Il mito della forza dell’economia tedesca

La Germania è logorata dalla bassa produttività e dai bassi salari. La recessione è dietro l’angolo.

Alexander Horn per spiked-online

L’economia tedesca è forte come un bue! Quest’immagine ha preso piede in molte parti della società tedesca fin dai tempi della crisi finanziaria ed è stata sostenuta dai politici e dagli economisti.

Anche se è in recessione, gli economisti insistono nel dire che tutto va bene.

Marcel Fratzscher, Presidente del DIW, in un’intervista a Focusmagazine ha affermato che la Germania è economicamente ben posizionata e che “….. non c’è motivo di farsi prendere dal panico. Il mercato del lavoro è ancora solido, le aziende sono altamente competitive e il Bilancio Pubblico ha solide eccedenze”.

Secondo Fratzscher, la più grande minaccia per l’economia tedesca è di tipo psicologico.

Quando la gente teme che possa esserci una recessione consuma di meno e le aziende, di conseguenza, riducono gli investimenti.

E ha concluso: “….. e così la crisi la creiamo noi stessi”.

Quando i politici e gli economisti non accusano la psicologia come causa della recessione, tendono a concentrarsi sui motivi esterni.

In questo momento è la guerra commerciale istigata dagli Stati Uniti la causa principale dell’angoscia tedesca.

I dazi doganali potrebbero colpire in modo particolare le case automobilistiche tedesche e gli Stati Uniti sono uno dei loro maggiori mercati d’esportazione.

La secondo causa è l’incertezza che circonda la Brexit e la possibilità di un No-Deal.

Alcune di queste preoccupazioni sono legittime. L’economia tedesca è legata al commercio mondiale molto più strettamente di qualsiasi altra grande economia e quindi è molto più vulnerabile.

Tuttavia, la preoccupazione per le minacce economiche esterne oscura i problemi domestici che hanno afflitto l’economia tedesca nell’ultimo decennio.

Nonostante le aziende tedesche abbiano molto successo sui mercati mondiali, questo è solo in parte il risultato della loro forza.

L’economia tedesca, come le altre economie sviluppate, è piena di compagnie-zombi.

Ma la politica monetaria e la finanziarizzazione hanno spinto i prezzi degli assets ben oltre il loro valore nell’economia reale, creando nuova ricchezza e conseguenti maggiori consumi che hanno garantito una domanda crescente, stabilizzando la crescita.

Anche i bassi tassi d’interesse hanno aiutato a sostenere l’economia delle compagnie-zombi.

Persino le aziende che in tempi normali sarebbero state economicamente troppo deboli per investire nell’innovazione e nel miglioramento della produttività, hanno potuto sopravvivere.

In alcuni casi queste società hanno persino potuto realizzare dei profitti, perché è molto facile ed economico prendere soldi in prestito.

La loro sopravvivenza è resa più semplice dal fatto che le aziende realmente redditizie investono poco e quindi non diventano sempre più produttive.

Questo significa che le imprese forti non stanno spingendo i concorrenti deboli fuori dal mercato.

Ogni anno, prima della crisi finanziaria, ca. l’1,5% delle aziende falliva. Dopo la crisi questa percentuale è scesa allo 0,5%. In altre parole le imprese decotte, che sarebbero dovuto fallire, sono state mantenute a galla.

In un an OECD working paper, i ricercatori hanno concluso che nel 2013 oltre il 12% del capitale azionario tedesco era collegato a queste società-zombi. L’anno scorso, uno studio di Creditreform ha concluso che il 15,4% delle società tedesche poteva essere classificato come tale.

Una quantità significativa di capitale, che potrebbe essere utilizzato in modo molto migliore, è quindi legato ad imprese improduttive.

E non è solo la politica monetaria a sostenere l’economia-zombi della Germania. Anche l’euro sta fornendo uno stimolo fortissimo.

A partire dalla crisi finanziaria la crescita, nella maggior parte dei paesi dell’Eurozona, è stata estremamente debole. L’Italia e la Grecia sono ancora preda della depressione economica.

Questa scarsa performance ha abbassato il valore dell’euro rispetto alle altre principali valute. Tra il picco raggiunto all’inizio del 2008 e il 2017 l’euro si è deprezzato in modo significativo, ca. il 30% rispetto al dollaro USA.

Da allora, l’euro si è ripreso in modo solo marginale da quel livello.

Le società tedesche hanno beneficiato fortemente della sua sottovalutazione aumentando notevolmente le loro esportazioni verso i paesi al di fuori dell’Eurozona.

Quasi i due terzi delle esportazioni tedesche vanno ora in paesi al di fuori del blocco.

Ma nonostante gli stimoli della politica monetaria e del tasso di cambio degli ultimi dieci anni, non c’è stato un grande impulso alla crescita. L’economia tedesca è cresciuta mediamente solo dell’1,3% annuo dal 2001.

Ciò è dovuto principalmente ai bassi livelli degli investimenti aziendali, in particolare dopo la crisi finanziaria. Ai livelli attuali non sono nemmeno sufficienti a compensare l’ammortamento degli assets obsoleti.

Nel frattempo (e fin dall’inizio degli anni 2000), nell’ambito del continuo processo di finanziarizzazione le società commerciali hanno generato eccedenze finanziarie.

Questo significa che non devono raccogliere capitale netto, ma che al contrario stanno mettendo a disposizione dei fondi per il mercato dei capitali.

Si tratta di un’inversione completa della normale pratica economica, nell’ambito della quale le società ricorrono al mercato dei capitali e alle banche per finanziare la loro crescita.

Queste eccedenze finanziarie crescono ogni anno di più. Nel 2017 hanno raggiunto un enorme 3% del Pil.

Con poche eccezioni, il calo del livello degli investimenti significa che la stragrande maggioranza delle aziende non è in grado di migliorare la propria produttività.

Fra il 1995 e il 2005 l’economia tedesca ha realizzato una crescita media annua della produttività del lavoro – ovvero Pil per ora lavorata, per persona – di appena l’1,9%. Tra il 2005 e il 2014 la crescita della produttività si è dimezzata ad appena lo 0,8% per poi diminuire ulteriormente.

Questo pone un problema non solo per la sopravvivenza a lungo termine delle aziende e dei posti di lavoro che dipendono da esse, ma anche per i livelli dei salari reali.

Quando la crescita della produttività è bassa lo è anche la crescita dei salari, che in Germania è stata molto debole per lungo tempo. Grandi fasce della popolazione hanno guadagnato poco o nulla in termini di salario reale nell’ultimo ventennio.

Dalla metà degli anni ’90 i salari reali in Germania sono aumentati in media solo dello 0,5% ogni anno.

La situazione per i lavoratori più poveri è particolarmente grave. Nel 2015, i salari orari reali per il terzo più basso dei lavoratori erano persino inferiori rispetto a quelli di 20 anni prima.

Solo negli ultimi anni i salari reali sono moderatamente aumentati per questo terzo inferiore, conseguenza in gran parte della carenza di lavoratori –  una situazione lamentata dagli economisti.

Dalla crisi finanziaria sono anche sorti degli enormi squilibri nel settore immobiliare.

I prezzi degli immobili sono aumentati molto più rapidamente dei salari reali, il che significa che acquistare una casa è diventata una prospettiva non realistica per la prossima generazione.

L’incremento dei prezzi degli immobili sta facendo aumentare anche gli affitti, portando a perdite salariali di fatto per molti lavoratori.

L’incombente recessione della Germania e tutti gli altri problemi economici di cui soffre sono fatti in casa.

Le crisi economiche, ovviamente, sono intrinseche al capitalismo e non possono essere evitate.

Ma, nonostante i problemi che comportano sul breve termine, hanno almeno il vantaggio di eliminare le aziende meno produttive e meno innovative.

Quando queste società-zombi falliscono, possono liberare capitali per nuovi investimenti e per guadagni di produttività nelle aziende più produttive.

Il problema per i lavoratori è che i recenti scossoni non hanno portato ai necessari aumenti della produttività.

Nonostante la massa della popolazione attiva sia rimasta negli ultimi anni praticamente a mani vuote, quest’imminente recessione sta ora minacciando finanche quei piccoli guadagni di prosperità.

I politici tedeschi devono abbandonare il mito della forza dell’economia tedesca. Non sono Trump e la Brexit a minacciare la loro prosperità.

I problemi dei tedeschi cominciano a casa loro.

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Link Originale: https://www.spiked-online.com/2019/08/14/the-myth-of-the-strong-german-economy/

Scelto e tradotto da Franco

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