Giù le mani dal Libano

Era come se fosse Macron, e non il disprezzato Michel Aoun, il Presidente del Libano.

Tim Black per spikedonline

Dopo l’esplosione che ha devastato l’area portuale di Beirut, uccidendo oltre 200 persone e ferendone molte altre, il Libano aveva bisogno di aiuti d’emergenza, che sono effettivamente arrivati dai Governi e dai cittadini di tutto il mondo.

Ma quello di cui il Paese non ha assolutamente bisogno è che le Potenze Occidentali, incoraggiate dai soliti “colonialisti liberal”, s’impadroniscano della politica libanese.

Non che un intervento occidentale su larga scala sia esplicitamente sul tavolo.

Ma comunque è lì, indugia ai margini dei discorsi dei politici e degli esperti occidentali, che parlano di “corruzione endemica” della politica libanese e mediorientale.

Questi discorsi presuppongono che i libanesi abbiano bisogno della guida dei loro colonizzatori.

Senza dubbio, la tentazione di alzare la posta in gioco è aumentata dopo le dimissioni in massa dei Ministri del Governo libanese.

Il Presidente francese Emmanual Macron si è spinto fino al punto di sostenere un intervento politico.

È stato il primo Capo di Stato occidentale a posare tra le rovine del porto di Beirut, prima di rivolgersi direttamente alla gente del posto.

Era come se fosse Macron, e non il disprezzato Michel Aoun, il Presidente del Libano.

Ha parlato dell'”amicizia” fra Libano e Francia e della necessità di un’”inchiesta internazionale”, comportandosi come se fosse l’arbitro del futuro del Paese.

“Parlerò con tutte le forze politiche per chiedere loro un nuovo patto” — ha detto — “Se non accetteranno, assumerò le mie responsabilità”.

Chi può escludere il coinvolgimento suo e di altri politici esterni nella decisione del Governo di dimettersi?

Il suo “discorso alla nazione”, salutato dai canti di chi chiedeva la ghigliottina per i leader del Libano, non è caduto nel vuoto.

Nel giro di poche ore un gruppo di cittadini libanesi ha lanciato una petizione, raccogliendo più di 55.000 firme, chiedendo che il Libano: “… sia rimesso sotto il mandato francese per installare una governance pulita e duratura”.

Il motivo per cui la Francia sarebbe la fonte di una “governance pulita e duratura”, però, non è del tutto chiaro.

Alla Francia fu dato un mandato sul Libano (e sulla Siria) nel 1923, nell’ambito della divisione del Medio Oriente fra le potenze alleate, dopo la 1a Guerra Mondiale.

Vent’anni dopo, nonostante molte altre nazioni avessero riconosciuto l’indipendenza del Libano, la Francia del Generale de Gaulle si rifiutò di farlo, aggrappandosi violentemente al potere.

L’indipendenza del Libano arrivò comunque il 22 novembre 1943.

Ironia della sorte, la più grande eredità che la Francia ha lasciato al Libano è un sistema politico fondato sulla rigida divisione del potere, a seconda delle diverse confessioni.

Di conseguenza, tutti i gruppi religiosi del Libano partecipano al governo del Paese sulla base dei loro interessi.

Palese il motivo per cui Macron si diverta a flirtare con il ruolo neocoloniale della Francia, questa volta in Libano.

Come Bill Clinton in Kosovo, Blair e Bush in Iraq e Nikolas Sarkozy in Libia, è stato sedotto dall’opportunità di mettersi in mostra sulla scena internazionale.

L’occasione, in altre parole, di mostrare a livello globale una leadership morale che nessuno gli riconosce in patria.

Deluso dagli “indici di gradimento” costantemente bassi, si starà probabilmente godendo il plauso di alcuni libanesi, il cui comprensibile disgusto per la loro classe politica li ha spinti a guardare verso un tecnocrate come Macron, chiedendogli aiuto.

Tuttavia, non c’è dubbio che incoraggiare l’ingerenza occidentale nella politica libanese potrebbe avere effetti disastrosi.

Non perché un cambiamento politico non sia necessario e urgente.

Ma perché le persone legittimate a farlo sono i libanesi stessi.

Dopotutto, non hanno bisogno di un politico occidentale che dica loro cosa bisogna fare.

Non hanno bisogno di sentirsi dire che la loro nazione sia paralizzata dalle reti clientelari.

Non hanno bisogno di sentirsi dire che “qualcosa non va”.

Sanno benissimo che politici e appaltatori traggono profitto dal fallimento dei servizi pubblici, che si tratti di acqua, di elettricità o di smaltimento dei rifiuti.

Sono consapevoli della natura cleptocratica di uno Stato che gestisce, ad esempio, un “ufficio ferroviario” con molto personale, nonostante il Paese da anni e anni non abbia una ferrovia funzionante.

Hanno visto che la corruzione e il marciume dello Stato libanese crescevano sempre di più, fin dai tempi in cui gli Hezbollah e le varie cricche politiche sunnite, sciite e cristiane si unirono per condividere il potere, all’indomani della guerra civile del 1975-90.

Hanno visto i tassi di disoccupazione aumentare, la moneta svalutare e il cibo scarseggiare.

Hanno visto le inadeguate infrastrutture libanesi dover far fronte all’afflusso di 1,5 milioni di migranti provenienti dalla Siria.

E, soprattutto, hanno già cominciato a ribellarsi.

A ottobre, in risposta al disperato tentativo del Governo d’imporre una tassa su WhatsApp, sono scesi in strada chiedendo il rovesciamento dell’intera classe politica.

Quella rivolta portò alle dimissioni dell’allora Primo Ministro Saad Hariri.

Ora, nel tragico dopoguerra dell’esplosione al porto, i manifestanti sono di nuovo sulle strade con slogan tratti dalle Primavere Arabe.

Il grido “il popolo vuole la caduta del regime” risuona nelle strade di Beirut disseminate di detriti.

Queste proteste hanno già portato alle dimissioni del Governo.

E’ da questo fiorente movimento di protesta che arriverà una duratura trasformazione politica — non dal Governo francese, o dall’Ue, o dall’Onu.

Perché è solo attraverso la lotta contro uno Stato illegittimo che potranno emergere le organizzazioni e le idee necessarie a far progredire il Libano.

L’ingerenza dell’Occidente non farà altro che ostacolare, forse addirittura fermare, qualsiasi rivolta popolare contro la miserabile classe politica libanese.

Trasformerebbe una rivolta guidata dalle idee e dagli interessi del popolo libanese in una lotta gestita dall’esterno, fondata sugli interessi degli Stati stranieri e delle Istituzioni Finanziarie Globali.

In effetti, è preoccupante che (dopo aver incontrato le fazioni al potere in Libano, tra cui gli Hezbollah) Macron si sia spinto fino al punto di chiedere un “governo di unità nazionale” — che è la logica alla base dell’odierna coalizione al potere.

Lo status quo, anche se vestito con abiti nuovi, è l’ultima cosa di cui il popolo libanese ha bisogno.

Per troppo tempo gli affari politici del Libano sono stati dettati dagli interessi contrastanti delle potenze esterne, dall’Arabia Saudita all’Iran, dagli Stati Uniti alla Francia.

Ora, più che mai, il popolo libanese ha bisogno di autodeterminare il proprio futuro.

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Link Oiginale: https://www.spiked-online.com/2020/08/10/hands-off-lebanon/

Scelto e tradotto da Franco