L’Unione Europea non potrà resistere al doppio shock della recessione globale e della “brexit no-deal”

Ambrose Evans-Pritchard per The Telegraph

Il porto di Amburgo è spazzato dai venti gelidi della guerra commerciale globale.

La crisi costituzionale britannica, a sua volta, ha colpito prima ancora del prossimo grande spasmo della crisi monetaria europea.

Palesemente, sono in stretta competizione fra di loro.

L’eurozona dovrà affrontare una tempesta economica di categoria cinque. È strutturalmente indifesa mentre il mondo scivola in recessione.

Ma non si tratterà di una normale recessione perché le Banche Centrali non hanno più gli strumenti per poterla combattere.

Se ad ottobre nel Regno Unito si terranno le elezioni — e se dovessero fornire una più grande maggioranza ai Tory, come suggeriscono i sondaggi — i leaders dell’UE dovranno decidere se rischiare di aggiungere lo shock di una Brexit no-deal a tutti gli altri shock che stanno colpendo le loro industrie.

L’economia americana è stata l’ultimo pilastro a sorreggere l’edificio globale, ma ora anch’essa si sta sgretolando.

La curva dei rendimenti si è profondamente invertita, il sentiment dei consumatori è sceso al minimo di sette anni mentre l’indice manifatturiero ISM ha subito una contrazione.

Anche gli ordini all’esportazione sono i più bassi da aprile 2009.

A mio avviso la porta della recessione si è già chiusa. Anche se la Federal Reserve dovesse tagliare i tassi di 50 punti base, questo mese, sarebbe comunque troppo tardi.

Il “fiscal cliff” [https://it.wikipedia.org/wiki/Baratro_fiscale] di Donald Trump è arrivato e i Democratici al Congresso non hanno voglia di offrire alla Casa Bianca un’ancora di salvezza.

Lo stimolo netto da parte del Governo Federale e dei Governi Statali passerà, da oltre lo 0,75% del Pil dell’ultimo trimestre, a livelli negativi all’inizio del prossimo anno, secondo l’indicatore fiscale dello “Hutchins Centre”.

Il commercio mondiale si sta contraendo e l’eurozona è a sua volta bloccata. Sta pagando il prezzo per la sua cronica dipendenza dalla domanda globale.

È anche la principale vittima delle guerre commerciali di Donald Trump.

Le merci cinesi escluse dal mercato statunitense vengono dirottate in Europa. Più Pechino svaluta lo yuan, peggiore diventa la situazione.

La BCE non può far molto per contrastare l’ondata deflazionistica cinese. Il tasso è ancora bloccato a meno 0,4% dopo dieci anni di espansione globale.

Si parla molto di un imminente pacchetto di salvataggio della BCE. Ma Francoforte ha già raggiunto la soglia d’”inversione” (quando ulteriori tagli dei tassi diventano controproducenti), che sta facendo così male alle banche europee.

Questi tagli, in effetti, portano ad un aumento dei risparmi “precauzionali” perché le famiglie mettono da parte più denaro.

In ogni caso le aspettative d’inflazione stanno crollando più velocemente di quanto la BCE possa eventualmente ridurre i tassi. Il costo reale dei prestiti è in aumento.

Si tratta a tutti gli effetti di un incubo prociclico.

I rendimenti dei Bund tedeschi a 5 anni sono scesi a meno 0,93%. L’intera struttura del debito sovrano della Germania viene negoziata a tassi negativi, con la Francia che segue da vicino.

Anche se la BCE rilanciasse il QE, la prossima settimana, non vi sarebbe comunque una compressione del rendimento che possa essere sufficiente per la ripresa.

Potremmo tenere un dibattito accademico sul perché sia stata scardinata la struttura monetaria globale.

I Wickselliani, ad esempio, accusano le Banche Centrali di abbassare sempre più il tasso d’interesse naturale ad ogni ciclo, fino a quando non può più scendere.

In base a quest’ipotesi “intertemporale” — avanzata in vari modi dalla Bank of International Settlements (BRI) e da Bernard Connolly, sommo sacerdote della teoria euroscettica — le Banche Centrali, nell’ultimo quarto di secolo, hanno rubato prosperità dal futuro.

Ma, alla fine, il futuro le raggiunge.

Il riflesso asimmetrico di lasciar correre le “bolle sugli assets”, ma intervenendo sempre per attutire il disastro, ha favorito lo scivolamento in questa palude.

In altre parole, è stata bloccata la “pulizia schumpeteriana”, ovvero la distruzione creativa.

Sono state mantenute in vita le “compagnie-zombi” e si è bloccata la produttività, ma tutto questo ha portato alla trappola del debito. Le passività globali hanno raggiunto il 332% del Pil.

I nuovi keynesiani, invece, puntano il dito contro l’eccesso di risparmio globale.

Il modello di capitalismo leninista della Cina mantiene i risparmi artificialmente alti e questo fatto si è combinato con la tendenza alla contrazione fiscale dell’eurozona.

Le due cose, insieme, privano il mondo di un’adeguata domanda. Le imprese si rifiutano d’investire ed i risparmi in eccesso non possono andare da nessuna parte — da qui la spirale della morte monetaria.

In entrambi i casi abbiamo raggiunto un punto morto e l’eurozona sarà il luogo dello stress test.

Il miglior libro scritto sui guai dell’UEM è “EuroTragedy”, un dramma in nove atti del Professore di Princeton Ashoka Mody, ex Vicedirettore del Fondo Monetario Internazionale in Europa.

In sostanza, egli sostiene che le élite politiche europee siano andate contro l’essenza stessa dell’antropologia economica.

Evocando l’abisso nord-sud, hanno imposto una camicia di forza fiscale che non ha alcun fondamento nella scienza economica.

Hanno guidato le loro economie nel pantano della deflazione dalla quale non c’è ritorno. L’epilogo sarà il default del debito italiano e una brutta reazione a catena.

Il rapporto di tre anni fa di un gruppo di eminenti economisti, effettuato per conto del “Delors Institute”, ha avvertito che l’eurozona continuerà ad essere una costruzione distopica, a meno che non abbracci una qualche forma di unione fiscale e di condivisione dei debiti:

“….. ad un certo punto l’Europa sarà colpita da una nuova crisi economica. Non sappiamo se ciò avverrà fra sei settimane, sei mesi o sei anni. Ma nel suo assetto attuale è improbabile che l’euro possa sopravvivere alla crisi in arrivo “.

Ma non è stato fatto nulla.

Il Ministro delle Finanze francese, Bruno Lemaire, ha ripetuto l’avvertimento: “Se domani ci fosse una nuova crisi economica e finanziaria, l’eurozona non potrebbe rispondere. O facciamo un bilancio dell’eurozona o alla fine non ci sarà alcun euro”.

E’ curioso, quindi, che Parigi sia così indifferente ad una Brexit no-deal.

È un atto di fiducia dei circoli di Macron — e di tutte le capitali dell’UE – che se il Regno Unito s’immergesse nell’abisso, l’eurozona potrebbe rapidamente scrollarsi di dosso gli effetti negativi.

Tale fiducia trascura il contagio finanziario che si diffonderebbe attraverso i mercati dei capitali e il sistema bancario. Ignora i “circuiti di retroazione”, così ovvii agli hedge funds che operano sul fronte finanziario.

Forse l’eurozona avrebbe potuto resistere senza problemi allo shock della Brexit nel corso del mini-boom del 2017, quando tutto si era riunito in una perfetta tempesta positiva: QE ad oltranza, euro debole, fine dell’austerità e un’altra esplosione della turbo-crescita cinese.

Ma oggi la storia è assai diversa. Ora sappiamo che quell’episodio fu solo una falsa alba.

Mario Ohoven, capo della “Mittelstand Federation” ha detto che: “L’economia tedesca sta scivolando verso la crisi e il Governo si è addormentato sul volante”.

Gli indicatori di fiducia dell’”Ifo Institute” sono crollati ai livelli del 2009: “Ci sono sempre più indicatori di recessione. Non è possibile vedere un solo raggio di luce in nessuna delle industrie chiave della Germania”.

È un momento pericoloso per la Germania. Il Wirtschaftswunder [miracolo economico] tedesco dovrà affrontare due shock strutturali: 1) è rimasto indietro nella tecnologia digitale; 2) ha fatto una brutta scommessa sulle auto diesel ed è stato lasciato indietro nella corsa alle batterie per i veicoli elettrici.

Il principale timore della Volkswagen è che l’industria automobilistica tedesca entro un decennio potrebbe percorrere la strada verso Coventry [città inglese distrutta dai bombardamenti nella 2a GM].

Cosa succederebbe, ora, se la Brexit no-deal portasse ad una crisi delle esportazioni di automobili tedesche nel Regno Unito — il loro mercato più redditizio — provocando gravi danni alle catene di approvvigionamento industriali?

Cosa succederebbe se Trump, un paio di settimane dopo, volgesse lo sguardo sull’Europa, imponendo dazi doganali sulle auto del 25%? Il doppio colpo diventerebbe sistemico.

Un tale pericolo non significa necessariamente che la Germania obbligherà Bruxelles ad un accordo sulla Brexit.

Daniel Stelter, autore di una critica di successo al modello tedesco, “Fairy Tale of a Rich Country”, ha affermato che Berlino sta andando alla cieca verso il no-deal.

Egli ha detto che: “L’ipotesi e la speranza è che ‘Boris il pazzo’ venga espulso e che qualcun altro nel Regno Unito possa agire in modo responsabile, fermando la Brexit. Nessuno mette in discussione la strategia di negoziazione dell’UE e tutti vogliono assicurarsi che gli inglesi non traggano beneficio dal club senza esserne membri”.

Il mondo degli affari, forse per la prima volta, si sta allarmando — ma nei circoli politici tedeschi si discute poco sulla portata della minaccia.

Stelter ha concluso che: “….. potrebbero inciampare nella crisi della Brexit supponendo che questa non abbia molta importanza”.

Germania e Francia hanno “mostrato la caviglia” [rivelare una piccola parte delle proprie intenzioni, ma senza impegnarsi a fare nulla].

Sono passati dal dire che nessuna parola dell'”Accordo di Recesso” può essere cambiata, alla richiesta che qualsiasi formula dovrà rispettare i principi del sostegno all’Irlanda.

E questa è un’apertura. Ma, prendendo in prestito una frase di Michel Barnier, non hanno ancora presentato nuove proposte.

Potrebbero farlo se fossero affrontati da un Partito Tory rianimato.

Ma certamente non lo faranno se il Parlamento bloccasse il no-deal e imponesse al Governo britannico di accettare qualsiasi estensione temporale che ci fosse imposta — persino 100 anni (di status coloniale).

Tutto sommato, dobbiamo presumere che ci sarà una rottura completa. Possiamo cadere tutti assieme giù dal dirupo.

L’Europa e la Gran Bretagna, insieme, verso la reciproca distruzione nelle acque tempestose della recessione globale.

Non ho dubbi che la Gran Bretagna uscirebbe trasformata da quel trauma. Ma anche l’Europa.

Porterebbe all’ebollizione le patologie dell’eurozona, mettendo alla prova la bassa “soglia del dolore politico” di un’Unione divisa fra debitori e creditori, ognuno profondamente diffidente nei confronti dell’altro.

Questi sono tempi di stress che favoriscono lo Stato Nazionale.

La Gran Bretagna subirebbe un grande shock economico ma avrebbe, d’altro canto, le leve istituzionali per potersi difendere. Potrebbe reagire con un forte stimolo fiscale.

L’eurozona, invece, sarebbe ostacolata dal “patto di stabilità”, dal “patto di bilancio” e dal “freno al debito” imposti a tutti gli altri paesi dalla Germania.

Gli stabilizzatori automatici sarebbero la prima linea di difesa. Lo stimolo di bilancio arriverebbe lentamente — troppo poco e troppo in ritardo.

La paralisi fiscale europea corrisponderebbe alla paralisi monetaria europea. Il blocco valutario si disintegrerebbe.

Nei primi anni del prossimo decennio potremmo avere una discussione politica molto diversa da quella di oggi.

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Link Originale: https://www.telegraph.co.uk/business/2019/09/04/double-shock-global-recession-no-deal-brexit-may-europe-can/

Scelto e tradotto da Franco

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