Jamie Dimon (CEO JPM): “se gli USA fallissero cosa succederebbe?”. Risposta: “Se la Fed accettasse come collaterale i bond USA falliti…”. Come l’Italia con la lira, un paese con la propria valuta non può fallire

Jamie Dimon, CEO di J.P. Morgan (oltre che possibile candidato repubblicano alle prossime primarie presidenziali), una delle banche più grandi del mondo, ci illumina d’immenso ad uno speech pubblico a New York questa sera (“J.P. Morgan CEO Jamie Dimon speaks at the Economic Club of New York on whether a recession is coming, the government shutdown and J.P. Morgan’s quarterly earnings” – CNBC, 16.01.2019).

Tra i tanti, tre concetti chiave esppsti dal CEO di JPM sono da mettere in evidenza. Il primo, come da titolo: se gli USA per colpa del debito eccessivo dovessero fallire cosa succederebbe? La risposta di Dimon è stata bruciante: “ho chiesto agli amici della Fed cosa succederebbe se la stessa Fed stessa accettasse i bond falliti come collaterale, sto ancora spettando risposta“. Ossia, come dire, la Fed accetterebbe certamente come collaterale i bond USA falliti ed in cambio stamperebbe dollari. Tali dollari verrebbero scambiati con merci mettendoli in circolo nell’economia mondiale. Il risultato sarebbe inflazione, un po’ come succedeva all’Italia con la lira ed i tassi al 10% o 12% o 15%. Alla fine non si falliva mai ma si aveva la necessita di svalutare, il che portava inflazione. L’euro ha tolto tale valvola di sfogo e dunque il fallimento dell’Italia – al contrario degli USA – è davvero possibile, visto che Roma si sta oggi indebitando in una moneta di fatto estera, l’euro, i cui tassi e relative svalutazioni non sono tarate sull’economia italiana ma principalmente su quelle nord EUropee.

Assodato quanto sopra, posso solo aggiunere un commento personale: io non sono professore di economia ma potete stare certi che nessun professor di economia italiano insegnerà alcunchè a mio figlio, è un mio impegno di padre. Anche perchè, visti i risultati raggiunti con l’Italia, i professori di economia italiani non hanno davvero nulla di insegnare, memento i vari professori che si sono alternati a Palazzo Chigi e dintorni (…).

Il secondo passaggio saliente è sulla Cina e sulla crisi economica cinese che ogni giorno si fa più evidente. La risposta di Dimon rispetto ai rischi di un downturn cinese è stata illuminante: la Cina NON è un paese democratico, ha piani quinquennali, ha 5 soggetti politici chiave che si mettono d’accordo sulla strategia da seguire, per prestarsi soldi a vicenda, per far crescere questo settore piuttosto che un altro, per assumere persone ecc. Ossia è un’economia pianificata, con tutti i pregi ed i difetti del caso; in cui i soldi vengono riciclati legalmente all’interno dello stesso sistema, ossia in cui NON esiste un controllo della corruzione (da informazione). Dunque è un paese solido nel medio termine ma che teme, come sempre, l’Inflazione/crollo della crescita  (ossia uno shock che i 5 soggetti a capo del sistema non possono controllare, più o meno così ha detto).

La risposta secondo me è stata illuminante, ma i concetti reconditi lo sono ancora di più. Ossia la Cina può avere problemi solo via shock esterni. Penso all’inflazione e/o alla mancanza di crescita (assieme sarebbero stagflazione, che in un paese di 1.4 mld di persone fa in fretta a diventare depressione, ossia Tienammen).

Il terzo punto saliente è stato quello relativo alla contemporanea forza e debolezza relativa di USA e Cina. La risposta assai tecnica, è stata disarmante: la Cina non ha welfare, non ha strutture di controllo del debito, è un’economia pianificata ed autoritaria controllata da pochi soggetti pensanti (molto in gamba); or dunque quando saltano le leve sono problemi. In più gli USA, che hanno molti più controlli e sono molto più diversificati nella struttura di comando, sono inseriti in un contesto geostrategico in cui non hanno avuto conflitti militari coi vicini dalla guerra col Messico nel 1848. La Cina invece ha vicini belligeranti ed instabili, che non fanno fatica a fare guerre anche alla Cina (Giappone sutiitti; ma anche India, Indonesia, paesi Asean, le due Koree, Pakistan). Ossia ci ha dato un’indicazione chiara sul ruolo della Nord Korea nella strategia di Trump e su quello che potrà accadere.

Dopo aver ascoltato questa bella intervista (di cui – che io sappia- non esiste traduzione; io l’ho ascoltata per piacere personale mentre facevo ginnastica, dunque ve la riporto per come l’ho sentita) sono sempre più convinto che gli USA magari restringeranno – certamente – il proprio perimetro di influenza ma saranno sempre il TOP (vedremo se l’EUropa, come io comunque penso, resterà giocoforza a controllo statunitense). Ossia, per deragliare Washington ci vorrà molto fegato. D’altro canto non ritengo che si debba fare troppo affidamento sugli USA per risolvere i problemi italiani, che restano un problema degli italiani (E NON DEGLI AMERICANI). Certo, essere nemico del tuo nemico ti trasforma automaticamente in amico, ma se qualcun crede che liberarsi dalla Germania sarà gratis o quasi grazie al supporto USA questa volta si sbaglia di grosso.

Per un Paese come l’Italia abituato a demandare strategia, difesa ed operazioni a dominus esterni sarà un brusco risveglio: quando, annegati in un sistema romano assolutamente anti-meritocratico e gestito da lacchè ed arrivisti,  costretti a reagire di propria sponte ci si accorgerà di non saper abbozzare nessuna strategia geoeconomica valida, temo si scatenerà il caos.

In conclusione, gli USA si salveranno certamente, l’Italia invece “solo se Dio vorrà”…

Per intanto godetevi l’intervista di Dimon.

Mitt Dolcino

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