Tagliarsi i capelli ai tempi del Covid (non si possono sottovalutare le conseguenze geopolitiche delle discussioni tenute in quelle sedie girevoli di metallo)

Illustrazione di Iñigo Navarro Dávila

Itxu Diaz per The American Spectator

Sono andato a tagliarmi i capelli. Lo so, non è un evento che cambia la vita.  

Ma, vedete, il mio barbiere aveva esposto un cartello gigante: “I clienti devono indossare la mascherina e non parlare”.

Vedendolo, non ho potuto fare a meno di ringraziare l’Onnipotente.

La prima volta che andai da quel barbiere, nel Pleistocene Inferiore e con le ossa di mammut annodate nei capelli, quell’uomo mi chiese: “Come li vuoi tagliare?”.

A quel punto presentai le mie credenziali di scrittore tormentato: “Con calma”.

Da allora rispetta scrupolosamente i miei desideri. Purtroppo, il resto dei suoi clienti non lo fa.

Così, nel corso degli anni, sono diventato un esperto delle conversazioni fra clienti e barbieri.

Finalmente ho trovato qualcosa in comune con Nancy Pelosi.

Ammiro l’abilità che i vecchi barbieri hanno acquisito, di cambiare le loro opinioni senza sforzo apparente, da un cliente all’altro.

Il cliente ha sempre ragione. Il primo che entra:

— Quel Trump è una vergogna. Quel maledetto orco distruggerà il pianeta.

— Hai proprio ragione. È una vergogna. Ci ucciderà tutti. Dev’essere fermato.

Dopo un po’ arriva un altro cliente:

— Abbiamo bisogno di molti altri politici come Trump. Un tipo affidabile. Quello che dice, lo fa.

— Hai ragione. È un uomo onesto. È la nostra salvezza. Dovrebbe essere ricompensato.

Nei saloni da parrucchiere tutti i disastri del mondo vengono aggiustati nel tempo necessario per lavare e tagliare i capelli.

Carestie, guerre, pandemie … tutto.

Dentro ogni persona che entra per farsi rasare la testa, per quanto trasandata possa essere, c’è un Alessandro Magno, due o tre Churchill e un piccolo Reagan, oltre agli allenatori di tutte le possibili discipline sportive.

Quando racconta le sue storie, il cliente-tipo abbassa la voce per aggiungere drammaticità al suo discorso.

Il suo modo per risolvere i problemi è sempre lo stesso: “una mano forte è ciò di cui questo paese ha bisogno”.

A giudicare da quello che si può sentire dai barbieri per vecchi signori, la destra amante della legge e dell’ordine ha la maggioranza assoluta.

O questo, o i sinistrorsi si tagliano i capelli a casa con il tosaerba!

Qualcosa di completamente diverso accade nei saloni da barbiere moderni.

Non molto tempo fa son dovuto andare in uno di questi.

Il parrucchiere sembrava che si fosse strappato tutti i capelli dalla testa per innestarli nella barba cosicché, nello specchio, sembrava che stesse a testa in giù.

D’altra parte, non so se accidentalmente o volontariamente, aveva diverse perforazioni in un orecchio grande come un criceto adulto, con l’interno riempito da una struttura di metallo laccato nero, simile a quella che i macellai usano per appendere le costolette di manzo.

La stanza era pervarsa da un tristissimo aroma di mascolinità rancida, la stessa puzza che un tempo provocava disgusto nei saloon del vecchio West, che non erano benedetti dagli aromi di Chanel.

L’acidità del deodorante era tale che, quando sono uscito dal locale, le lenti a contatto mi si erano sciolte negli occhi e le mie orecchie si erano miracolosamente stappate.

Sospetto che se avessi avuto di nuovo dei calcoli renali, quell’aroma selvaggio e penetrante avrebbe funzionato come un litotritore naturale.

La decorazione del locale ricordava i vecchi negozi da barbiere, perché imitava oggetti del secolo scorso.

Ma, mentre guardavo quei barbieri dall’espressione dura, vestiti di nero e pieni di piercing, con le bibliche barbe cosparse da cento e una lozione, mi chiedevo se per caso mi fossi messo nelle mani di uno stilista di Hollywood o di un Hell’s Angel — che, in ogni caso, è un angelo caduto.

Ma la più grande differenza con il mio solito barbiere è stata la conversazione.

Innanzitutto, quel tipo non sembrava comprendere le sottigliezze che separano un monosillabo che si borbotta per educazione e il desiderio di partecipare a un dibattito sulle birre artigianali.

Avrei potuto dirgli che quando voglio fare colazione preferisco i cornflakes con il latte e non un porridge di cereali che galleggia su un liquido torbido e che, quando vado a bere una birra, quello che voglio è che derivi dal malto d’orzo con un qualche standard di filtraggio.

Ma questo sarebbe stato polemizzare e, invece, quello che volevo era godermi il silenzio accompagnato dallo sferragliare delle forbici, fino ad addormentarmi al suono del rasoio.

Così, ho provato tutte le possibili onomatopee, compresi “aha” e “uhuhuh”, in risposta agli sproloqui su come l’industria della birra artigianale stia avendo successo e sulla sua previsione che, entro il 2030, ci faremo tutti la birra in casa.

Sapete? Quella storia del Grande Reset con tutto quello che ne consegue.

Ma fare la birra in casa, più che un Grande Reset, mi sembra un “blue screen” [segnala sul PC un errore di sistema].

Secondo me, roviniamo già abbastanza cose per quest’assurda ossessione di voler fare tutto da soli: caffè, yogurt, pane e persino — per i più audaci — i muffin.

Cosa vi fa pensare di poter fare il caffè meglio di un barista? E il pane meglio di un fornaio?

E’ solo una questione di tempo prima che cominciamo a rovinare la birra.

Tuttavia, sono rimasto in silenzio anche perché non mi avrebbe ascoltato.

A differenza del mio abituale barbiere, questi tipi moderni non vogliono ascoltare, ma solo parlare.

Potevo solo annuire. Dopo tutto, l’angelo caduto aveva le sue forbici a mezzo centimetro dalla mia giugulare.

Voglio dire, non ero nella posizione ideale per dirgli che vedevo poca differenza, se non nessuna, tra la sua birra artigianale e il vomito di un cammello.

(Se state per dirmi che sto generalizzando un po’ troppo, ebbene lo ammetto. Il mio lavoro consiste proprio in questo: generalizzare il più possibile per essere il più ingiusto possibile).

Più tardi, mi ha sorpreso con una lunga lectio magistralis sul cambiamento climatico.

A quanto pare, quel parrucchiere usa da anni cosmetici ecologici dal che deduco che sono questi a procurargli i buchi nelle orecchie.

Una brutta reazione della pelle che gli è sfuggita di mano.

L’ultima volta che ho usato uno shampoo raccomandato da un’organizzazione ambientalista mi sono spuntati dei gerani dietro le orecchie.

E meno male, perché a un vicino che usava lo stesso shampoo sono cresciute le orecchie sui gerani.

Oggi, dal mio abituale barbiere e immerso in un silenzio claustrale, mi è venuto in mente quel moderno parrucchiere in stile vintage.

Nel suo salone, sono sicuro che stanno ancora blaterando su ogni tipo di sciocchezza e che stanno educando i loro clienti all’eco-progressismo.

Nel frattempo, dal mio vecchio barbiere non si sentono più le voci di quei signori che chiedono mano ferma su tutto.

E, nonostante apprezzi molto il silenzio mentre mi rasano, oggi mi manca davvero la nobile arte della conversazione, interrotta solo dal cecchinaggio epilettico delle forbici.

Il silenzio pandemico del mio parrucchiere è un disastro per la geopolitica internazionale.

Ogni politica di respiro mondiale sembrava nascere all’interno di quelle quattro mura, mentre il barbiere modellava tranquillamente i capelli.

Se questo silenzio continuasse ancora per molto, se parlassero solo quelli che non ascoltano, se i clienti che anelano il “pugno di ferro” tacessero, non potremmo più bombardare il Medio Oriente di punto in bianco.

Così, senza preavviso.

Quel che è peggio è che finiremmo tutti a bere birra artigianale e a mangiare tofu a colazione.

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Link originale: https://spectator.org/haircut-covid-19/

Scelto e tradotto da Franco