Shinzo Abe: il suo regno si è dimostrato inefficace e illiberale.

James Woudhuysen per spiked on-line

Preso dalla crisi del Covid, dai problemi economici, dalle accuse di corruzione e altro ancora, il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe, un grigio 65enne, ha deciso di dimettersi.

Ufficialmente per la malattia al colon, che lo aveva già costretto alle dimissioni nel 2007.

Ma la ragione non dichiarata era lì, davanti a tutti.

Con il più basso indice di gradimento (appena il 34%) da quando era tornato al potere, nel 2012, la sua impopolarità era diventata palese.

Il Giappone ha dei problemi irrisolti e le Elezioni Generali sono previste per il 22 ottobre del prossimo anno.

Anche se il Partito Liberal Democratico (LDP) probabilmente vincerà di nuovo — dal 1955 ha sempre governato tranne che per un periodo di sei anni — Abe si sarebbe trovato ad affrontare delle sfide importanti.

Dalle accuse per aver gestito male la pandemia all’incapacità di ridurre il debito pubblico — in espansione dallo scoppio della “bolla immobiliare” del 1990 (e che ora si attesta al 240pc del Pil).

E, a peggiorare le cose, l’economia giapponese è in recessione dal novembre 2018.

Anche in termini di riforme sociali Abe ha sofferto.

Il piano per riservare il 30% delle posizioni apicali alle donne è stato rinviato al 2030.

E, per aggiungere il danno alla beffa, le lavoratrici hanno scoperto che le loro posizioni, per lo più part-time, a contratto o a tempo determinato, sono state le prime ad andare in crisi come conseguenza della pandemia.

Abe ha anche inutilmente lottato per affrontare il problema dell’invecchiamento e del declino della popolazione giapponese.

Si stima che entro il 2030 non meno di un terzo della popolazione avrà più di 65 anni e un quinto ne avrà più di 75.

Inoltre, nonostante un forte Sistema Sanitario e l’aspettativa di vita più lunga al mondo  (con la metà dei nati nel 2007 destinata a vivere fino a 107 anni), la popolazione giapponese diminuirà di 6,2 milioni (ovvero del 5pc) nel 2020 e di 8,2 milioni nel 2030: “l’equivalente della perdita di Tokyo”.

Nella conferenza stampa d’addio, Abe ha correttamente evidenziato altri tre fallimenti su questioni-simbolo del suo nazionalismo:

— Non è riuscito a dare una risposta alla questione dei rapimenti di cittadini giapponesi da parte della Corea del Nord negli anni ’70 e ‘80 (di almeno 12 persone non si sa ancora niente).

— Non è riuscito a risolvere la disputa con la Russia sulle quattro isolette delle isole Curili Settentrionali, che Mosca aveva annesso nel 1945.

— Infine, e soprattutto, ha perso la battaglia per la revisione della Costituzione pacifista del Giappone, scritta dagli Stati Uniti all’indomani della 2a Guerra Mondiale.

Abe voleva rivedere l’Articolo 9 e permettere alle “forze di autodifesa” del Giappone di agire come un “esercito convenzionale” — usando la forza in modo proattivo, piuttosto che limitarsi a un ruolo strettamente difensivo.

Eppure, nonostante questo cambiamento costituzionale fosse un obiettivo di lungo termine, Abe non è mai riuscito a ottenere un sufficiente sostegno pubblico, con il 57pc degli uomini e l’80pc delle donne ostili a una tale mossa.

Più dannoso per le prospettive elettorali dei Liberaldemocratici è il fallimento che Abe non ha menzionato: quello della sua politica economica, l’”Abenomics”.

La “stampa elettronica” del denaro non è riuscita a fermare la deflazione, che ha colpito il Giappone anche quest’anno.

La spesa per le infrastrutture delle Olimpiadi non è riuscita ad aumentare il Pil, mentre l’aumento delle “tasse sui consumi” ha ostacolato gli acquisti.

Per quanto riguarda le riforme strutturali volte ad aumentare la produttività, semplicemente non sono mai state realizzate.

Ad essere onesti, Abe ha dovuto affrontare problemi economici molto difficili da trattare, che risalgono allo scoppio della bolla economica giapponese alla fine della Guerra Fredda.

L’LDP si mostrò completamente impreparato ad affrontare una crisi di quel tipo e così agì in modo miope, con misure in gran parte finanziarie.

Le banche sostennero imprese-zombie non redditizie, soprattutto nell’immobiliare e nel commercio al dettaglio, mentre altre industrie giapponesi, come l’informatica, furono penalizzate.

Solo pochi posti di lavoro andarono perduti, ma ancora meno ne furono creati.

Contemporaneamente, l’orario medio di lavoro diminuì, mentre i debiti pubblico e privato aumentarono a livelli record.

Nonostante livelli di disoccupazione molto bassi e disuguaglianze relativamente contenute, il reddito-medio-disponibile delle famiglie, fermo dal 2005, è oggi inferiore del 10% alla media dei Paesi OCSE.

Il patrimonio-medio delle famiglie è inoltre inferiore del 25% alla media OCSE.

Tuttavia, la situazione del Giappone è tutt’altro che disastrosa.

Se il Pil è stato piatto fra il 1990 e il 2012, negli ultimi sei anni Abe ha in parte rilanciato l’economia — dopotutto, la crescita del Pil giapponese è inferiore solo a quello della Cina e degli Stati Uniti.

Inoltre, il Giappone ha anche molto di cui essere orgoglioso, come ad esempio un forte Sistema Sanitario e un’assicurazione universale.

Ha anche evitato scandali nella cura del Covid, riducendone la mortalità a solo 9 unità per milione di cittadini rispetto, ad esempio, alle 600 unità per milione del Regno Unito.

Politicamente, è giusto dire (come fa in un editoriale Asahi Shimbun) che Abe abbia danneggiato la Democrazia. Non è solo colpa sua, naturalmente.

In Giappone è lo Stato che conta, non i politici, con i leader dell’LDP spesso considerati come semplici burattini degli interessi dello Stato e della Classe Dirigente.

Tuttavia, la Legge Antiterrorismo del 2017, concepita come un tentativo per migliorare la sicurezza in vista delle Olimpiadi del 2020, ha indebolito le libertà civili e ha aperto la possibilità di monitorare cittadini senza alcun precedente.

I 277 diversi tipi di “complotto terroristico” comprendono la riproduzione della musica, l’uso di francobolli falsificati e l’organizzazione di sit-in contro progetti edilizi.

Contemporaneamente alla repressione dei diritti dei cittadini, Abe ha permesso ai Funzionari Pubblici di farla franca per la falsificazione di Documenti Amministrativi, nonostante il suicidio di un burocrate per un caso del genere.

Per quanto riguarda la geopolitica, Abe ha risposto alle tensioni con i vecchi avversari (Cina e Corea del Nord) e alle richieste degli alleati (Stati Uniti e Corea del Sud) intensificando la militarizzazione del Giappone.

Ha ampliato le “forze di autodifesa”, istituito un Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) e allentato il divieto alle esportazioni di armi.

Nel 2018, l’NSC ha proposto un bilancio annuale per la difesa, fino al 2023, pari a quasi 50 miliardi di dollari — più della Gran Bretagna o della Francia.

Le nuove priorità includono lo spazio, la guerra cibernetica, le armi elettromagnetiche, i “droni a lunga autonomia” e i veicoli robotizzati sottomarini.

La spesa per le Forze Navali hanno per il Giappone un senso profondamente strategico visto che il luogo dei conflitti, in Asia Orientale, è l’oceano, come dimostrano le recenti opere di fortificazione della Cina attorno alle isole del Mar Cinese Meridionale e Orientale.

Tuttavia, è importante non lasciarsi prendere la mano quando si valuta l’eredità di Abe.

Egli non ha messo il Giappone sulla via della guerra.

Non l’ha trasformato in un’autocrazia né ha spianato la strada alla sua rovina economica.

Tuttavia, grazie alle politiche illiberali e inefficaci del suo Governo, ha lasciato al Paese dei problemi irrisolti.

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Link Originale: https://www.spiked-online.com/2020/09/02/how-shinzo-abe-failed/

Scelto e tradotto da Franco