Ehi conservatori, non abbandonate Twitter (non lasciamo campo libero alla sinistra)!

Illustrazione di Iñigo Navarro Dávila

Itxu Diaz per The American Spectator

Ho letto il recente articolo di Scott McKay su The American Spectator. Non potrei essere più d’accordo sulla diagnosi né più in disaccordo sulla soluzione.

La mia opinione su Jack Dorsey e sui “nouveau riche” tecnologici, che condividono la stessa identica passione per la “meditazione Vipassanā” e per la marijuana, è ben nota.

In qualche modo sono stato un pioniere di questa repulsione perché anni fa pubblicai l’opuscolo “Ho ucciso un guru di Internet (dopo che aveva cercato d’insegnarmi come programmare la lavatrice)”, un titolo che sottilmente rivelava i miei dubbi.

Poi venni a saper che non ero solo: nel 2012 fu il libro umoristico più venduto in Spagna.

L’editore lo presentò come “L’intelligente manuale per la casa che le persone maldestre di tutto il mondo stanno ansiosamente aspettando”.

A quanto pare, molte altre persone condividevano con me la reticenza verso gli elettrodomestici che parlano, le lavatrici che si collegano ad Amazon e comprano il detersivo come se fossero dei tossici in crisi di astinenza e, in generale, tutte quelle cianfrusaglie che prendono decisioni importanti in casa mia senza nemmeno chiedermelo prima.

Naturalmente, non parlavo solo di Google, Amazon o dei social network.

In linea di massima, la tesi era questa: se una casa ti costringe a ballare il flamenco davanti a una cellula fotoelettrica per accendere la luce del corridoio … bè, non è una casa ma un inferno, per quanto “intelligente” essa sia.

Per il resto, prendevo a sberle i guru della Big Tech dando dei consigli pratici per sopravvivere sotto il fuoco della malavita tecnologica.

Compreso questo sull’elettricità, che generò una tempesta fra i miei maldestri lettori: “il modo peggiore per riparare una presa rotta è gettare un bicchiere d’acqua sull’elettricista che la sta riparando”.

Un paradosso, però. Il successo del libro fu conseguenza del passaparola … sui maledetti social-network!

Qualche ora fa abbiamo visto Jack Dorsey (quella cosa posta sopra sette metri di pizzetto) confessare pubblicamente i suoi piani più perversi attraverso un video realizzato allo scopo.

Sembrava uno che era andato dieci giorni a “Pyin Oo Lwin” per ritrovare sé stesso fra i monaci buddisti e che, invece, si era perso ancora di più.

Nessuno si è sorpreso per quello che sta succedendo.

Scott McKay ha descritto la situazione in questo modo: “I giganti della tecnologia si sono uniti per espellere tutti i conservatori dal dibattito pubblico. Naturalmente, Trump non è l’unico obiettivo, come ha ammesso lo stesso Dorsey. Lo siamo anche voi ed io”.

Ma è troppo tardi per fare certi passi.

Anche se odiamo Facebook, Chrome, TikTok (soprattutto quest’ultimo) e qualsiasi altra invenzione successiva a quella dei “motori a vapore”, vivere volgendo loro le spalle è un’utopia.

Neanch’io sopporto la maggior parte della classe politica, ma questo non significa che prenderò un aereo per la Thailandia (dove la decisione finale su qualsiasi cosa è presa dal Re più pazzo del mondo, Rama X, che ha celebrato il suo matrimonio con una bellissima hostess, regalandosi al contempo una schiera di giovanissime concubine, manco fosse un socialista occidentale).

È una di quelle cose che dico, ma che poi non faccio mai.

Ma torniamo a noi. Non tocco il mio “account Parler” da agosto.

In primo luogo perché le alternative a Google, Twitter etc. sono tecnologicamente odiose e danno la sensazione di vivere volontariamente nel Terzo Mondo.

E, in secondo luogo, perché è più difficile trovare un conservatore (che sia finalmente riuscito a capire come funziona Twitter) disposto ad abbandonare quell’app per installarne una nuova, che convincerlo a darti 20.000 dollari in contanti per, oh … che so?, l’Associazione Anti-Pangolinofobia.

D’altra parte, visto che la maggior parte di quelle app sono “applicazioni sociali”, non vale la pena che la cambiate se nessun altro lo fa.

Un po’ di realismo disfattista: mettere d’accordo tre conservatori per installare la stessa applicazione è, parafrasando Jardiel Poncela, “come cercare d’inchiodare una farfalla con un palo del telegrafo”.

Se c’è una cosa che distingue le persone di destra è che non si affollano in massa per seguire le ultime tendenze. Hanno i loro criteri.

Il veto di Big Tech a Parler dimostra che essere un milionario non è incompatibile con l’essere uno sciocco.

Comunque, dividere le persone che si odiano in 30 piattaforme minoritarie è sempre stato il sogno d’oro dei Democratici.

Perché? Perché un esodo così lento in varie direzioni indebolirebbe coloro che hanno convinzioni e influenza e scoraggerebbe i pigri, me compreso, che finirebbero per tornare nel covo dello Zen di Dorsey a “Pyin Oo Lwin”.

Questa tattica non è stata inventata da Zuckerberg, ma da Sun Tzu, un Twitterer cinese che agiva XXII secoli prima di Twitter: “Stancare i nemici tenendoli impegnati, senza mai lasciarli respirare”.

Tradotto in inglese moderno, sarebbe: “Stancare i nemici indirizzandoli nello stesso tempo verso Parler, Gab e MeWe”.

Ma anche se pensaste che sia una buona idea disperderci su piattaforme alternative lasciando campo libero alla sinistra, che divertimento ci sarebbe nel condividere un social network con persone che la pensano tutte allo stesso modo?

Non sto dicendo che mi piace discutere online con tutti i tipi di detrattori.

Trovo poche cose più noiose di un progressista che cerca di litigare per un mio articolo attraverso 5.000 lanci su Twitter.

Se avessi voluto dar inizio a una discussione, invece di scrivere un articolo avrei mandato un dannato messaggio vocale al gruppo WhatsApp dei genitori della scuola di mio figlio, dicendo che il coronavirus non esiste.

Raggiungere immediatamente un pubblico ampio e diversificato è uno dei pochi piaceri di Twitter che, in definitiva, è l’unico posto al mondo dove si può postare una foto del proprio pasto con il testo “Ho cucinato il riso con il pollo” e ricevere istantaneamente ogni tipo di messaggio: “Che me ne frega, idiota” … “Non è pollo, cretino” … “Per colpa tua un pollo sta piangendo” … “Non è riso, stupido” … “Vorrei essere io il pollo nel tuo riso!” … “Bastardo fascista!” … “Cinofobico!” … “Fake News!” e infine “E’ fantastico! Mi vuoi sposare?”, seguito da alcuni emoji con gli occhi a cuore.

Non ditemi che non sia una cosa meravigliosa. Nemmeno un monaco buddista potrebbe rovinarcela.

Per questo credo a tre cose: a) che è meglio restare; b) che dobbiamo combattere e infine c) che potrei sbagliarmi.

Marco Aurelio sosteneva: “Se un uomo mi disprezza, è un suo problema. La mia unica preoccupazione è di non fare o dire nulla che meriti disprezzo”.

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Link Originale: https://spectator.org/conservatives-twitter/

Scelto e tradotto da Franco