Il falso mito del pareggio di bilancio

Assunto:  nel lungo termine il pareggio di bilancio porta alla distruzione della ricchezza nazionale degli Stati che lo adottano se il costo degli interessi su debito al netto del PIL è >0

Partiamo dalle origini che hanno condotto l’Italia ad accettare questo criterio che è di fatto una gabbia che impedisce al Paese di alimentarsi e di rendere non solo impossibile ogni possibilità di sviluppo economico e di conseguenza anche sociale, ma di drenare ricchezza e liquidità monetaria che condurranno il Paese ad essere colonizzato e schiavo dei Paesi che da questo schema stanno da oltre vent’anni traendo vantaggio:  Germania ed in subordine la Francia.

In Lombardia e Veneto gli imprenditori tifano la permanenza totale nell’Europa, senza conoscerne le implicazioni finali o per indifferenza al Paese di cui in modo schizofrenico ne criticano poi la politica che lo governa, senza nemmeno rendersi conto che la politica viene formata dagli elettori che possono non solo eleggere i propri candidati, ma posso anche incidere con forme alternative di protesta democratica e civile nell’ambito delle proprie professioni, dei propri luoghi di lavoro e delle proprie comunità in cui vivono.

Quando è stato introdotto il cd “pareggio di bilancio”?

Esso trae fondamento dal cd “fiscal compact” ovvero dal “trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance” firmato da 25 paesi della UE il 2 marzo 2012.

Tale trattato impone i dettaglio due condizioni all’Italia:

  1. Sostanziale pareggio di bilancio, o più precisamente, il divieto per il deficit strutturale del settore pubblico di superare lo 0,5% del Pil nel corso di un ciclo economico;
  2. il rapporto debito pubblico/Pil deve scendere ogni anno di un ventesimo della distanza tra il suo livello effettivo e la soglia-obiettivo del 60% prevista nel Trattato di Maastricht.

Partiamo in quest’articolo a considerare solo il primo punto, il pareggio di bilancio.

Esso si è tradotto nelle seguenti condizioni per l’Italia:

1.a. una riduzione annua dello 0,5 per cento del Pil;

1.b. una crescita della spesa pubblica che non superi il tasso di crescita del Pil potenziale.

Il fatto che questi limiti non siano mai stati rispettati completamente dall’Italia si è ritorto sulla necessità di barattare la nostra libertà, la nostra sovranità e la nostra democrazia per ottenere “indulgenza” e “flessibilità” ed “indulgenza” richiesti da vili soggetti politici italiani nei confronti degli altrimenti irriducibili plutocrati europei (es. accettazione “volontarie” di immigrati irregolari, cessioni di sovranità territoriale alla Francia, interventi francesi in Libia ecc…).

Il “pareggio di bilancio” è stato introdotto in Italia, SENZA OBBLIGO DI INSERIMENTO COSTITUZIONALE DA PARTE DELLA UE, con la legge costituzionale n. 1 del 20/04/2012 pubblicata in G.U. il 23/04/2012 e entrata in vigore l’8 maggio 2012 con effetto nel BDS a partire dal MEF 2014.

Questa legge modifica l’articolo 81 della costituzione ed introduce, prima ed unica in Europa, l’obbligo di pareggio di bilancio dello Stato.

“[…] Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.

Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri deve provvedere ai mezzi per farvi fronte […]” (art. 81 C.)

Cosa significa ciò? Che prima di vedere cosa e dove investire o promuovere o spendere, lo Stato deve prima vedere cosa possiede e cosa riesce a spillare dal cittadino. Ovvero lo Stato non potrà più produrre ricchezza , ma solo utilizzare quella esistente della popolazione attraverso il prelievo fiscale o attraverso imposizioni patrimoniali necessarie per sostenere gli opportuni interessi che lo Stato dovrà pagare sui prestiti eventualmente contratti per sostituire la impossibilità di fare deficit, tasse necessarie perchè la moneta per pagare tali interessi non esiste (la sovranità monetaria è stata perduta con l’Euro). Gli interessi vanno pagati  in ultima analisi alla BCE per ogni titolo di Stato emesso, così  che lentamente la BCE drenerà ricchezza dalle tasche degli italiani impoverendoli senza che se ne accorgano, come la fine della rana nell’acqua bollente.

Chi ha voluto ciò? Il FMI (IMF) e la UE.

L’UE e il FMI infatti, attraverso il loro soldatino Monti, hanno obbligato un Paese come l’Italia all’obbligo di pareggio di bilancio. Ma un uomo della preparazione tecnica di Monti si è reso responsabile ed artefice di una norma inserita nella Costituzione che impedisce concretamente e di fatto il rispetto di almeno 11 norme costituzionali, tra cui 5 di quelle fondamentali ed imprescindibili rispetto tutte le altre restanti norme.

In altri termini 235 senatori (Pdl, Pd, e il Terzo Polo composto da Udc, Fli e Api) hanno delittuosamente tradito i valori costituzionali ed hanno modificato l’art. 81 che è ora anticostituzionale.  E senza il consenso degli italiani. Grazie ad un Governo che non rappresentava la volontà politica del Paese.

Unici partiti contrari la Lega e IDV, astenuti.

Effetto giuridico e costituzionale del pareggio di bilancio

Vediamo innanzitutto come si ripercuote la limitazione a priori della spesa di un Governo al pareggio di bilancio sul rispetto dei vincoli costituzionali. Ricordiamo come aggravante che i primi 12 articoli sono inderogabili ed essenziali a fondamento dello Stato Italiano (tra cui ricordiamo l’art. 10 che prevede il rispetto dei trattati internazionali che potrebbero essere per lo stesso motivo essere resi derogabili).

Art. 1. La Repubblica non può essere ritenuta fondata sul lavoro in quanto viene meno la sua garanzia preordinata attraverso la spesa predisposta dallo Stato in funzione dell’esigenza dei cittadini.

Art. 2. La R. non può più assicurare che siano sempre garantiti i diritti inviolabili dell’uomo in quanto la sua spesa limitata potrebbe imporre interruzioni a tale principio.

Art. 3. La R. non può più assicurare in modo assoluto che siano rimossi gli ostacoli di ordine economico e sociale dei cittadini

Art. 4. La R. non riesce più a garantire il diritto al lavoro  e promuovere le condizioni che rendano effettivo tale diritto

Art. 9. La R. non riesce più a garantire la promozione della cultura e della ricerca scientifica.

Art. 24. Non possono essere più assicurati ai non abbienti appositi istituti e mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giudizio.

Art. 28. La limitazione della spesa può portare ad esimersi parzialmente dalle loro responsabilità i funzionari e i dipendenti dello Stato di fronte alle necessità imposte dalla legge italiano.

 Art. 30. La limitazione della spesa induce una indiretta limitazione del diritto di mantenere, istruire ed educare i figli perché le politiche agevolative in tal senso possono essere pregiudicate parzialmente o persino completamente compromesse.

Art. 31. Stessa considerazione per le misure economiche ed altre provvidenze a soccorso delle famiglie numerose, della maternità, dell’infanzia e della gioventù.

 Art. 32. LA R. dovrà limitarsi nella tutela della salute in quanto il principio di spesa viene prima della garanzia di tale principio fondamentale dell’individuo, pregiudicandone anche la assoluta garanzia di cure gratuite agli indigenti.

Art. 34 In base a tale principio lo Stato deve garantire che la scuola sia libera, gratuita ed aperta a tutti, ma con il principio di spesa limitata tale principio potrà non essere più garantito. Prova ne è che nella scuola pubblica spesso si chiedono alle famiglie di sostenere spese di iscrizioni apparentemente “voluttuarie”, ma rese di fatto obbligatorie e cogenti per ovviare alla carenza ed i tagli delle retrocessioni di spesa pubblica agli organismi scolastici locali.

Altri articoli violati a vario titolo: art. 35, 36, 37, 41, 47, 139.

L’obbligo di verificare la capacità di spesa dello Stato si antepone a tutti i diritti e principi sopra esposti, venendo meno la loro tutela, il loro perseguimento e la loro garanzia.

Come si può constatare il “pareggio di bilancio” ha di fatto cambiato completamente il nostro valido assetto costituzionale modificandone di conseguenza anche quei fondamenti di tutela della persona e della vita in tutte le sue forme.

L’applicazione di tali meccanismi di stabilità vanno quindi a discapito, pregiudicandoli ex-ante,  non solo della possibilità di sviluppo economico e sociale del Paese, ma della garanzia di valori e diritti fondanti e prioritari dello stesso Stato Italiano. Un abominio costituzionale grazie ad una piccola modifica di un articolo che giustifica allo Stato di non fare più lo Stato.

Lo Stato con il pareggio di bilancio smette di fare lo Stato e diventa un mero esecutore.

Quindi lo Stato diventa sostanzialmente un soggetto inutile, passacarte e superato da enti esterni superiori. Forse lo scopo primo degli stessi fautori?

In sintesi si può fare propria la tesi di Marco Mori che sostiene che il fiscal compact ha ucciso la democrazia.

Effetto economico e sociale del pareggio di bilancio.

Per comprenderne l’impatto escludiamo dall’analisi il saldo commerciale ed altre partite secondarie del bilancio dello Stato ed esponiamo la sintetica quanto essenziale equazione ricardiana:

E=T= G + i * D

Dove le entrate (E) sono essenzialmente formate dalle tasse (T), G è la spesa pubblica, i è la % di interessi sul debito pubblico D.

Ciò significa che se la spesa deve essere coperta dalla entrate,  lo Stato non può  indebitarsi perché altrimenti deve pagare gli interessi sul debito contratto.

In un Stato a piena sovranità monetaria, come lo era l’Italia prima dell’ingresso nell’Eurogruppo, lo Stato poteva stampare moneta per quella componente integrativa di spesa ed interessi non coperti dal prelievo fiscale.

Nel contesto attuale lo Stato deve per forza attingere al patrimonio pubblico nazionale o al patrimonio privato, il che si traduce sui cittadini in prelievi patrimoniali forzosi continuativi o “spot” periodici.

Tenendo in mente l’equazione di cui sopra, veniamo ai punti critici del “pareggio di bilancio” che ci conducono al disastro economico del Paese Italia:

  1. Impone allo Stato di non poter sostenere l’economia di un periodo di recessione impedendogli di effettuare spese con effetto anticiclico a sostegno della occupazione, degli investimenti in settori strategici o ritenuti degni di sussidio, a sostegno di squilibri di distretti sottoposti a temporanee o discriminanti forme di concorrenza sleale da parte di soggetti internazionali che fanno “dumping” non sostenendo costi dovuti alla sicurezza, alla salute, alla tutela dei diritti sociali e dei lavoratori, a tutela dell’ambiente, di altre forme di garanzia e di rispetto normativo dovuto al miglioramento delle condizioni di vita e dello sviluppo tecnologico.
  2. Impone alla Stato di essere prociclico nei periodi di crisi in quanto la diminuzione delle redditività aziendali e dei cittadini riduce conseguentemente anche la capacità di raccolta fiscale. In altre parole se diminuiscono le entrate fiscali, necessariamente devono diminuire anche le spese dello Stato che si rende pertanto a sua volta responsabile di incrementare ulteriormente l’effetto negativo della crisi andando proprio a diminuire la Domanda Aggregata dovuta alla Spesa dello Stato che porta reddito agli stessi cittadini ed imprenditori.
  3. Impone allo Stato che vuole ovviare ai punti 1 e 2 di andare ad indebitarsi presso soggetti privati esterni in quanto non ha più sovranità monetaria dovuta alla gabbia dell’euro (la BCE è un soggetto privato ed indipendente che chiede interessi sui prestiti dati agli Stati indirettamente tramite il Sistema bancario Europeo). Gli Stati che pagano un tasso di interesse negativo sui titoli di stato, come la Germania, sono agevolati in tal senso perché significa che per ottenere un prestito la BCE paga interessi marginali allo Stato, ovvero la Germania può speculare ottenendo prestiti a tassi negativi guadagnandoci senza che questi soldi servano o vengano utilizzati. Gli Stati che invece pagano un tasso positivo sui titoli di stato chiedono soldi pari a 100 per doverne restituire 100+x, dove x sono gli interessi da pagare. Sono soldi che non esistono, ma devono essere estorti dal cittadino che oltre alla crisi in atto, deve ulteriormente pagare lo Stato affinchè possa restituire i soldi al prestatore, ovvero la BCE.

Esiste una situazione che riesce a salvare in extremis lo Stato ed è un PIL           superiore al tasso pagato. Solo un PIL, reale e non nominale, superiore al tasso sui TDS,  garantisce una copertura del pagamento degli interessi sui TDS.

In Italia non vi è questo situazione.  Lo Stato italiano deve pagare interessi positivi alla BCE, ma i suoi interessi sono finanziariamente tra i più invitanti nel mondo garantendo un invidiabile tasso dei TDS (BTP) che si mantiene sempre ed opportunamente sopra il livello del PIL/paese. Questa è la condizione peggiore in cui si possa trovare uno Stato che si deve indebitare nel settore privato. Molti soggetti finanziari esteri hanno speculato negli anni ed a vario titolo su questo aspetto.

Ciò significa che lo Stato italiano deve cedere una quota di “extraprofitto” agli investitori e che, se vuole mantenersi solvente nei confronti di tali soggetti, deve poterli remunerare ricorrendo necessariamente a forme di oppressione fiscale che incidano a vario titolo sul prelievo patrimoniale pubblico e privato. Altre forme di imposizione  sul consumo (IVA) o su altre imposte indirette o su una riduzione del riassegnamento della spesa pubblica agli enti locali che a loro volta saranno costretti ad aumentare propri tributi o tasse sul territorio da loro amministrato aggraverebbero ulteriormente l’equazione di cui sopra andando a peggiorare la rischiosità di solvenza dello Stato (descritta al punto seguente) e quindi il costo di tale indebitamento presso terzi.  E’ quindi una trappola mortale senza via di uscita.

  1. Non potendo più stampare moneta senza vincoli come lo è stato fino al 1998 (ovvero con l’accordo di convergenza all’ECU-Euro che imponeva la parità dei cambi) , il punto 3 impone allo Stato di essere valutato nel suo grado di rischio di insolvenza come fosse un’azienda privata richiedendo un “rating pubblico” che influenza a sua volta l’andamento dello “spread”. In termini molto semplici “spread” significa margine di remunerazione del rischio che il mercato chiede al Paese per giustificare l’investimento nei TDS del Paese stesso. Questo aspetto rende ancor più vulnerabile l’assetto di uno Stato nel momento stesso in cui si trova ad affrontare un ciclo economico negativo.

I quattro punti si influenzano e si alimentano reciprocamente andando ad ottenere un pericoloso quanto inarrestabile effetto moltiplicativo anche in presenza di piccoli cicli negativi.

Spieghiamo meglio il concetto sopra espresso nel punto 4.  Se il tasso di indebitamento dello Stato è negativo, come normalmente avviene, e se questo tasso è superiore al PIL, come avviene nel caso italiano, lo Stato oltre a dover sopportare meno tasse (entrate) dovute alla crisi che riduce i redditi, le quali riducono la capacità di spesa pubblica che a sua volta riduce ulteriormente il reddito medio nazionale, si vedrà costretta ad indebitarsi con prestiti per cercare di sostenere la Domanda Aggregata ridotta dalla crisi, ovvero quella Spesa Pubblica che dà reddito e sostegno al Paese, non entrando nel merito di tale spesa, prestiti che diverranno sempre più costosi grazie allo spread che si alza per la crisi e proprio perché la crisi e la necessità di prestiti rendono il paese più rischioso. Si tratta di un “loop negativo”. La crisi genera rischio paese sulla capacità di rimborso dei prestiti che genera spread che genera crisi che genera rischio paese che genera spread.  Alti spread renderanno più svantaggiosi e costoso ottenere prestiti che costringeranno lo Stato ad aumentare ulteriormente il prelievo fiscale e/o lo costringeranno a svendere pezzi dello Stato stesso o aggredire il patrimonio privato. Il risultato di un Paese in crisi, a parità di condizioni, sarà pertanto e necessariamente una crisi ancor più profonda e radicale.

Lo schema sopra esposto è stato necessariamente semplificato ma vuole significare che in partenza lo Stato se vuole effettuare investimenti strategici,  deve ridurre la spesa da qualche altro capitolo del bilancio di Stato. Se poi ci trovassimo di fronte ad una crisi sistemica o peggio strutturale ed endemica, lo Stato si trova con il cappio al collo e tra incudine e martello da un parte nella necessità di aumentare la spesa per frenare l’effetto crisi e dall’altra, non potendo aumentarla perchè la sovranità monetaria è stata sottratta dall’appartenenza al regime dell”euro, è costretta ad indebitarsi pagando gli interessi necessariamente con il patrimonio dei cittadini o quello pubblico, perchè il valore assoluto delle imposte e tasse, in regime di crisi diminuiscono di conseguenza, salvo aumentare l’imposizione  % delle stesse che aggraverebbero ulteriormente la situazione economica e sociale del Paese.

Quindi, oltre ad uccidere la democrazia si può sintetizzare che il pareggio di bilancio uccide anche l’economia.

Grazie a Monti, alla UE ed al FMI ed a tutti i partiti che sostengono attualmente questo assetto.

Facciamo rientrare in questo gruppo anche il M5S che, insieme ai piddini, con l’appoggio alla Presidente della Commissione Europea, Mrs. Ursula von der Leyen, hanno avallato la più becera e radicale forma di applicazione dei meccanismi di stabilità europea richiesti dal “fiscal compact”. Non dimentichiamo che tale soggetto, rappresentante l’aristocrazia oligarchica europea,  avrebbe voluto applicare maggiore rigore alla Grecia proprio in tal senso. Non si comprendono quindi le ragioni di tale scelta “tattica” dei grillini, ma aprono seri dubbi di onestà politica e di serietà istituzionale apicale di questa compagine di governo nei confronti dei loro stessi elettori che si suppone avrebbero piuttosto desiderato garanzie di tutele maggiori per l’Italia. Non sono ameni pertanto a qualche dubbio su scambi di favori o altre prebende.

Al prossimo turno toccherà quindi l’Italia.

Paolo Chicco Valli

Per ulteriori approfondimenti:

Fiscal compact: un Trattato uccide la democrazia.

https://www.altalex.com/documents/news/2016/06/29/la-riforma-della-normativa-sul-pareggio-di-bilancio

TITANIC E FISCAL COMPACT: il Teorema di Stockmayer

 

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