Torno al lavoro (nel solo modo in cui uno scrittore possa farlo)

E così torniamo al mondo degli ingorghi, dei vicini rompiscatole, delle minacce del Covid e di coloro che cercano di proteggerci dal Covid.

Itxu Diaz per The American Spectator

Sono finalmente tornato nella mia grande città. Era da marzo che galleggiavo nei fluidi — piscina, mare o birra — e la mia pelle cominciava a raggrinzirsi.

Devo tornare al lavoro che, essendo io uno scrittore, consiste nel fare tutto il possibile per non lavorare.

Tutto è cambiato in queste ultime settimane.

Molti negozi hanno chiuso definitivamente, la gente cammina come se attraversasse un pianeta inospitale e, grazie alla mascherina, nessuno mi riconosce per strada.

Il che ha i suoi vantaggi.

Prima, passeggiando in mezzo alla gente, dovevo sempre ascoltare quel grido così familiare per gli scrittori famosi come me, quando incontrano i loro fan: “Ehi, idiota! Ridammi i soldi del libro! Aiuto! Polizia!”

Avevo dimenticato quanto sia meravigliosa la vita in città.

Volevo vedere di nuovo quegli splendidi ingorghi e così ho parcheggiato l’auto in tripla fila, bloccando la strada davanti a un negozio di biancheria intima, dove ho colto l’occasione per comprare una dozzina di paia di mutande, avendo visto su YouTube come convertirle in mascherine, semplicemente piegandole mezzo milione di volte.

Ci ho provato e ora scrivo queste righe intrappolato nella mia biancheria intima, che è avvolta saldamente attorno alla mia gola e che mi schiaccia il naso sul muso, tappandomi la bocca in modo così forte da levigare le mie tonsille.

Potrei morire per asfissia prima di aver finito di scrivere questo pezzo, ma sarebbe comunque più dignitoso che chiamare i vigili del fuoco e confessare: “Questa è un’emergenza! Sono intrappolato nella mia biancheria intima”.

In questa nuova città post o pre-Covid (a seconda di chi votate), non mi manca il non vedere le facce degli altri, tranne quella della mia vicina di casa, una bellissima hostess di volo che ora indossa una maschera così grande che temo abbia deciso di sposare il proprietario della Emirates Airlines.

Mi consolerò guardandole il sedere.

Grazie a questo nuovo modo di vivere sto imparando a leggere gli occhi della gente.

Ho appena fatto uno stop davanti a un’autocisterna, quasi sbattendoci contro, e ho letto lo sguardo d’amore che l’autista mi ha rivolto.

Mi ha detto: “Guarda dove vai, piccolo idiota, o scenderò dal camion e ti sbatterò la testa contro il serbatoio. Poi gli darò fuoco”.

La prova che le cose siano davvero cambiate, in questi mesi, è che prima si prendeva il coronavirus su una pista da ballo, mentre ora lo si prende facendo la fila all’ufficio del lavoro.

Non capisco perché i commercianti scelgano di chiudere i loro negozi, quando invece possono litigare con la clientela per farle indossare le mascherine.

O spendere un milione di dollari per installare centinaia di dispenser automatici di gel disinfettante, o bruciare le merci che qualcuno ha toccato, o continuare a fare campagne pubblicitarie per richiamare clienti, salvo farli buttar fuori da un vigilante per non superare la capacità massima del locale.

In compenso, dopo aver parlato con alcuni amici, mi son reso conto che la situazione sanitaria non è poi così male.

Ho parlato con il proprietario del pub al piano di sotto e lui mi ha detto che i caffè, i pub e i ristoranti sono i luoghi più sicuri al mondo — in realtà sono le librerie ad essere il problema.

Ho chiamato un amico che ha una libreria e lui mi ha detto che, al contrario, sono proprio questi i luoghi più sicuri e che sono i macellai, in realtà, il vero problema.

Imperterrito, sono andato a incontrare “John il macellaio”, ma lui mi ha detto che non è vero — a meno che tu non sia una mucca — e che sono gli ospedali, in realtà, il vero problema.

Sfinito, sono andato a parlare con Mikel, medico d’emergenza immunologica, il quale mi ha detto, figurarsi, che gli ospedali sono un luogo molto sicuro dove stare: sono gli obitori il vero problema.

Ma non ho potuto parlare con Cindy, la proprietaria dell’obitorio, perché è appena partita per la vacanza più lussuosa della sua vita con il nuovo jet privato che ha appena acquistato, probabilmente per festeggiare il fatto che tutto è così sicuro che lei sta facendo un sacco di soldi.

Un’altra cosa che mi affascina del ritorno in città è incontrare di nuovo i vicini e vedere che il ragazzo del quinto piano è progredito con il suo hobby del fai-da-te, mantenendo la sua abitudine di martellare alle tre del mattino.

O che il ragazzo del terzo piano si veste ogni tanto come un peluche giapponese e litiga a gran voce con la sorella in qualche lingua pseudo-giapponese, o che la signora al secondo piano continua a profumare il cortile con i 300 chili di cavoli che cucina ogni giorno.

Mi mancavano.

Ma non quanto sono mancato io a loro, con la mia abitudine di lanciare uova contro le loro finestre, di rispondere al tanfo di cavolo con i Metallica a tutto volume, o di suggerire all’adolescente del terzo piano che il modo migliore per conoscere il Giappone è andare in Sud Sudan a manifestare per la riunificazione del Paese.

La cosa buona delle città che mantengono restrizioni sulle attività al coperto è che tutti sono costretti a uscire.

Così, nella mia passeggiata serale un tempo pacifica e stimolante, ora posso essere investito da uno scooter, da uno jogger, da un ciclista, da uno skateboarder, da un pazzo che striscia sotto il recinto di filo spinato o da una dannata diligenza trainata non so bene da chi.

Tutti sono così spaventati dall’essere nuovamente rinchiusi da approfittare di ogni occasione per uscire di casa e muoversi a più non posso.

Al calar della notte il marciapiede sembra un circo e io un clown ubriaco che fa del suo meglio per schivare un gruppo di pazzi su ruote.

L’ho detto all’ora di pranzo e i miei familiari hanno risposto che sono completamente d’accordo … sul fatto del clown ubriaco.

Senza dubbio, la campagna è un posto meraviglioso per trascorrere le vacanze.

Ma dopo tante settimane di escursioni e dopo migliaia di ore passate in alta montagna, dopo aver lottato contro gli insetti carnivori e aver trasportato tonnellate di foglie e ramoscelli secchi sulla schiena, ho capito perché tanti anni fa decisi di fare lo scrittore.

Quello per cui ho davvero un talento speciale … un talento incomparabile, immenso e definitivo … è di sedere su una terrazza nel centro della città a bere birra, guardando gli altri che corrono per andare al lavoro.

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Link Originale: https://spectator.org/work-writer-style/

Illustrazione di Iñigo Navarro Dávila

Scelto e tradotto da Franco