto alla pubblicazione del primo numero del Front Populaire.

Significa che, senza nemmeno leggere un solo articolo, i giornalisti di Le Monde già sapevano che una pubblicazione anti-UE non poteva essere che un’impresa disastrosa, condotta da miopi sciovinisti.

Eppure, Onfray è ben lontano dall’essere un ostinato arciconservatore.

Attraverso più di cento libri il filosofo ha fatto satira sulla Chiesa Cattolica, ha lodato le virtù dell’edonismo, ha difeso la politica anarchica di Pierre-Joseph Proudhon e ha persino scritto un entusiastico trattato sulla sessualità libertina.

Avido ammiratore di Albert Camus, Onfray si è autodefinito “di sinistra”, ovvero un “socialista libertario”.

Insomma, non corrisponde, diciamo così, al profilo di un leader di destra.

In effetti, il “Front Populaire” rappresenta il culmine della strana alleanza iniziata con la nascita della Quinta Repubblica francese.

All’indomani della 2a Guerra Mondiale, Charles de Gaulle unì i membri conservatori e comunisti della Resistenza per formare un Governo che sostenesse la sovranità nazionale, limitasse le interferenze straniere e celebrasse la cultura francese dopo quattro anni di occupazione tedesca.

Una simile coalizione rinacque nel 1992 con il referendum sul Trattato di Maastricht che, secondo molti, segnò l’inizio del federalismo europeo.

Dopodiché emerse di nuovo con la partnership surreale fra convinti socialisti, come Jean-Pierre Chevènement, e leader conservatori, come Philippe Séguin.

Nonostante le colossali differenze ideologiche, i due uomini condivisero il palcoscenico per combattere quella che percepivano essere la fine della Francia come stato nazionale.

La data più importante nella storia di questa particolare alleanza fu quella del 29 maggio 2005.

Quel giorno, e contro qualsiasi previsione, il popolo francese votò contro la ratifica del “Trattato di Roma”, che estendeva i poteri che Maastricht aveva già conferito alle Istituzioni Europee transnazionali.

Per la prima volta la causa della sovranità nazionale aveva unito una maggioranza di elettori che andava dai “comunisti disillusi” ai “nazionalisti impegnati”.

Naturalmente, il Governo Francese non rispettò il voto popolare.

Due anni dopo il Presidente firmò una versione riconfezionata del “Trattato di Roma”, senza alcuna consultazione pubblica.

Il “tradimento della democrazia” è ciò che da allora alimenta la determinazione dei Partiti anti-UE.

Tuttavia, mai le Forze Politiche sovraniste sono state in grado di unirsi, al di là di qualche occasionale referendum.

Il motivo è semplice: a parte il rigetto dell’UE, i Conservatori Francesi hanno ben poco in comune con i Socialisti, i Comunisti e persino i Reazionari.

Almeno fino ad ora.

Onfray sostiene che avere un nemico comune, l’UE, sia sufficiente per fondare un vero e proprio “movimento politico”.

Gli osservatori americani, da parte loro, troveranno familiare quest’iniziativa.

Quando Ronald Reagan e i fusionisti repubblicani costruirono una coalizione antisovietica, negli anni Sessanta, riunirono anch’essi una panoplia di libertari e di tradizionalisti che non condividevano moltissimo dal punto di vista filosofico.

Ciò che li univa, tuttavia, era una minaccia così grande da rendere insignificanti le loro differenze.

Naturalmente, Onfray non sostiene che l’UE sia simile all’URSS, ma che le circostanze potrebbero essere sufficientemente simili da far sorgere anche in Europa un “nuovo tipo di fusionismo”.

Per Onfray, la risposta al Coronavirus è stata un eccellente “caso di studio”.

Apparentemente, una pandemia poteva essere il momento ideale perché le partnership e le Organizzazioni Internazionali potessero esercitare potere e influenza.

Ma è successo qualcosa di molto diverso. L’OMS non ha alcun meccanismo di coercizione e le sue linee-guida, di conseguenza, sono state praticamente ignorate.

Nel frattempo gli Stati dell’UE che per i beni di prima necessità e le forniture mediche dipendono dalle importazioni, si son trovati nell’impotenza dopo l’annuncio del Governo tedesco (che controlla gran parte delle attrezzature mediche della regione) che la produzione avrebbe soddisfatto innanzitutto le sue esigenze, poi quelle degli altri.

La conseguenza: la Francia si è unita alle fila degli indifesi.

Come hanno osservato Norimitsu Onishi e Constant Méheut sul New York Times, “l’outsourcing internazionale ha lasciato [la Francia] in balia delle mascherine, dei test e persino delle pillole antidolorifiche”.

Il paradosso: proprio quando la Francia aveva bisogno della solidarietà transnazionale dell’UE (anche per difendere il concetto di “libero scambio”), l’Istituzione è rimasta in silenzio.

La Governance Europea è apparsa come un’orchestra le cui esecuzioni sono ineccepibili durante le prove, ma orrende nella serata d’apertura.

Per Onfray la sovranità nazionale non è tanto un progetto politico, quanto un pre-requisito di tutta la politica.

La Francia non ha sofferto durante il Covid-19 per le scelte, ma per le non-scelte del suo Governo … per l’usurpazione della sua autorità.

Per Onfray, lo stato delle cose impone la tanto attesa coalizione anti-UE.

Come egli stesso ha affermato nell’inaugurare il Front Populaire: “… i sovranisti non hanno bisogno di concordare soluzioni politiche, basta che siano d’accordo sul fatto che sia il popolo a decidere quali debbano essere”.

Onfray applica questa semplice formula a ogni aspetto del processo decisionale.

Dal punto di vista economico, sostiene, la Francia deve riallocare in Patria la produzione dei beni di prima necessità, delle forniture mediche e delle tecnologie.

A livello internazionale la Francia dovrebbe prendere le distanze dalla NATO e riconquistare l’indipendenza di cui godeva sotto il “pugno di ferro” di de Gaulle.

Politicamente, il Paese dovrebbe liberarsi dalla morsa antidemocratica dell’UE e fare un uso più ampio dei referendum.

Per il filosofo francese questi tre principi sono più che sufficienti per fondare il Movimento. Forse, non è il solo a pensarla così.

Il “Front Populaire” ha raccolto un milione di euro, proveniente da piccoli contributi, in meno di due settimane — e quindi ha dimostrato di poter attrarre l’attenzione di quanti ritengono che il fusionismo anti-UE rappresenti il futuro della politica francese.

L’impatto dell’iniziativa di Onfray potrebbe estendersi ben oltre i confini della Francia.

In tutt’Europa i Partiti anti-UE stentano ad arrivare al potere, nonostante la popolarità delle loro idee.

La causa di questo fallimento è duplice.

In primo luogo, se le forze anti-UE non sono state in grado di costruire alleanze per colmare le divisioni ideologiche, gli eurofili, al contrario, son sempre riusciti a formarle (quando necessario), prima e dopo le Elezioni.

In Germania, ad esempio, la CDU è alleata da diversi anni con lo SPD. Quest’asimmetria ha impedito agli isolati Partiti anti-UE di ottenere una maggioranza parlamentare.

In secondo luogo, molti Partiti anti-UE sono guidati da figure controverse.

In Francia, ad esempio, un sondaggio del 2018 ha mostrato che, nonostante 1/3 degli elettori francesi sia d’accordo con Marine Le Pen, solo il 15pc sia però pronto a votare per lei o per il suo Partito.

Come altri Partiti Nazionalisti, il “Front National” della Le Pen soffre per la sua problematica storia.

Il padre della Le Pen, fondatore del Partito, si dice abbia aiutato uno degli autori dell’attentato contro Charles de Gaulle a fuggire, nel 1963.

Fu anche ripetutamente condannato per incitazione all’odio razziale e per aver definito l’Olocausto “un dettaglio insignificante nella storia della 2a Guerra Mondiale”.

Con un passato così travagliato, i tradizionali Partiti anti-UE non hanno la legittimità e il rispetto necessari per convincere la maggior parte degli elettori.

In teoria, l’iniziativa di Onfray affronta entrambe le questioni.

Non solo riunisce i sovranisti, ma allontana anche le preoccupazioni per l’immagine tossica di qualche estremista.

A differenza della Le Pen e di altri ancora, Onfray e i suoi alleati — che vanno dall’ex Ministro Socialista Jean-Pierre Chevènement all’economista Idriss Aberkane — beneficiano della loro reputazione intellettuale e del loro prestigioso passato.

Se emergessero altre coalizioni di questo tipo, il fusionismo anti-UE potrebbe benissimo rimodellare la politica europea — forse per sempre.

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Link Originale: https://www.nationalreview.com/2020/07/european-union-front-populaire-seeks-to-unite-opponents-eu/

Scelto e tradotto da Franco