BILANCIA COMMERCIALE E BILANCIA DEI PAGAMENTI ESTERI – Cerchiamo di fare chiarezza per chi ancora crede che “volino” soldi nei cieli tra un paese ed un ‘altro –

di Megas Alexandros

Mi capita spesso di confrontarmi con chi ancora non ha ben chiaro il funzionamento dei sistemi di pagamento nelle transazioni internazionali e di conseguenza considera una bilancia commerciale di segno negativo come una delle principali cause della crisi economica di un paese.

Questa cattiva comprensione porta immediatamente, coloro che ne ignorano il corretto funzianamento, a parlare in modo inappropriato di temi come l’elevato debito in valuta estero od addirittura a veder volare nei cieli del mondo dollari, euro, sterline, yuan… (“capital-fly”), quasi come fossero aeroplani.

Intanto, prima di addentrami nelle spiegazioni specifiche, voglio subito chiarire per i miei lettori il significato dei temi di cui tratteremo, dando una mera descrizione letterale:

Bilancia commerciale: in economia la bilancia commerciale è uno degli elementi principali della bilancia dei pagamenti. In contabilità nazionale è un conto nel quale viene registrato l’ammontare delle importazioni e delle esportazioni di merci di un paese. Il saldo di bilancia commerciale corrisponde alla differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni di merci.

Bilancia dei pagamenti: la bilancia dei pagamenti è il rendiconto in cui vengono registrate tutte le operazioni effettuate dall’economia di uno stato verso l’estero, nell’arco di tempo considerato (mese, trimestre o anno), e contabilizzate in valuta nazionale.

Sistema dei pagamenti: l’espressione indica l’insieme delle procedure, manuali o elettroniche e dei mezzi, materiali o virtuali, con cui si realizza la circolazione della moneta in contropartita negli scambi di merci e servizi e nelle operazioni finanziarie.

Prendo spunto da un articolo dell’amico Marco Cattaneo con il quale stiamo collaborando sul tema dei CCF (Certificati di Credito Fiscale), soluzione ottimale per far riprendere i martoriati consumi nel nostro paese.

A dire il vero su detto tema si e’ impantanato anche il Presidente Donald Trump, che a detta della Kelton ed anche secondo il mio modesto parere, e’ stato, durante il suo mandato, l’unico presidente delle ecconomie occidentali degli ultimi 20 anni, ad applicare in parte le teorie fondanti della MMT.

Quindi possiamo benevolmente concedere di “impantanarsi” anche al patriota Marco Cattaneo.

Intendiamoci, riportare la produzione sul territorio americano e ridurre i surplus esteri mediante dazi mirati, non e’ assolutamente un tradimento verso il proprio popolo come lo e’ aver abdicato all’uso di una politica del “tasso di cambio fluttuante”, di fatto condannando la propria nazione allo “status” di colonia. Ma se dobbiamo parlare di verita’ economiche, questo tipo di politica (dazi e perseguimento di surplus con l’estero), non e’ essenziale per perseguire il benessere dei propri cittadini.

Essenziali, sono appunto la “politica del tasso di cambio fluttuante” e la bonta’ delle politiche economiche che un governo mette in atto.

Ecco le parole dell’articolo di Marco Cattaneo sulle quale non concordo e non concorda neppure la Modern Monetary Theory:

“L’unico tema realmente rilevante che la MMT a mio parere trascura, o almeno tende a sottovalutare, è l’importanza dei saldi commerciali esteri per un paese che non è in grado di pagare le importazioni nella sua moneta”.

L’errore che spesso facciamo e mi ci metto dentro, e’ giudicare senza conoscere a fondo la materia. Vi assicuro che la MMT non ha assolutamente sottovalutato di descrivere e spiegare in tutti i suoi dettagli tale argomento.

Cosa vuol dire non essere in grado di pagare le importazioni con la sua moneta???

Andiamo a vedere cosa succede quando uno Stato, una azienda oppure un cittadino vuole acquistare un bene prodotto all’estero.

Prendiamo contatto con il venditore, concordiamo il mezzo di pagamento, ci rechiamo nella nostra banca e trasferiamo i soldi dal nostro conto corrente a quello del venditore. Ipotizzando un costo del prodotto di euro 1.000 con un ipotetico cambio 1 : 1 – vedremo scendere il nostro conto di euro 1.000; mentre il venditore vedra’ il suo conto aumentatare di dollari 1.000 – semplicissimo, finita qui… nessun debito e nessun biglietto di carta che vola nei cieli.

Naturalmente, tutto questo avviene con la collaborazione delle banche centrali a cui le banche commerciali di riferimento del venditore e del compratore si appoggiano per effettuare la transazione nell’ambito del “sistema di pagamenti”. Certo, nella moltitudine delle transazioni che avvengono nel mondo globalizzato e’ naturale che i saldi di riferimento delle varie banche commerciali presentino paesi con saldi positivi e paesi con saldi negativi. come puo’ capitare benissimo che alcune banche centrali possano decidere di tenersi conti in valuta di un paese estero.

Allora torniamo alla domanda, che come vedete, alla luce di quanto spiegato e’ priva di significato. Il presupposto per acquistare un prodotto straniero non e’ il poterlo pagare con la propria valuta nazionale, ma avere la disponibilita’ finanziaria per poter coprire il prezzo del prodotto stesso.

E’ fuorviante e limitativo asserire che l’approccio sul tema della MMT: “si sintetizza nell’affermare che le esportazioni sono un costo che si sostiene per ottenere le importazioni”.

Qui si travisano le parole di Mosler, il quale giustamente afferma che le esportazioni sono una privazione di beni e servizi, quindi un costo in termini reali. Esportare significa impiegare lavoro e tempo per produrre internamente un bene per poi non usufruirne, non godere del beneficio derivante dal consumo di quel bene, poiché lo si esporta. Un bene che altri ne beneficeranno, all’estero.

Le importazioni, al contrario, sono un beneficio in termini reali, poiché altri, all’estero, hanno impiegato lavoro e tempo per produrre un bene che ora si consuma nel Paese importatore, che deve solo preoccuparsi di usufruirne al meglio.

In quest’ottica, le esportazioni sono il costo da sostenere per poter poi beneficiare delle importazioni. Quindi, se volessimo ottimizzare i rapporti del nostro Paese con il settore estero, dovremmo cercare di ottenere le massime importazioni a parità di esportazioni.

In un Paese dotato di valuta a cambio fluttuante, questo significa che ogni apprezzamento della propria valuta deve essere salutato positivamente, poiché implica un vantaggio in termini reali. Facciamo un esempio numerico considerando Italia (euro) e Giappone (yen):

  • Ieri una Ferrari valeva 1000 euro, una Toyota valeva 1000 yen e il cambio euro/yen era 1:1, allora l’Italia, vendendo una Ferrari al Giappone, poteva ottenere 1000 euro, convertibili in 1000 yen, utili a comprare una Toyota. Possiamo dire che 1 Ferrari era il costo da sostenere per beneficiare di una Toyota.
  • Oggi l’euro si è apprezzato del 100% rispetto allo yen, quindi il cambio euro/yen è divenuto 2:1, cioè un euro equivale a due yen. A questo punto, vendendo una Ferrari al Giappone si possono ottenere 1000 euro, convertibili in 2000 yen, utili a comprare due Toyota. A parità di costi (una Ferrari) sono raddoppiati i benefici (due Toyota).

Ma se l’apprezzamento della valuta è un fatto positivo, allora il deprezzamento della stessa, o peggio, una svalutazione artificiale (una “svalutazione competitiva”), è un fatto negativo. Se si svalutasse la propria valuta della metà si dimezzerebbero i benefici reali a parità di costi (si ritornerebbe, nell’esempio precedente, a dover vendere una Ferrari per ottenere una sola Toyota).

Queste considerazioni dovrebbero condurre ad un’ovvia conclusione: tutte quelle politiche tendenti a massimizzare le esportazioni a priori sono politiche contrarie all’interesse pubblico. È insensato svalutare per riuscire ad esportare, è insensato abbattere i salari per riuscire ad esportare, è insensato fare austerità e deprimere la domanda interna per riuscire ad esportare. Tutte queste azioni vanno a danneggiare in termini reali (che sono quelli che contano) l’economia interna. In generale, è inutile pensare in termini di denaro. Vanno sempre considerati i costi e i benefici reali delle politiche economiche, poiché il denaro, in un Paese dotato di sovranità monetaria, non è una risorsa scarsa. All’occorrenza, il denaro può essere creato o distrutto, poiché non si tratta di altro che di un codice utile a mettere in moto processi produttivi e mantenere così la piena occupazione.

Lasciatemi concludere con un piccolo focus riguardo la situazione dell’eurozona e della Germania in particolare. Si è soliti pensare che la Germania abbia ottenuto e stia tutt’ora ottenendo grandi vantaggi dall’ingresso nell’eurozona, poiché la mancanza di apprezzamento della propria valuta nei confronti di quella dei Paesi periferici le garantisce la possibilità di continuare ad esportare grandi quantità di merci, ottenendo grandi profitti. Questo avrebbe consentito alla Germania di rispondere meglio alla crisi, mantenendo un livello di disoccupazione più basso di altri Paesi.

Tutto questo discorso può avere senso solo se si ignora tutto quello che abbiamo detto in precedenza. Di fatto, avendo la Germania adottato la stessa valuta dei Paesi periferici, essa si è condannata ad una perenne “svalutazione artificiale” nei loro confronti. Se la Germania avesse mantenuto il marco a cambio fluttuante, oggi si troverebbe a gestire una valuta molto più forte dell’euro, e potrebbe godere di maggiori benefici reali, cioè maggiori importazioni, con meno costi reali, cioè esportazioni. Chi in Germania sta guadagnando da tutto ciò sono i soci delle grandi aziende esportatrici, ma tutti gli altri tedeschi non dovrebbero essere contenti della loro situazione, poiché potrebbe essere molto migliore di come non sia.

In generale, la situazione dell’eurozona è paradossale: viene imposta l’austerità per smorzare la domanda interna e cercare la ripresa con le esportazioni. Che è esattamente come tirarsi martellate sull’alluce per non sentire più il dolore della prima martellata.

In conclusione possiamo facilmente affermare che la ricchezza reale di un Paese, cioè i beni e i servizi che consuma, è la sua unica vera ricchezza. Se vi fossero solo soldi, ma nessun bene da consumare, allora non si potrebbe certo dire di essere ricchi, poiché si morirebbe di fame. E questo è vero proprio perché il consumo, e non l’accumulazione, è il fine dell’economia. Se quindi consideriamo i beni reali che un Paese consuma come la sua ricchezza, abbiamo che questa è composta da:

  • Tutti i beni e servizi che il Paese è in grado di produrre internamente e poi consumare;
  • PIÙ tutti i beni e servizi importati e consumati;
  • MENO tutti i beni e servizi esportati (quindi non consumati internamente).

Tornanado al tema principale dell’articolo, un altro errore che spesso si fa e’ quello di considerare l’assunto di scambiare beni con carta, come prerogativa di Stati con la moneta forte e qui si prende sempre ad esempio gli USA con il dollaro, tanto da affermare in maniera completamente errata: “per chi non paga l’import nella sua moneta, i saldi commerciali esteri in deficit equivalgono ad accumulare debito in moneta straniera”.

Niente di piu’ sbagliato!!!! vi ho dimostrato sopra che in una transazione con l’estero per l’acquisto di un prodotto, non si crea nessun debito. Il debito si potrebbe creare solamente all’interno del settore privato se l’acquisto fosse fatto con pagamento a scadenza o dilazionato.

Chi afferma che: “i saldi commerciali esteri in deficit espongono il paese ad un rischio finanziario, perché il debito in moneta straniera, per definizione, non può essere garantito / rimborsato da emissioni di moneta sovrana” – dico, chi afferma questo dimostra di non aver compreso a pieno, il funzionamento della moneta moderna fiat.

Mi spiego meglio, perche’ insistere su tali affermazioni farebbero cadere tutta l’impalcatura su cui si basa la MMT.

Ma non e’ cosi!!!!

Anche qui si parte sempre dal concetto non compreso e da me esposto sopra di come funzionano le transazioni, oltre al fatto che, avere un debito in moneta estera per uno Stato e’ solo frutto di una sua decisione e non il frutto di una importazione.

Uno Stato puo’ avere il suo debito denominato in moneta estera solo quando decide di rinunciare ad essere il monopolista emettitore della moneta che utilizza, di fatto infilandosi nella gabbia del “cambio fisso”; oppure quando decide di finanziarsi facendo sottoscrivere titoli del debito pubblico a dei soggetti esteri. Ma, in quest’ultimo caso al contrario del primo, avendo il pieno e totale controllo della propria moneta, non avra’ nessuna difficolta’ a ripagare tale debito.

La bonta’ di quello che vi dico, si vede anche analizzando il muro dove si scontrano le tesi avverse quando affermano: “e’ vero che in linea di massima i deficit commerciali vengono accumulati da soggetti privati, non pubblici”.

Questa affermazione si scontra totalmente con le tesi contrarie che sto contestando. Perche’, come vedete, da parlare di bilancia dei pagamenti esteri, elemento che caratterizza il settore governativo, si passa ad affermare che i deficit commerciali sono tipici del settore privato. Due cose completamente scollegate tra loro, ma sopratutto non esiste un deficit commerciale del settore privato con l’estero. Al massimo puo’ esistere un rapporto di debito/credito fra soggetti operanti nel settore privato tra vari stati. Cosa completamente diversa.

Il debito privato e’ sempre un problema, e lo e’,  indipendentemente dalla valuta in cui e’ nominato. Forse un debito denominato nella valuta del nostro paese non ha l’obbligo di essere ripagato???? certamente NO!!!!

Tutt’al piu, un debito privato in valuta estera puo’ affrontare il “rischio di cambio”, elemento che puo’ essere sia positivo che negativo in base appunto all’andamento del cambio stesso.

Se famiglie, aziende ed operatori finanziari si indebitano in moneta straniera, lo fanno all’interno del naturale rischio commerciale che caratterizza l’operativita’ ciclica del settore privato e niente ha, a che vedere con le necessarie politiche anticicliche che che dovrebbero caratterizzare l’operativita’ di un buon governo.

Semmai, sta proprio, alle buone politiche economiche dei governi far si che tali operatori non abbiano la necessita’ di indebitarsi… vuoi in valuta estera che in valuta nazionale.

In conclusione, quello che emerge con chiarezza, bilance commerciali e bilance di pagamenti in deficit, non sono imprescindibilmente un elemento che non possa permettere ad un paese di avere una buona economia, caratterizzata da crescita e piena occupazione.

A tal proposito voglio portare ad esempio l’Australia che da 40 anni le ha entrambe negative. E pur non avendo una valuta annoverata tra le prime cinque mondiali, i suoi dati economici sono alquanto floridi.

Gli elementi imprescindibili per una buona economia, invece sono:

  1. La politica del tasso di cambio fluttuante;
  2. Le buone politiche economiche del governo;

Infine non dimenticate che le bilance commerciali non sono altro che numeri che identificano le transazioni internazionali. Non c’e’ un debito dietro a tutto questo, da quei anche l’errata comprensione del sistema dei pagamenti dell’eurozona, il TARGET 2, che e’ non piu’ ne meno che un sistema di pagamenti.

Quando vi dicono che: “se non hai il dollaro non puoi comprare il petrolio”, voi dovete rispondere che il petrolio non si compra con i dollari ma e’ solo “prezzato in dollari”, che e’ cosa ben diversa. Quando vi dicono che se torniamo alla Lira non saremmo piu’ in grado piu’ acquistare il petrolio, voi dovete rispondere con la seguente domanda: ” ditemi un posto nel mondo dove andiamo al benzinaio e non ci fanno il pieno di benzina”.

Non esiste!!!

potete andare anche nel paese africano piu’ sperduto, se vi presentate alla pompa con i soldi il pieno ve lo fanno. Allora il problema di fondo, non e’ se gli Stati possono o meno comprare il petrolio con la loro moneta, il problema e’ che la maggioranza  degli africani non hanno un lavoro, uno stipendio e di conseguenza i soldi per comprare una macchina e fare il pieno. Non so se mi avete capito!!!!

L’economia, come vi ho sempre edotti e’ una questione di equilibrio e nel caso delle esportazioni, occorre sempre che a fronte di un esportatore ci debba essere puntualmente un importatore. Non dimentichiamoci che il mondo e’ un sistema economico chiuso. E come esempio, se ipoteticamente volessimo che tutti i paesi del mondo applicassero tutti insieme, la “folle” politica mercantilista tedesca, cioe’ avere tutti la bilancia commerciale attiva, questo sarebbe matematicamente, contabilmente e logicamente impossibile a meno che non troviamo qualcuno su Marte, disposto ad importare i nostri prodotti.

Quindi come vedete, considerare i deficit della bilancia commerciale come una “disgrazia” assoluta o come un elemento che puo’ compromettere il raggiungimento di una buona economia da parte di uno Stato, e’ completamente errato anche dal punto di vista della logica. Infatti se partiamo dalla verita’ sopra esposta, vale a dire, che non tutti i paesi del mondo potrebbero avere contemporanemente una bilancia commerciale positiva, questo presupporrebbe la necessita’, imposta dalle forze della natura e non dall’operato dell’uomo,  che qualcuno debba necessariamente vivere in situazioni di cattiva-economia.

Ma noi, che studiamo la MMT, sappiamo benissimo che ogni evento economico a partire dalla disoccupazione, non ha niente a che fare con la “natura” ma solo e soltanto con la volonta’ politica e le scelte degli uomini.

Precisazione finale

Siccome stiamo parlando di studi economici e piu’ precisamente di una teoria economica la MMT, la quale spiega il funzionamento della moneta moderna e dei sistemi monetari moderni; una teoria, di cui il sottoscritto non ne rappresenta l’ideatore, ma un datato nel tempo, studioso….. ecco che per corretta informazione di chi mi segue ho ritenuto opportuno, prima di pubblicarla, farla leggere al suo padre fondatore Warren Mosler, il quale con la sua sempre impareggiabile disponibilita’ ed incredibile velocita’ mi ha risposto cosi:

“WELL DONE!!!!”