Kissinger: “Cooperare con la Cina o sarà Terza Guerra Mondiale”

Gordon G. Chang per The Gatestone Institute

Al “Bloomberg New Economy Forum” del 16 novembre Henry Kissinger ha dichiarato al Redattore Capo, John Micklethwait, che:

“Abbiamo innanzitutto bisogno di un dialogo con la leadership cinese per chiarire quello che stiamo cercando di prevenire. E poi che i due leader si mettano d’accordo sul fatto che, qualunque conflitto possa insorgere, mai ricorreranno al conflitto militare. Se non ci fossero le basi per una qualche forma di cooperazione, il mondo scivolerebbe in una catastrofe paragonabile alla 1a Guerra Mondiale”.

Naturalmente, nessuno vuole una guerra di qualsiasi tipo con la Cina ma, in poco meno di un quarto d’ora, Kissinger è riuscito a fraintendere completamente la storia cinese, a dare sostegno al più importante obiettivo di politica estera di Pechino e, infine, a dare consigli profondamente sbagliati a Joe Biden.

Kissinger non ha evidentemente imparato nulla dai pericolosi comportamenti cinesi, che in parte sono il risultato delle sue stesse formulazioni politiche.

Partiamo dalla storia, non fosse altro perché Kissinger, una volta, era uno storico affermato.

Le sue sbagliatissime opinioni sulla Cina di oggi sembrano scaturire dalle sue insostenibili visioni del passato cinese.

Crede che gli americani non possano capire l’insicurezza di Pechino perché:

“Gli americani hanno avuto una storia di successi relativamente ininterrotti. I cinesi hanno avuto una storia molto lunga di crisi ripetute. L’America ha avuto la fortuna di essere libera da pericoli immediati. I cinesi sono sempre stati circondati da Paesi che hanno avuto progetti sulla loro unità”.

Anche se i suoi commenti fossero veri, nessun Paese sta ora minacciando la Cina che, da più di 70 anni, non deve affrontare alcuna credibile minaccia esterna alla sua unità.

Il Partito Comunista si riferisce a quello passato come al cosiddetto “secolo dell’umiliazione”.

E’ stato oggetto del discorso di Xi Jinping alla Festa Nazionale dello scorso ottobre, perché quella visione della storia si addice alle esigenze attuali dell’insicuro regime cinese.

Il passato travagliato della Cina, insomma, è solo un pretesto.

Che cosa, nella storia, può giustificare l’aggressione cinese all’India, al Bhutan e al Nepal, o i suoi disegni sul Tagikistan, sulle Filippine e sulla Malesia?

Inoltre, quale giustificazione può esserci per la dichiarazione del Partito Comunista in favore di una “guerra di popolo” contro gli Stati Uniti, fatta nel maggio dello scorso anno?

La Cina è aggressiva per la natura stessa del suo regime, che sta riportando il Paese al monopolio e al totalitarismo.

Xi Jinping, l’”uomo solo al comando” del sistema cinese, sta propagandando l’audace concetto di tianxia, quello secondo cui “tutti sotto il cielo devono fedeltà a Pechino”.

In alcuni momenti della storia il dialogo, purtroppo, peggiora le cose perché i leader integralisti percepiscono il desiderio di confrontarsi dialetticamente come un segno di debolezza.

In ogni caso, il dialogo presuppone che i leader cinesi debbano scendere a compromessi il che, a questo punto, è una cosa assai dubbia.

Ad esempio, attraverso un compromesso relativo a una rivendicazione territoriale (2011) con il Tagikistan, Pechino prese una parte del territorio tagiko ma, ora, sta cercando di riaprire il contenzioso per accaparrarsene ancora di più.

Da allora, Pechino ha aggiunto nuove rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale gettando le basi per ulteriori pretese, soprattutto sulle isole giapponesi Ryukyu.

L’assenza di buona volontà da parte cinese lascia all’America solo un’ultima risorsa: la deterrenza.

Kissinger, spesso citato come esperto di dissuazione, non ne è più un sostenitore.

Quando Micklethwait gli ha chiesto se fosse da preferire l’idea dei consiglieri di Biden, secondo cui le Democrazie devono unirsi in una coalizione, il 97enne “gran consigliere della diplomazia americana” (la descrizione del Financial Times) non si è impegnato in tal senso:

“Penso che le Democrazie debbano cooperare ovunque le loro convinzioni lo consentano o lo impongano. Credo, tuttavia, che una coalizione rivolta contro un particolare Paese non sia una cosa saggia”.

Nel linguaggio di Kissinger, questo è un “no” alla cooperazione internazionale contro Pechino.

Viste le dinamiche interne del Partito Comunista, potrebbe non esserci più spazio per evitare la guerra contro uno Stato Cinese così aggressivo.

Tuttavia, che la pace sia possibile o meno, dovrebbe essere chiaro a Kissinger che il suo approccio (poi adottato da ogni Presidente americano fin da quando Nixon andò in Cina nel 1972) ha notevolmente contribuito all’aggressività cinese.

Kissinger, sollecitando una conciliazione anche quando Pechino faceva capire di non essere disponibile, ha contribuito a produrre la grave situazione odierna.

Storicamente, Kissinger è sempre stato intimidito dai grandi Stati comunisti.

Ad esempio, sostenne la distensione all’inizio degli anni Settanta, quando pensava che non ci fosse modo di prevalere sull’Unione Sovietica.

Reagan, rifiutando di accettare l’URSS come un dato di fatto, dimostrò che si sbagliava di grosso.

E ora è il suo turno a sbagliarsi di grosso.

“Il modo di negoziare di Trump è troppo conflittuale per essere applicato a tempo indeterminato”, ha detto Kissinger a Micklethwait, sembrando che parlasse con Joe Biden.

James Fanell, il noto stratega con sede in Svizzera, così ha commentato: “una dichiarazione inequivocabile del disfattismo del Dottor Kissinger”.

Analogamente a Fanell, un ex Direttore dello “Intelligence and Information Operations of the U.S. Pacific Fleet”, ha detto che Kissinger crede che gli Stati Uniti “non possano competere con la Repubblica Popolare Cinese”.

L’America, tuttavia, è molto più forte del regime cinese e, a sua differenza (tranne la Corea del Nord), ha numerosi alleati.

Inoltre, gli Stati Uniti stanno mettendo insieme una formidabile coalizione — il Quad, con Australia, India e Giappone — che darà a Washington la possibilità di continuare a confrontarsi con Pechino su ogni fronte.

Qual è la migliore indicazione sul fatto che Kissinger si stia sbagliando?

Al momento, Pechino sta conducendo una campagna di propaganda per diffondere il più possibile il suo punto di vista.

Ma, quando il tuo nemico vuole che tu faccia qualcosa, quasi sempre non è nel tuo interesse.

Essenzialmente, Kissinger ha detto che la scelta per l’America è fra cooperazione o guerra, una narrazione che ha propagandato in diverse e recenti interviste.

Tuttavia, la continua ripetizione di questo concetto non servirà a rendere vero quello che è sbagliato.

Fra questi due estremi, sono i Paesi a dover scegliere.

La 2a Guerra Mondiale in Europa, ad esempio, cominciò perché Gran Bretagna e Francia scelsero di non affrontare il Terzo Reich quando, nel 1936, durante la rimilitarizzazione della Renania, avrebbero potuto mettere fine alla minaccia militare tedesca.

Micklethwait aveva cominciato l’intervista chiedendo del “Congresso di Vienna”, il tema del libro di Kissinger: “A World Restored: Metternich, Castlereagh and The Problems of Peace 1812-22”.

Egli ha scritto che:

“Ogni volta che la pace, concepita come prevenzione della guerra, è stata l’obiettivo primario di una potenza o di un gruppo di potenze, il sistema internazionale è stato alla mercé del membro più spietato della comunità internazionale. Ogni volta che l’ordine internazionale ha riconosciuto che certi principi non potevano essere compromessi, anche per il bene della pace, la stabilità basata sull’equilibrio delle forze è stata almeno concepibile”.

Ma Kissinger ha evitato la questione e, per qualche ragione, ora suggerisce che gli Stati Uniti si mettano nelle mani del regime più spietato del mondo.

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Link Originale: https://www.gatestoneinstitute.org/16785/china-kissinger-war

Scelto e tradotto da Franco