Mario Draghi lascia un’Europa vicina alla recessione, in piena “trappola da deflazione” e senza munizioni

Ambrose Evans-Pritchard per The Telegraph

Essenzialmente, Mario Draghi ha fallito.

Il Presidente uscente della BCE è stato coraggioso, tenace ed abile. Ha ottenuto il consenso di Berlino per il salvataggio dei mercati del debito italiano e spagnolo che, nel 2012, erano in via di disgregazione.

In tal senso, ha salvato l’euro.

Ma, nonostante tutti i suoi successi, non lascia in eredità alla sfortunata Christine Lagarde un’Unione Monetaria sicura.

Il compito era comunque troppo grande. Il danno dell’età oscura di Trichet e l’eccessiva austerità erano andati troppo in profondità.

Il rifiuto della Germania e del Nord Europa a sostenere l’Unione Fiscale — seppur per validi motivi costituzionali — lascia un euro orfano, senza alcun meccanismo pan-europeo per contrastare gli shock economici.

Alla fine del suo mandato di otto anni, la BCE non è riuscita a raggiungere — e di molto — il suo obiettivo d’inflazione: “al di sotto, ma vicino al 2% nel medio termine”.

Nell’ultimo anno il “Tasso d’Inflazione” si è allontanato dall’obbiettivo ed ora è tornato allo 0,9%, come se il QE non ci fosse mai stato.

Non è rimasto alcun buffer sicuro. L’Istituto, sotto la sua sorveglianza, non è riuscito a raggiungere l’obbiettivo politico centrale.

Al contrario, è palese la gelida “presa” della deflazione, con l’aspettativa d’inflazione che sta crollando ai minimi dell’era-euro.

Le sue radici risalgono a quasi un decennio fa, quando la BCE cominciò ad inasprire troppo in anticipo la politica monetaria, causando una doppia recessione e facendo esplodere la crisi dell’Eurozona.

Aspettò troppo a lungo per dare inizio agli acquisti di assets, di conseguenza il virus prese piede.

Il Sig. Draghi dovette innanzitutto ripulire l’Istituto dagli inflation-nutters e dai neanderthaliani [sostenitori di una politica monetaria che mira a stabilizzare sia l’inflazione che l’economia reale. “Pazzi dell’inflazione”, inflation-nutters, secondo Mervyn King].    

Dovette convincere un Consiglio Direttivo profondamente restio a riconoscere la minaccia della deflazione ed escogitare nuove misure (come i prestiti a basso costo TLRO per le banche), esponendo i suoi “bazooka” per compiacere i mercati e per placare i critici tedeschi.

La sua “magia” stava quasi portando a termine quel doppio atto. Ma, quando fu abbastanza forte da lanciare il QE, era già troppo tardi.

Da allora la BCE ha dovuto spingere il proprio bilancio fino al 43% del Pil [dell’Eurozona], oltre i limiti raggiunti dalla Federal Reserve americana e dalla Banca d’Inghilterra.

Eppure non è ancora sufficiente. L’Eurozona è scivolata nella trappola della “Giapponesizzazione”.

Draghi, lo scorso anno, dichiarò poco saggiamente la vittoria totale sulla deflazione.

Di conseguenza, la BCE interruppe gli stimoli prima che la ripresa economica avesse raggiunto la “velocità di fuga” e con la crescita dell’offerta di moneta che stava già segnalando problemi.

Quest’errore — probabile risultato della pressione tedesca — ha garantito la ricaduta.

Egli lascia il blocco valutario vulnerabile al minimo shock esterno. Questo significa che la BCE dovrà ricorrere a misure ancora più estreme per riparare il danno, stante il modello dell’ultimo decennio.

Mentre l’economia scivola verso la recessione, è evidente che la crisi dell’Eurozona non è mai stata curata.

Negli ultimi tre anni è stata semplicemente attenuata grazie al QE, ad un euro più economico e al lieve allentamento dell’austerità.

Il malessere strutturale rimane.

L’Eurozona è cronicamente incapace di generare una sufficiente domanda interna ed è quindi diventata la principale vittima della guerra commerciale USA-Cina.

Il pacchetto di stimoli “Ave Maria”  dello scorso mese — speronato dal suo “inner circle” e fortemente contrastato dai falchi monetari — è stato per Draghi uno strano modo per porre fine al suo mandato.

I Governatori, compresi quelli di Germania e Francia, diffidano dei suoi effetti sulla crescita del Pil dell’Eurozona.

Il Sig. Draghi ha spinto il Consiglio della BCE fino al punto di rottura per uno scopo finanziario che non è molto chiaro — guadagnandosi l’epiteto di “Conte Dracula” sulla prima pagina della Bild Zeitung.

Il taglio dei “Tassi d’Interesse” a meno 0,5% porta l’Unione Monetaria su acque insidiose.

La letteratura accademica suggerisce che questa riduzione potrebbe già aver fatto raggiungere il “Tasso d’Inversione”, ovvero il punto in cui fa più male che bene.

In effetti, rende più difficile alle Società d’Assicurazione far fronte alle loro responsabilità, erode il margine d’interesse netto delle banche e distrugge il modello di business delle piccole Casse di Risparmio tedesche, che forniscono il 90% del credito alle piccole-medie imprese.

Il “Tasso di Risparmio” delle famiglie dell’Eurozona è salito nell’ultimo anno di un punto percentuale, al 13,3%.

In Germania è arrivato al 18,1%, con le famiglie che stanno mettendo da parte sempre più denaro — e questo, ovviamente, è un fenomeno contrattivo.

È improbabile che un nuovo QE possa aggiungere molto. Poco più succo può essere estratto spingendo verso il basso la “curva dei rendimenti”.

L’intera struttura del debito tedesco e olandese a 20 anni viene scambiata con rendimenti negativi — allo stesso modo il debito francese, belga, finlandese e austriaco a 10 anni, e persino quello spagnolo a 7 anni.

Si potrebbe dire che questo è un problema opposto rispetto a quello che ha ereditato, ma il mercato obbligazionario più deformato della storia non rappresenta di certo un equilibrio stabile.

Draghi è saltato dalla padella al congelatore.

In teoria, la BCE può acquistare più debito societario, ma sta raggiungendo il limite politico. Il finanziamento diretto della spesa pubblica — ovvero l’helicopter-money — viola il Trattato di Lisbona e sarebbe contestato dai Tribunali tedeschi.

In termini pratici, la politica monetaria è esaurita. Draghi lascia la dispensa vuota e il problema irrisolto.

La sua conferenza stampa finale è stata un appello ai Governi perché aumentino le spese (combattendo in questo modo la recessione), creando al contempo un “Tesoro” dell’Eurozona a sostegno dell’Unione Monetaria.

L’appello non è stato raccolto. Bruxelles, questa settimana, ha ammonito Francia, Italia e Spagna per aver superato gli obiettivi di deficit di bilancio.

Draghi sarà ricordato per il “whatever it takes” [qualunque cosa serva] espresso per salvare l’euro, al culmine della crisi del 2012.

Dimentichiamo, però, che i mercati all’inizio non gli credettero.

Dubitavano che la BCE si stesse effettivamente assumendo la responsabilità di “prestatore di ultima istanza”, dopo aver lasciato che il fuoco infuriasse per due anni e che il contagio inghiottisse l’Europa Meridionale.

L’umore non cambiò fino alla riunione del Consiglio della BCE di alcuni giorni dopo, quando i Traders appresero che il membro tedesco del Consiglio aveva appoggiato il piano. Berlino, in altre parole, aveva revocato il suo veto.

Il Sig. Draghi coltiva l’impressione che le sue magiche parole abbiano salvato l’Europa.

Odio rovinare questa bella fiaba, ma ho sentito il Capo del “Ministero delle Finanze” tedesco sostenere, in una riunione a porte chiuse tenuta tre settimane prima, che stava per accadere “qualcosa di grosso” — e che, per buona misura, “niente vola nell’Eurozona senza il permesso tedesco”.

Il piano di sostegno all’Italia e alla Spagna fu una mossa coordinata fra Francoforte e Berlino.

Fu implementato perché Angela Merkel temeva l’imminente crollo dell’euro e un default epico. Consentire alla BCE di acquistare obbligazioni — a condizioni rigorose — era il percorso di minor resistenza.

Questo non significa sminuire il ruolo di Draghi. La sua diplomazia è stata superba. Lasciamo che se ne tenga il merito, se è questo ciò che il mondo vuol credere.

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Link Originale: https://www.telegraph.co.uk/business/2019/10/24/mario-draghi-leaves-europe-near-recession-deflation-trap-ammunition/

Scelto e tradotto da Franco