La Cina non è abbastanza forte per dominare il mondo

Dopotutto, gli Stati Uniti hanno eletto un Presidente “nero”, nel 2008 — la Cina, invece, non sarà mai guidata da un Uiguro, almeno non nella mia vita.

Ambrose Evans-Pritchard per The Telegraph

Il Parlamento Cinese ha imposto a Hong Kong una Legge sulla Sicurezza Nazionale che proibisce di contestare l’autorità di Pechino

Pochi giorni prima l’Amministrazione Trump aveva emesso un documento sorprendente.

Una vera e propria dichiarazione di “Guerra Fredda”: “la Cina, sotto il Presidente Xi Jinping, è diventata una potenza predatrice e ostile”.

C’è scritto che il regime sciovinista-leninista di Pechino è incorreggibile: Xi non giocherà mai secondo le regole della “governance globale”.

Il suo progetto di dominio mondiale è considerato un pericolo strategico per il “sistema di alleanze” statunitense e per i “valori democratici” dell’Occidente.

D’ora in poi la guerra ideologica dovrà essere combattuta su tutti i fronti.

Il tono è più duro di quello usato nell’articolo–spartiacque del 1947 di George Kennan, che esponeva le ragioni perché l’Unione Sovietica dovesse essere contenuta.

L’articolo chiedeva un “paziente, fermo e vigile contenimento delle tendenze espansive della Russia” e l’uso di una forza adeguata per combattere la sovversione sovietica delle Istituzioni Occidentali.

Xi era in difficoltà quando, nel 2013, disse ai quadri del Partito di prepararsi per un “conflitto” di lungo termine con l’Occidente, giurando al contempo di sconfiggere il sistema del “libero mercato”.

Due anni dopo alzò la posta in gioco chiedendo una lotta a tutto campo contro le “pericolose teorie e le visioni occidentali”.

La potenza egemone americana, seppur in modo lento e disordinato, gli ha finalmente risposto.

Il testo della Casa Bianca pubblicato il 20 maggio sostiene che gli Stati Uniti e la Cina siano entrati in “grande competizione” e che Washington agirà di conseguenza.

Il dramma delle ultime due settimane ha oscurato la rivoluzione strategica in corso.

Anche il caos della pandemia è stato utile a Xi, che ha pareggiato i conti con l’impertinente “richiesta di democrazia” di Hong Kong.

Difficilmente avrebbe potuto aspettarsi un bonus aggiuntivo come lo spettacolare “colpo di stato” costituito dalle rivolte razziali in America.

“Non riesco a respirare” è diventato il grido beffardo dei media cinesi.

Anche il tweet d’approvazione di Donald Trump, successivo al dispiegamento della 101a Divisione Aviotrasportata contro i rivoltosi, è stato un regalo alla propaganda cinese. 

Ma la “rivolta di George Floyd” passerà, proprio come passò quella di Rodney King nel 1992 e tante altre ancora, perché la politica razziale è certamente un aspetto dell’America, ma non la sua essenza.

Dopotutto, il Paese ha eletto un Presidente “nero”, nel 2008 — la Cina, invece, non sarà mai guidata da un Uiguro, almeno non nella mia vita.

Il Documento della Casa Bianca afferma che i suoi rivali globali non avranno più un trattamento benevolo (compresa la Russia di Putin e i Chavistas) nella speranza che “… il loro inserimento nelle Istituzioni Internazionali e nel commercio globale possano trasformarli in partner affidabili. Questa premessa si è rivelata in gran parte malriposta. I nostri rivali usano la propaganda e altri mezzi illeciti per screditare la democrazia”.

Inoltre, accusa il PCC di giocare d’azzardo con il WTO (perseguendo una politica volta quasi esclusivamente all’esportazione) e anche di aver posto l’”Esercito di Liberazione del Popolo” al centro del “complesso economico e tecnologico”, secondo la dottrina della “Fusione Militare-Civile”.

Denuncia, in conclusione, il patologico furto delle tecnologie occidentali.

Ora, finalmente, gli Stati Uniti passeranno all’offensiva e muoveranno contro il nemico.

Tutto questo mi ricorda la Dottrina Reagan dei primi anni Ottanta, che consisteva in una serie di “guerre per procura” che Washington vinse, contrariamente a quanto si disse allora — ovvero che gli Stati Uniti erano stati sconfitti e che perseguivano cause perse in partenza.

Ecco alcune “pepite” del Documento dell’Amministrazione Trump:

“Gli Stati Uniti respingono la falsa equivalenza del PCC fra “Rule of Law” [supremazia della legge, che deve essere rispettata da tutti] e “Rule by Law” [il Governo emana una nuova Legge ogni volta che vuol fare qualcosa], fra antiterrorismo e oppressione, fra Governo rappresentativo e autocrazia, fra concorrenza basata sul mercato e mercantilismo diretto dallo Stato”.

“Gli Stati Uniti continueranno a sfidare la propaganda e i falsi racconti di Pechino volti a distorcere la verità e a sminuire i valori e gli ideali americani”.

“Gli Stati Uniti non accettano e mai accetteranno le azioni di Pechino volte ad indebolire un ordine internazionale che sia libero, aperto e basato sulle regole.

Continueremo a confutare il racconto del PCC secondo cui gli Stati Uniti sarebbero in ritirata strategica”.

“Non accettiamo la fuorviante richiesta di Pechino di creare un’adeguata “atmosfera” per il dialogo. Allo stesso modo, gli Stati Uniti rigettano il simbolismo e lo sfarzo di Pechino”.

Chiediamo, al contrario, risultati tangibili. Conosciamo l’approccio transazionale di Pechino e risponderemo con incentivi e minacce credibili”.

Avrete senz’altro compreso la sostanza.

Possiamo solo immaginare la reazione all’interno del “Comitato Permanente Cinese” quando questo testo incendiario è stato pubblicato!

Conferma che gli Stati Uniti siano determinati a fermare l’ascesa della Cina e che non ci sia più nulla da guadagnare da atteggiamenti moderati.

Il documento è la voce di tutta Washington. Riflette il pensiero di entrambi i Partiti e di gran parte dell’establishment militar-diplomatico.

Trump in questo frangente è quasi una colomba, preceduto e quasi travolto dalle forze politiche del Campidoglio.

Non sarebbe comunque più facile, per Xi Jinping, sotto i Democratici. Potrebbe anche andargli peggio con un Presidente come Biden.

La decisione di Trump di revocare lo “status speciale” di Hong Kong, una volta concretizzatasi, sarà più importante di quanto sembri.

Mette il baricentro dalla parte sbagliata dell’enclave e la priverà del sostegno implicito della Fed e del Tesoro statunitensi. D’ora in poi sarà trattata come qualsiasi altra città della Cina.

Le 1.400 società americane e i 96.000 cittadini statunitensi cominceranno ad allontanarsi, alcuni verso Singapore. Il capitale se ne sta già andando.

Non sarà tanto la perdita del libero accesso [al mercato americano] a far male, ma tutto il resto.

Iris Pang della ING ha detto che ad essere fatale sarà il freno ai trasferimenti di tecnologia. L’intera industria dei servizi ruota attorno ai componenti digitali e hi-tech statunitensi.

C’è chi sostiene che Hong Kong possa scrollarsi di dosso questa situazione, spostando l’attenzione verso la Cina continentale, ospitando tutti i titoli ADR [American Depositary Receipt] che stanno fuggendo o che sono stati espulsi dalla Borsa di New York.

Ne dubito. E’ vero che i grandi poli commercial-finanziari siano resilienti. Ma vanno inevitabilmente in declino strutturale se il loro vantaggio geopolitico viene interrotto.

Quello che Xi ha appena fatto a Hong Kong è simile all’asfissia asburgica di Anversa del XVI secolo.

La città aveva un suo “status speciale” anche come centro del “libero pensiero”, fino a quando Filippo II — un maniaco del controllo a tutti i costi, esattamente come Xi — soppresse le sue libertà con la Controriforma.

Gli ebrei perseguitati fuggirono a nord, verso Amsterdam — e così la grande “Buerse” [Borsa Valori] scomparve.

Xi Jinping ha chiaramente concluso che il valore economico di Hong Kong come primo polo asiatico e porta d’accesso alla finanza mondiale sia inferiore al costo politico di lasciare che il “movimento democratico” dell’enclave continui a sfidarlo, rimproverandogli il modello totalitario che persegue.

Il ruolo di Hong Kong, quindi, non è più così cruciale nell’ambito della nuova politica di “autosufficienza” perseguita da Pechino.

La Legge sulla Sicurezza di Pechino copre “l’eversione, il terrorismo, la sedizione e l’interferenza dei paesi stranieri”, le stesse categorie che vengono abitualmente usate nella Cina continentale per schiacciare il minimo sfarfallio del dissenso civile.

Gli apologeti sostengono che si tratti solo di una piccola violazione all’autonomia di Hong Kong — compreso il Capo della Politica Estera dell’UE — e dicono che niente ostacolerà lo sviluppo degli affari.

Il successo di Hong Kong si basa sullo “Stato di Diritto” e sulla “Magistratura Indipendente” … ma è proprio questo che la leadership comunista non può tollerare.

E’ furiosa perché solo 60 degli 8.500 manifestanti filo democratici, arrestati lo scorso anno, sono stati condannati. Il problema sono i Tribunali.

“La città rappresenta tutto ciò che il regime di Xi più odia delle Democrazie Liberali”, ha detto Chris Patten, ex Governatore di Hong Kong.

Tutto questo sta avendo luogo nel momento peggiore per Hong Kong.

L’enclave sta uscendo dalla più grande “bolla dei prestiti” al mondo (dati BRI), con i prezzi degli immobili iper-inflazionati e un sistema bancario con assets pari a 8,3 volte il Pil, paragonabile a quello dell’Islanda e dell’Irlanda prima che iniziassero i problemi della pandemia.

La sua economia, in effetti, è già stata colpita da molteplici shock.

Né la Cina sta riprendendosi completamente dalla pandemia. Un quinto dei lavoratori migranti non è ancora tornato dai suoi villaggi e la disoccupazione reale è al 15pc.

Il rimbalzo si è parzialmente arrestato perché il settore delle esportazioni cinesi — che dà lavoro a 60 milioni di persone — soffre il contraccolpo del blocco globale.

L’ultimo “pacchetto di stimolo” ha spinto l’aumento del deficit fiscale (secondo la definizione del FMI) a 15 pp del Pil, ma l’espansione del credito è solo 1/4 di quello che avevamo visto nell’iper-stimolo del 2008-2009.

Il motivo è che la Cina non può più rischiare che si creino prestiti promiscui.

Una cosa era concedere prestiti quando la crescita tendenziale era al 10pc e l’economia mondiale era la loro “ostrica”, tutt’altra cosa quando il tasso di crescita (reale) è vicino al 4pc e si dirige verso il 2pc (metà degli anni 20), quando l’indebitamento ha raggiunto il 330pc del Pil o quando c’è da gestire l’eredità di epici cattivi investimenti. 

Resto fedele alla mia opinione. Il Pil della Cina, ai prezzi di mercato, non supererà quello americano in questo decennio, o entro il 2030 o in questo secolo.

Rispolverando Adam Smith, “ci sono ancora molte macerie nella vecchia repubblica” e la Pax Americana non è morta come sembra.

Il passo di Xi Jinping è disastroso per le sorti della Cina. Rigettando la Dichiarazione sino-britannica si è sfacciatamente fatto beffe di un “Trattato Internazionale” depositato presso l’ONU.

Gli Stati Uniti, finalmente, stanno reagendo con serietà alla diplomazia “wolf warrior” di Xi. Altri Paesi seguiranno. 

La Cina non è abbastanza forte per il suo progetto di dominio globale.

“Griff Nach Der Weltmacht” [“Gli Obbiettivi Tedeschi nella Prima Guerra Mondiale” è un libro dello storico tedesco Fritz Fischer]. Xi ha fatto un salto nel buio.

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Link Originale: https://www.telegraph.co.uk/business/2020/06/02/china-not-strong-enough-pull-bid-world-dominance/

Scelto e tradotto da Franco