L’Europa dovrebbe riprendersi i ”foreign figthers” dell’ISIS?

Alain Destexhe per The Gatestone Institute

Dopo l’offensiva turca in Siria, i Governi Europei si trovano di nuovo di fronte allo spinoso problema di cosa fare con i “foreign fighters” [combattenti stranieri] di nazionalità europea.

I “combattenti stranieri” sono estremisti musulmani che lasciarono i loro paesi di residenza per unirsi all’ISIS e combattere la civiltà e i valori occidentali.

Molti di loro sono uomini, ma ci sono anche diverse donne che a suo tempo partirono per sostenere il Califfato. Molte restarono incinte dei terroristi dell’Isis.

Dalla caduta di Mosul e Raqqa, la maggior parte dei combattenti sopravvissuti è detenuta nelle carceri irachene o curde.

Alcuni sono detenuti anche nel nord della Siria, un territorio il cui futuro è incerto. La maggior parte delle donne (e dei loro figli) vive in campi-profughi, spesso in condizioni miserabili.

Fino ad ora i Governi Europei non hanno voluto riprendersi i propri cittadini. Hanno semplicemente organizzato il rimpatrio di donne e bambini, decidendo caso per caso.

Al momento, tuttavia, c’è una crescente pressione per riportarli tutti, incarcerati o meno, in Europa.

In Belgio, a fine ottobre, un gruppo di 300 accademici ha lanciato una petizione chiedendo il “rapido rimpatrio dei cittadini belgi dalla Siria“.

In un editoriale pubblicato su un importante quotidiano belga, De Standaard, due membri senior del “Belgium’s Royal Institute for International Relations” hanno sostenuto che il rimpatrio dei combattenti belgi è “la scelta giusta”.

L’”European Council of Foreign Affairs” ha sostenuto anch’esso un’idea simile, nella relazione “Oltre il bene e il male: perché l’Europa dovrebbe riportare a casa i combattenti stranieri?”.

Persino Frederic van Leeuw, il Procuratore Federale Belga (responsabile della lotta al terrorismo) ha chiesto di organizzare il rimpatrio dei terroristi incarcerati e di tenere i loro processi in Belgio.

Le loro argomentazioni possono variare ma, in generale, sostengono che, poiché i Tribunali e le Carceri irachene (o siriane) non soddisfano gli standard internazionali, il loro ritorno in Europa sarebbe il modo migliore per assicurarsi che restino sotto controllo e che possano passare attraverso programmi di de-radicalizzazione per diventare, infine, musulmani moderati.

Le donne sono spesso rappresentate come vittime innocenti e i bambini ritenuti a rischio-radicalizzazione se restassero nei campi della regione.

Mai che venga menzionata, nelle richieste di rimpatrio, l’immensa sofferenza imposta dallo Stato Islamico all’Europa, al Medio Oriente e al mondo.

Tutti questi appelli non riescono a risolvere il problema principale. Unendosi all’ISIS, questi uomini e donne hanno fatto una scelta.

Decisero di abbandonare la loro cittadinanza europea e di unirsi ad uno “Stato” i cui valori fondamentali erano totalmente incompatibili con quelli delle società occidentali.

Decisero di unirsi ad un “gruppo terroristico” il cui obiettivo era quello di uccidere senza pietà le persone dei loro paesi d’origine, come hanno fatto a Nizza, Berlino, Bruxelles, Parigi e molti altri luoghi.

Un “gruppo terrorista” che bruciò vivo in una gabbia un “pilota di caccia” Giordano, catturato e violentato da centinaia di donne Yazidi, per citare solo un’altra delle loro atrocità.

Quando si unirono all’ISIS sapevano perfettamente cosa stavano facendo e non potevano certo ignorare la natura e gli atti dello Stato Islamico.

Dovrebbero essere privati ​​delle nazionalità occidentali perché loro stessi vi hanno rinunciato unendosi ad un’organizzazione terroristica.

Quasi tutte le persone interessate sono immigrati di prima e, più spesso, di seconda o terza generazione. Nella maggior parte dei casi hanno mantenuto anche la nazionalità del paese da cui provengono le loro famiglie: Marocco, Algeria, Tunisia o Pakistan.

Quindi, perdendo la nazionalità occidentale, non diventerebbero apolidi.

Anche dal punto di vista legale, un principio del Diritto Internazionale è che i crimini commessi in un determinato paese debbano essere lì giudicati.

Non c’è motivo, quindi, per mostrare misericordia verso persone che hanno cercato di uccidere i loro concittadini e distruggere le loro società.

Anche alle donne (e ai loro bambini nati in Iraq o in Siria) non dovrebbe essere permesso di tornare in Europa. I loro paesi d’origine sono liberi di riprenderli, ma per i Governi Europei non c’è al riguardo alcun dovere o responsabilità.

I sostenitori del rimpatrio sollevano solitamente la “questione morale”. I bambini nati nel Califfato, dicono, non sono responsabili dei crimini dei loro genitori e quindi dovremmo prenderci cura di loro.

Questo è certamente vero.

Ma perché meriterebbero un trattamento migliore rispetto agli altri bambini nati in Iraq o in Siria?

E che dire dei bambini nati da donne violentate dai combattenti dell’ISIS? E degli orfani siriani, curdi e iracheni i cui genitori sono stati assassinati?

Quelle madri e i loro bambini non meriterebbero il nostro aiuto molto più delle donne che già vivevano in Europa e che ora sostengono di aver “fatto un errore” unendosi all’ISIS?

Un maledetto errore, davvero. Sono complici, come minimo, dei crimini e delle atrocità commesse dall’ISIS. Il commentatore britannico Piers Morgan ha scritto che:

“Queste donne hanno lasciato le loro case, le famiglie, gli amici e i loro paesi per andare a sposare i peggiori terroristi del mondo.

Hanno fatto sesso con loro, si sono riprodotte con loro, hanno cucinato e pulito per loro, li hanno amati per essere a loro volta riamate.

E, mentre facevano tutto questo, i loro mariti erano impegnati a stuprare, torturare, lapidare, decapitare e uccidere persone”.

Questo dibattito sul rimpatrio è un altro esempio di quanto confuso sia diventato l’Occidente, nel tentativo di applicare sempre e comunque i suoi principi morali.

Le vere vittime, in questo caso, sono le persone che sono state assassinate, ferite, violentate, torturate o sfollate dall’ISIS. I loro figli, se ancora in vita, dovranno vivere con le conseguenze del terrore.

Solo in Iraq, dopo la caduta del Califfato, sono state scoperte più di 200 fosse comuni dell’ISIS. Le vittime, in tutto il mondo, si contano probabilmente a milioni.

Se i Governi Europei dovessero scegliere fra sostenere una donna sopravvissuta allo stupro ed un’altra che ben volentieri ha lasciato l’Europa per unirsi all’Isis (sputando in faccia alla società occidentale e ai suoi valori), dovrebbero preferire la prima.

Scusate, per favore, fate le cose per bene. Questi disertori non devono assolutamente tornare in Europa.

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Link Originale: https://www.gatestoneinstitute.org/15118/europe-return-isis-fighters

Scelto e tradotto da Franco