La mortalità “finale” da COVID-19 in Italia: un’analisi sui dati ragionata (dr. S. Sbrenna MD, PhD e dr.ssa E. Prini MD, CIDS)

Redazione:

Abbiamo l’onore di pubblicare una valutazione scientifica, elaborata da medici presenti sul campo, avente come oggetto il contagio da COVID19 in Italia con il fine di spiegare in modo comprensibile, fattuale e scientifico la realtà del coronavirus. La gente, gli italiani, sono infatti letteralmente affamati di Informazioni con la “I” maiuscola sull’argomento, elaborata da esperti. E non dai soliti noti – sempre gli stessi – che, chissà in forza di quale affiliazione, sono ricorrentemente presenti nell’agone soprattutto televisivo.

Siamo dunque a proporvi la presente analisi di due esperti, due medici italiani, che con un taglio da ricercatori divulgativi cercheranno di spiegarvi la realtà del COVID19. Mi permetto di aggiungere solo un commento personale, da ingegnere e non da medico: a me sembra che oggi il “panico da virus” italiano dipenda dal fatto che policy makers ed esperti, oltre che semplici concittadini informati, non abbiano tanto paura del contagio tout court, quanto abbiano letteralmente il terrore che la situazione possa evolvere tragicamente come è successo a Bergamo e Brescia nord e ovest, dove la situazione non sembra sovrapponibile al resto d’Italia per motivi ad oggi difficili da comprendere (…).

Vi lascio quindi a questa pregiata ed informatissima lettura. Un regalo direi, da parte di amici del nostro sito che hanno capito perfettamente lo spirito che ci muove.


La mortalità “finale” da COVID-19 in Italia: un’analisi sui dati ragionata (del dr. S. Sbrenna MD, PhD e dr.ssa E. Prini MD, CIDS)

La mortalità “finale” da COVID-19 in Italia: un’analisi sui dati ragionata. Una grave sindrome respiratoria identificata in Cina nel dicembre 2019, è stata battezzata COVID-19 (acronimo di COronaVIrus Disease 2019). L’agente eziologico, SARS-CoV-2 (acronimo di Severe Acute Respiratory Syndrome COronaVirus 2), sta causando una pandemia che rappresenta una minaccia per il mondo intero. Per capire quanto siano in pericolo tanto la vita dei cittadini quanto l’economia italiana (e mondiale), è importante comprendere la reale pericolosità della malattia che, nonostante in molti pazienti risulti lieve o asintomatica, almeno in un 20% dei casi  determina una polmonite virale grave che richiede ricovero ospedaliero.

La drammaticità della situazione è accentuata dal fatto che, tra alti e bassi, i casi di COVID-19 *potrebbero* calare molto  in estate, ma, a meno di nuovi vaccini, la pandemia riprenderà forza nell’autunno 2020 come già accaduto con la Spagnola, che fra il 1918 e il 1920 uccise oltre 600 000 italiani.

In uno studio italiano pubblicato di recente su JAMA (Onder et al. JAMA 2020 Mar 23 – ahead of print), si parla dell’altissima mortalità da COVID-19 osservata in Italia, argomento che abbiamo già affrontato più volte. Ricordo infatti che WHO (OMS) stima la mortalità da COVID-19 al 3,4%, valore che appare ormai piuttosto inverosimile alla luce dei dati che continuano ad arrivare non solo dall’Italia, ma da buona parte del mondo occidentale.

Lo studio di Onder e colleghi, calcola per l’Italia una mortalità in atto (deceduti/totale casi positivi) pari al 7,2% e tale percentuale fa dunque riferimento alla data del 13/03/2020, quando per l’appunto la mortalità in atto era 7,2% (1266 morti/17660 casi positivi). Da tale data ad oggi, la mortalità in atto è aumentata giorno per giorno in modo costante, fino a toccare il 10,2% in data 26/03/2020. Le ipotesi (non mutualmente esclusive) formulate dal Onder e colleghi per spiegare l’altissima mortalità sono tre.

(1) La popolazione italiana è tra le più anziane al mondo (quasi 1/4 della popolazione ha >65 anni). In effetti, come sappiamo dai dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità, alla data del 20/03/2020 gli ultrasettantenni rappresentavano il 36% dei contagiati da SARS-CoV-2 e l’85% dei morti totali (4266 casi su 5019). Anche in Spagna, gli ultrasettantenni rappresentano il 32% dei contagiati da SARS-CoV-2 e l’87% dei morti totali. Tale larga prevalenza di ultrasettantenni può almeno in parte spiegare l’alto tasso di mortalità in atto riscontrato nei due paesi (10,2% in Italia e 7,4% in Spagna, dati che in entrambi i casi si riferiscono alla data del 26/03/20). L’epidemia in Spagna però
è “in ritardo” rispetto a quella italiana di circa 8-9 giorni. La mortalità in atto 9 giorni fa in Italia, alla data del 16/03/20 era 7,7%, mostrando una buona corrispondenza con i dati spagnoli.

(2) In Italia si è scelto di considerare come decesso da COVID-19 qualsiasi decesso di malati risultati positivi a SARS-CoV-2 via RT-PCR (mentre in alcuni paesi, tipo la Germania, quando sono presenti comorbidità – cioè quasi sempre nell’anziano – la causa della morte viene spesso imputata ad altre patologie e non necessariamente a COVID-19). In effetti la mortalità in atto in Germania differisce da quella di quasi tutti gli altri paesi europei, con solo 262 morti attribuite a COVID-19 (a fronte di 43 646 casi totali di contagio e 5673 pazienti guariti). Ne consegue alla data del 26/03/2020 una mortalità in atto molto bassa, pari a 0,6% (https://avatorl.org/covid-19).

(3) Il Ministero della Sanità italiano, almeno fino alla settimana scorsa, aveva deciso di testare con tampone nasofaringeo solo i pazienti con sintomi rilevanti (rinunciando a testare “asymptomatic people or those who had limited, mild symptoms”), scelta diversa, come sappiamo, da quella fatta ad esempio in Corea del Sud (meno pazienti asintomatici o paucisintomatici diagnosticati si traduce in un denominatore del tasso di mortalità numericamente sottodimensionato e dunque in una
mortalità sovrastimata).

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